lunedì, maggio 12, 2008

Be Kind Rewind
di Michel Gondry, 2008


Il film si chiamava Murder: c'era un tizio che suonava The show must go on al pianoforte in accappatoio, arrivava un tizio e lo pugnalava alle spalle, poi non mi ricordo bene cosa succedeva, ma entravano in scena un maggiordomo e un investigatore che nonostante l'accento bresciano diceva di essere il nipote di Sherlock Holmes, e che andava in giro con una pipa e un cane (Fido, pron. fàido) al guinzaglio: in realtà il guinzaglio era un bastone appendiabiti, e il cane era una ciabatta. Tra una scena e l'altra era rimasto in mezzo un secondo, forse due, in cui si intuiva un litigio nella crew per l'attribuzione dei ruoli. Alla fine l'assassino era il maggiordomo, e finiva tutto in un ingiustificato bagno di sangue. Era un pomeriggio del 1994, avevo 13 anni - forse nemmeno compiuti - ero in seconda media, e Murder, girato nel mio soggiorno, era la mia prima regia.

Per questo, e per una successiva - e imbarazzante - sequela di motivi, la buffa poetica di cui è rivestita spesso l'amatorialità più ingenua trova in me una porta aperta, spalancata. Chi non riesca a condividere questa suggestione di base, troverà probabilmente Be Kind Rewind una sciocchezza che sancisce il definitivo (o il primo) caso di appiattimento del cinema gondriano, qui peraltro sottomesso al volere overstated - a tratti insostenibile - di Jack Black. Nel mio caso, probabilmente perché rivesto inconsciamente il VHS di questa scema patina magica, insieme ambigua e inquietante, o molto più probabilmente perché non avevo più alcuna aspettiva, mi sono divertito e l'ho trovato una cosetta innocua ma deliziosa.

Pieno com'è di cose à la Gondry, farà felice metà dei suoi fan e imbestialire l'altra. Come il fatto che tutto il film sembra un pretesto per quell'incredibile piano sequenza in cui i personaggi corrono - letteralmente - di film in film ribaltando in modo curioso e genialoide le prospettive spaziali dell'inquadratura. Tutto il resto è invece più piatto, e in qualche modo - a parte qualche idea sostanzialmente schizzata, come quella della pellicola di Be Kind Rewind stesso che si "magnetizza" - accomodato, così come lo è l'automatizzata struttura narrativa. In un certo modo, insomma, Gondry accetta tutte le regole del gioco, decide di intervenire senza ribaltarle troppo. Essendo sé stesso in un contesto invariato. Una cosa che fa - appunto - arrabbiare molti, fan o meno, e che mi ricorda un caso non dissimile di qualche anno fa: Tim Burton e Planet of the apes.

Ma se vi farete il favore di andare al cinema a cuor leggero, troverete una commedia gradevole e divertente, un testamento analogico che è a suo modo disperatamente cinefilo: ma è un modo opposto a quello che il cinema postmoderno ci ha abituato negli ultimi anni. Ovvero, non è innamorato di ciò di cui son fatti i sogni, ma del materiale - fisico, tangibile, "magnetico", in tutti i sensi - con cui sono costruiti, e sopra cui sono scritti.


Nei cinema dal 23 Maggio 2008


Dopo alcuni aggiustamenti, pare sia sventato il pericolo di avere come titolo l'orribile Rewind - Gli Acchiappafilm: il titolo italiano pare essere proprio Be Kind Rewind, con Gli Acchiappafilm come sottotitolo. Ma sono sottigliezze, no?

La versione italiana è decorosa, o almeno non troppo fastidiosa. L'adattamento dei dialoghi e il doppiaggio, invece, come al solito, prendono parecchie - inevitabili? - cantonate.
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domenica, maggio 11, 2008

Bottle Rocket
di Wes Anderson, 1996


Ignoto ai più dalle nostre parti, Bottle rocket è il film che ha lanciato la carriera di Wes Anderson da una parte - e dei fratelli Luke e Owen Wilson dall'altra - qualche anno prima che i riflettori internazionali puntassero tutte le loro luci su Rushmore e sui Tenenbaum. E se anche risulta più involuto e imperfetto di quei titoli, è ancora irresistibilmente divertente, e possiede una freschezza che ne fa una piccola perla all'interno del vasto panorama del cinema indipendente americano degli anni '90.

Merito del cast, ma anche del talento innato di Anderson, ai tempi ventisettenne. E sarebbe inutile aggiungere che il piccolo film d'esordio del regista texano contiene in nuce molti degli elementi che renderanno così riconoscibile (e amato) il suo cinema successivo. Sia da un punto di vista grafico e compositivo (i carrelli improvvisi, i movimenti di macchina, i ralenti, il gusto proveniente dai fumetti per la composizione dei corpi nell'inquadratura), sia per una narrazione ondivaga e stralunata che fa eco (anche esplicitamente) al cinema di Jarmusch e al primo Godard, sia per elementi che torneranno in tutti i suoi film come veri e propri marchi di fabbrica. Kumar Pallana compreso.

Solita colonna sonora da capogiro dell'habitué Mark Mothersbaugh, accompagnata da alcune perle: un paio di pezzi di René Touzet e persino Zorro is back degli Oliver Onions.


Esiste un'edizione italiana che circola in televisione con il titolo assai poco stimolante Un colpo da dilettanti: purtroppo però non è mai (o ancora) stata pubblicata in DVD.

L'edizione inglese invece si trova a poche sterline: per esempio, su Amazon. Pare però che il master sia insoddisfacente: e infatti presto o tardi vedrà la luce una edizione Criterion.

Il cortometraggio originale dello stesso Anderson, da cui il film è tratto, si trova tutto intero ma a bassa qualità su Youtube.
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mercoledì, maggio 07, 2008

Diary of the dead
di George A. Romero, 2007


E cinque. A quarant'anni dal primo, epocale, La notte dei morti viventi, George Romero aggiunge un altro capitolo a quella che è divenuta quindi "la pentalogia degli zombi". "Saltati" gli anni '90, sostituiti in qualche modo dal poderoso e retroattivo Land, Romero cerca di produrre lo zombie flick definitivo per gli anni zero. E se il suo cinema è sempre stato profondamente (e politicamente) radicato nel presente, Diary non fa eccezione: si tratta infatti di un film sul declino - per ridondanza e conseguente autoconsunzione - dell'informazione mainstream, che aggiorna la riflessione sui media già presente, in nuce, in Dawn.

Ma laddove tutti i film precedenti della "saga" sintetizzavano la riflessione politica - crudelmente satirica - con una capacità di ottenere il massimo dall'effetto orrorifico (rendendo Dawn, per esempio, ancora difficilmente digeribile a distanza di trent'anni, ed è ancora la vetta del cinema horror di tutti i tempi), costruendo intorno ai personaggi esponenziali apocalissi di angoscia, in Diary si fa una fatica tremenda, a volte preccupante, a separare le due cose. Si intenda subito: il problema non è che di film con premesse simili a Diary (che lo apparenta, suo malgrado, con Cloverfield e soprattutto con il romerianissimo [Rec]) ne esce ormai uno a settimana, anche perché le intenzioni di Romero sono molto più chiare e delimitate - come il suo budget - e la maestria del regista non è certo svanita nel nulla da un giorno all'altro.

Il problema semmai è appunto lo scollamento impressionante tra questa rilettura d'autore del teen horror, che grazie a decisi e rigorosi aggiustamenti è qui assolutamente funzionale, e quest'applicazione di tesi forti romeriane al genere stesso - e a quel sottogenere coltivato negli ultimi anni dalle radici (più forti di quanto potessimo immaginare) di The Blair with project. E questo scollamento si palesa nel più banale dei modi: non solo con la "scopertura" dei procedimenti metanarrativi (la trovata scricchiolante della "mummia", per dirne una), ma soprattutto attraverso un'alternanza zoppicante tra il riuscito racconto di una fuga per la sopravvivenza, più consapevole che in passato ma altrettanto disperata, e la sentita necessità di "mettere le cose in chiaro", con molti, troppi segmenti in cui la voce fuori campo di Michelle Morgan ("chiamata" a finire il lavoro iniziato dal suo testardo ma lungimirante fidanzato) spiega per filo e per segno ciò di cui il film - anzi, i film: Death of death e Diary of the dead - tratta.

La soluzione non è solo fastidiosetta e declinata con scelte estetiche discutibilissime, ma ha la conseguenza - con l'inclusione di segmenti televisivi, come visto in infiniti altri horror negli ultimi anni - di riportarci ogni volta all'istanza della comunicazione, rispettando sì alla lettera il credo postmoderno (con una mistura di statuti di realtà che non crea vera confusione, ma che rimane, comunque e sempre, nel territorio della fiction), ma al tempo stesso azzerando la tensione creatasi. Ogni volta si ricomincia da capo, insomma: e in questo modo, spaventare lo spettatore diventa una vera sfida - a volte una sfida vinta: ma davvero, fin da principio, una sfida non necessaria.

In ogni caso, va da sé, come si dice sempre in questi casi, siamo diversi gradini sopra la maggior parte del "cinema horror da scaffale basso" con cui i piccoli studi si tengono in piedi, spesso con budget simili a quello di questo minuscolo, indipendentissimo - e liberissimo - film. Ma in un periodo in cui l'horror stesso se la passa davvero benino, spesso costruendo cose che fanno tesoro proprio dell'impareggiabile esempio romeriano, Diary è un'inattesa e parziale delusione. Perdonabilissima, ma anche tranquillamente accantonabile.

Applausi a scena aperta per l'incipit e per tutta l'inspiegabile sequenza - quasi cartoonesca - del pastore amish sordo.


Da leggere, i pezzi di Manohla Dargis sul NYT e di Nathan Rabin su A.V.Club.

Ah, da noi non esce: mettetevi il cuore in pace. Il DVD inglese invece esce il 30 Giugno.
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lunedì, maggio 05, 2008

Iron Man
di Jon Favreau, 2008


Facciamo finta, pur non potendo o sapendo quanto sia pretestuoso e limitante, di poter dividere i comic-movie statunitensi in due file distinte, in cui, da una parte, troviamo i film con una spessa impronta personale, e dall'altra quella degli adattamenti volti al massimo dell'intrattenimento, più vicini a prospettive circensi che autoriali. In questo senso, possiamo sia dire con tutta tranquillità che Iron Man sia il miglior film tratto dal fumetto di Stan Lee e soci che potessimo sperare, e nella sua fila tra i migliori tout court. Ma - e qui sta la differenza, e il motivo per cui le distinzioni crollano - non solo perché è uno spasso davvero indicibile. Anche se già è stato difficile arrivare alla fine di questo paragrafo senza dire la parola "ficata".

Insomma, Iron man non è solo un baraccone come tutti gli altri altri, ma al contrario possiede un sacco di cosette importanti di cui altrove si sente la mancanza. Prima di tutto, una sceneggiatura vera, di ferro: scritta a otto mani, con dialoghi perfetti e degni di una screwball comedy. Secondo aspetto, e più rilevante, attori veri: in primis un Robert Downey Jr. al solito miracoloso, ma anche Jeff Bridges che sembra uscito fresco da una tavola degli Ultimate e l'adorabile Pepper Potts con cui Gwyneth Paltrow è tornata tutto d'un tratto nelle nostre grazie. Altra cosa, e non meno importante, una vera e decisiva scelta stilistica: quella di non tralasciare tutto il film che sta intorno alle scene action - queste ultime, da far risvegliare i morti. Facendo tesoro del loro substrato da commedia, Favreu e Downey trasformano le parti statiche della saga di Stark in una sorta di divertentissima pochade, con sequenze incredibili come quella cronenberghiana dell'operazione "allegro chirurgo" - e sul graditissimo alleggerimento di tutto il dualismo corpo/macchina attuato da Iron Man (fin dal titolo?) bisognerebbe scrivere un pezzo a parte.

Certo, con un attore come Downey, sbagliare del tutto era difficile: il suo Tony Stark, oltre agli ovvi aspetti personali che con lui condivide e su cui la stampa si sbizzarrisce fin troppo, è davvero un personaggio eccezionale proprio perché antitesi del modello marveliano riportato in auge dai Batman burtoniani e dagli Spiderman di Raimi. Ovvero, l'eroe compassato, il perdente alla rivalsa o il vincente demolito dai complessi. Invece il sotteso dilemma del geniale e spocchioso Tony Stark - che, va bene, è edipico pure qui - è secondario rispetto alla sua strabordante personalità: un tale abnorme narcisismo da ributtare alle ortiche tutte le manfrine sulla responsabilità civile dei propri poteri - che in un film così volutamente scoppiettante sarebbero stati fuori posto - con una chiusa, poi, da mettersi in piedi sulle poltrone e sbraitare.

Qualche paura dell'ultim'ora, nonostante l'acclamazione globale, c'era eccome: vuoi per la paura di un eccesso di hype, vuoi per l'inesperienza di Favreau, vuoi per un personaggio che avrebbe potuto raschiare nella peggio retorica patriottica e/o antimilitarista - qui lasciate del tutto a un funzionale secondo piano. E invece, guardate che roba. E invece, guardate che senso del ritmo, del racconto, che stile. E invece, lasciatemelo dire, guardate che ficata.


Rimanete fino alla fine dei titoli di coda. Fidatevi.
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lunedì, maggio 05, 2008

Teeth
di Mitchell Lichtenstein, 2007


E' facile fare battute di spirito su un film che racconta di un'adolescente che scopre di avere la vagina dentata, lo è già meno determinare in che modo il film in questione riesca a cogliere pienamente nel segno - ed è il caso di Teeth. Perché il film d'esordio del figlio di Roy Lichtenstein (già attore, e non propriamente un ragazzino) è un'operetta piccola piccola ma davvero sorprendente, sia per il modo in cui è realizzato sia per i temi che solleva. E non sorprende affatto che abbia fatto parlare tanto di sé - nonostante sia un film prevedibilmente sundanciano, per molti versi - alla sua presentazione al Sundance nel 2007.

Oltre a essere infatti un film di genere molto riuscito, una sorta di timido slasher che gira intorno a fobie arcinote come lo stupro e la castrazione, ma costruito su un irresistibile miscuglio di gore e sarcasmo, cinismo e ironia (aiutato dall'enorme centrale nucleare iperrealista che incombe sui sobborghi dove è ambientata la storia), è anche una riflessione per nulla banale su un argomento che negli States è sempre molto caldo: ovvero, le lacune di educazione sessuale in contesti, spesso provinciali ma non solo, in cui è forte l'ingerenza del pensiero integralista - in questo caso, quello cattolico. Non un tema leggerissimo, quindi: ma affrontato con grande chiarezza e senso dell'umorismo.

Quello che ne esce è un film insieme divertente e sottilmente inquietante, schematico nella costruzione dei personaggi ma mai banale nella rappresentazione dei loro rapporti (quello tra Dawn e il fratellastro, per esempio), e dominato dalla performance-rivelazione, divertita ma impeccabile, della semi-esordiente ventiseienne Jess Weixler. Comunque sia, aspettatevi qualche brivido in più se avete (o se avete ancora) un pene tra le gambe, e un tifo sfegatato per la nostra sfortunata eroina in caso contrario.


Il DVD americano Regione1 sarà in vendita su Amazon tra poche ore.

E se volete anche voi una vagina dentata, accomodatevi.

Ne ha parlato anche hellbly.
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mercoledì, aprile 30, 2008

Shoot 'em up
di Michael Davis, 2007


Fermiamoci un attimo, e riflettiamo: vogliamo davvero prendere sul serio un film che si intitola programmaticamente come una delle più celebri categorie di videogame? Un film del regista di Monster man? Un film in cui il protagonista, come prima cosa, ammazza un cattivo ficcandogli una carota in gola, che trapassa la nuca, e dicendo poi "eat your vegetables"? La mia risposta è ovviamente un rumoroso no.

Questo non vuol dire che non se la si possa godere in santa pace: se avessimo scartato Crank solo perché era improbabile e esagerato, ci saremmo persi una roba come Crank. Ma il film di Neveldine e Taylor aveva uno stile che l'inglese Davis nemmeno avvicina, e Shoot 'em up non è che un altro divertito tentativo - un po' ritardatario - di fare l'action-cartoon definitivo. Con le carote di Bugs Bunny, appunto, ma anche con una sequela di situazioni inverosimili ed esagitate che non rasentano affatto il ridicolo, ma ci sbattono volutamente dentro tutta la testa.

Posto questo, mi risulta difficile condannarlo in toto: è un'allegra puttanatina, e se l'idea di costruire l'intera sceneggiatura sulle catch phrase per ironizzare sulle catch phrase stesse è già vecchiotta e annoia in fretta, almeno non è dannoso come altri titoli simili. Anzi, è un cinemino abbastanza innocuo, scemo e giocherellone, e finché il gioco tiene (direi per una mezz'oretta, poi si comincia a guardare l'orologio - mi rendo conto che in un film di un'ora e venti non sia il massimo) ci si diverte quanto basta.

Monica Bellucci, se vi farete il favore di vederlo in lingua originale, ha un modo di dire vaffanculo pezzo di merda che non può non conquistare. Paul Giamatti per quella battuta su Sideways è meglio che vada a nascondersi. Colonna sonora da denuncia penale: no, dico, Breed?


Imperdibile e già storica la contro-recensione di Blueblanket.
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martedì, aprile 29, 2008

Lontano dal paradiso
(Far from heaven)

di Todd Haynes, 2002


"I've learned my lesson about mixing in other worlds. I've seen the sparks fly. All kinds."

Tra i casi più clamorosi di omaggio cinefilo applicato a una sceneggiatura originale (dello stesso Haynes), Far from heaven fu, qualche anno or sono, la conferma che il regista di Velvet goldmine era ben più che un'interessante mina vagante del cinema americano, e molto più che un nome da tenere d'occhio - promessa di recente mantenuta con l'eccellente I'm not there.

Su cosa sia e su cosa racconti e su cosa rappresenti Far from heaven è inutile spendere troppe parole: Haynes restituì alle sale lo splendore dei melodrammi di Douglas Sirk, ma facendo affiorare alla superficie, ed esplodere infine (ma con un garbo e un tatto quasi miracolosi), tutti quei caratteri che in film come Lo specchio della vita erano - per motivi di ordine culturale, e non solo - soltanto sotterranei. In particolare, conflitti di classe legati al confronto razziale, alle dinamiche di coppia, alla repressione sessuale, e alla questione femminile.

Accompagnato dall'incredibile tappeto sonoro di Elmer Bernstein (che non fece che riproporre i suoi stessi stilemi, quasi 50 anni dopo - e superandosi) e dalla fotografia davvero filologica (l'uso del colore, dei dolly, delle sghembe) di Edward Lachman, uno tra i più enormi film sull'incontro, lo scontro e il collasso di mondi differenti - e un'opera di sensazionale, millimetrica, smodata, svergognata meticolosità. Eppure, spudoratamente commovente.
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lunedì, aprile 28, 2008

Rushmore
di Wes Anderson, 1998


"I understand you're a neurosurgeon."
"No, I'm a barber, but a lot of people make that mistake."


Qualcuno la potrà pure chiamare maniera, da qualche parte del globo, ma a pochi giorni dall'uscita in Italia dello stupefacente The Darjeeling Limited, rivedere - oppure, come nel mio caso, vedere per la primissima volta - il secondo film di Wes Anderson, cult planetario vecchio ormai di 10 anni secchi, e trovarlo mosso dallo stesso spirito, le medesime impellenze, lo stesso inconfondibile stile, la stessa immutata e irresistibile idea di cinema, per quanto mi riguarda è davvero qualcosa che dà conforto.

Rushmore, poi, è davvero (paradossalmente, nella sua identità) un'autentica sorpresa: ambientato nella prestigiosa accademia eponima, segue senza perdere nemmeno un colpo, con un'empatia assoluta - forse più "vicina" ai suoi personaggi di quanto non lo siano gli ultimi film di Anderson - lo svolgimento dell'anno scolastico e le alterne vicende di Max Fischer (l'allora diciottenne ed esordiente Jason Schwartzman), un quindicenne sconsideratamente ardimentoso, ma brillante e pieno di talento, scatenate dall'impossibile infatuazione per una professoressa di inglese interpretata da Olivia Williams e dalla bizzarra amicizia con il ricco e frustrato padre di famiglia Herman Blume - un eccezionale Bill Murray, che proprio a questo film deve la sua "rinascita" dell'ultimo decennio.

Tra le altre - tantissime - cose, uno script che è una vera e propria miniera d'oro ("I saved Latin. What did you ever do?", "I always wanted to be in one of your fuckin' plays") e, come in ogni film del regista texano, una vera manna per gli appassionati del wesandersonverse: dalla sequenza di presentazione di Max (replicata poi in The Royal Tenembaum), all'ossessione per Jacques Cousteau, alla presenza sorniona di Kumar Pallana, a quella tristezza negli occhi che nemmeno i colori e le musiche e gli innumerevoli carrelli potranno mai portar via ai personaggi - in un cinema che è sempre sostanzialmente malinconico, e in cui la catarsi non è che un tiepido sorriso temporaneo.

Impressionante la colonna sonora di Mark Mothersbaugh, condita da una sequela altrettanto spaventosa di brani, tanto noti quanto sempre appropriati, dai Creation agli Who, da Cat Stevens a John Lennon. Possederla è un dovere civile.


Il film non è reperibile nel nostro paese, ma l'edizione inglese è praticamente gratis, e ha pure i sottotitoli italiani. Non avete scuse. Se volete spendere due lire in più, c'è la solita eccellenza di Criterion Collection, nei cui extra tra le altre cose si trova questa cosetta meravigliosa realizzata dal cast in occasione degli MTV Movie Awards nel 1999.

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lunedì, aprile 21, 2008

In amore niente regole
(Leatherheads)

di George Clooney, 2008


Ci avevano colti di sorpresa, i primi due film di George Clooney: il primo era un film originale, entusiasmante e molto coraggioso, che sfruttava al meglio lo script di Charlie Kaufman e il volto di Sam Rockwell, mentre il secondo era apparentemente del tutto diverso, molto più classico e un poco manierista, ma innegabilmente riuscito quanto universalmente acclamato. Si vedevano, più che intravedersi, doti di impressionante eclettismo, inaspettate in quello che dapprima si pensava essere un attore prestato al mestiere di regista.

Due considerazioni sparse, partendo proprio dal fatto che Clooney si è dichiaratamente stufato di fare solo il cinema di ostentato impegno che per lui ha significato una sorta di seconda giovinezza: la prima è che ciò non leva affatto a questo suo terzo film una parte nel preciso percorso tematico del suo cinema. Che tratta sempre il medesimo tema, o almeno inserito in un medesimo contesto: quello di un'intera nazione (e di un secolo) alle prese con una sostanziale perdita dell'innocenza, incorniciata da grandi mutazioni sociali o economiche, dentro la quale i singoli personaggi si muovono proclamandone la morte, il canto del cigno, e un'eventuale rinascita.

La seconda considerazione, ahinoi più importante, è che la sua "voglia di leggerezza" non gli può far perdonare in toto un film del genere: Leatherheads è un film piacevole ma sostanzialmente medio, se non mediocre, garbato ma insopportabilmente privo di un interesse che vada oltre alla smorfia buffa, al tiepido omaggetto cinefilo, alla puntigliosa ricostruzione storica, e in cui il massimo obiettivo raggiunto è quello dell'ossessiva perizia scenografica - dote che in un regista assai capace come Clooney non ci interessa granché, e dei cui sentori, sottilmente onanisti, era già colmo Good night and good luck.

Il film perfetto per una serata divertita e smaliziata che avremmo potuto passare altrove.
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lunedì, aprile 14, 2008

Penelope
di Mark Palansky, 2006


Girato interamente in Inghilterra e presentato al festival di Toronto più di un anno e mezzo or sono, ma uscito nei cinema statunitensi soltanto da poche settimane per colpa dell'abbandono dei diritti da parte degli Weinstein e della IFC, Penelope è l'esordio alla regia di un ex assistente di Sir Michael Bay, nonché di una sceneggiatrice (Leslie Caveny) che viene da buona televisione, soprattutto dall'acclamato Everybody loves Raymond. E dell'esordio, Penelope mantiene alcuni pregi e molti difetti.

Se da una parte c'è senz'altro una coinvolgente freschezza, e la capacità di non prendersi troppo sul serio, giocando molto con i cliché della fiaba e del cinema fiabesco, è anche vero che la natura fortemente derivativa del film dà qualche problema. Un esempio calzante sono le musiche: il compositore inglese Joby Talbot viene da League of gentleman, e mostra di conoscere bene i meccanismi della rilettura "ironica" di un genere. Là l'horror riletto in tono demenziale, qui la fiaba gotica - o mitteleuropea - nell'incontrastato zuccheroso regno di Amélie Poulain. Ma molti sono i momenti in cui le sue melodie non fanno che aggravare la sensazione che Penelope voglia essere a tutti i costi - a tratti in modo piuttosto esplicito, non bastassero la spinta londonizzatrice e la presenza di Catherine O'Hara- il più burtoniano possibile.

Senza sottolineare eccessivamente i difetti del film, ché su un filmettino così naif, inoffensivo e piacevole - e quindi sommariamente indifeso - non mi va di sparare, sono molte le cose che lo salvano, spesso in corner e altre volte con una parata convinta. Come il ritmo e la durata, adeguatissimi, il cast mezzo inglese e mezzo americano e il conseguente - e divertitamente ingiustificato - miscuglio di accenti, alcune partecipazioni marginali (il mefitico Burn Gorman di Torchwood, Reese Witherspoon, la presenza silenziosa del wrightiano Nick Frost). E poi, la performance di Peter Dinklage, che si dimostra attore di grande rilievo, ben oltre le solite macchiette da "little person" (anche se quando compare nel film è nascosto in un armadietto), e la cui malinconia "sporca" il finale di una palpabile sensazione: che nel mondo della diversità e dell'emarginazione, l'happy end non sia che una miracolosa e poco credibile eccezione.

James McAvoy però è davvero insopportabile come dicono: ammirevole il suo impegno nel voler mandare tutto a puttane con la sua imbarazzante interpretazione del principe azzurro spiantato e truffaldino. Christina Ricci è uno splendore, pure col naso da porco.


Il film uscirà senz'altro nel nostro paese: difficile al momento dire quando, e chi.
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mercoledì, aprile 02, 2008

Finishing the Game: The Search for a New Bruce Lee
di Justin Lin, 2007


Curiosa carriera, quella di Justin Lin: se da una parte è il regista di Annapolis (enorme successo nel mercato dei DVD) e del terzo Fast & Furious, dall'altra sta portando avanti una piccola filmografia di film indipendenti che si rifanno più specificamente alle sue origini taiwanesi e al suo senso di appartenenza alla comunità asiatica della West Coast. Esperienza condivisa con un gruppo di affiatatissimi attori (Roger Fan, Sung Kang, Dustin Nguyen), gli stessi peraltro con i quali esordì qualche anno fa con Better luck tomorrow.

Finishing the game è un period mockumentary ambientato a metà degli anni '70 (decennio ricreato con gusto e senso dell'humor attraverso vestiti, atteggiamenti, make-up, musiche) su una sciancata casa di produzione che, ritrovatasi tra le mani 12 minuti di girato di Game of death, l'ultimo film di Bruce Lee mai completato, cerca di monetizzare il più possibile e organizza un casting. Si presenta una marmaglia di americani asiatici, perlopiù improbabili, tra i quali un inesperto regista ventenne dovrà scegliere "il nuovo Bruce Lee", con l'aiuto (e l'ostacolo) della casting director interpretata da Meredith Scott Lynn.

Difficile non voler bene a Finishing the game, per come mescola l'aria frizzante del film girato tra amici senza prendersi troppo sul serio con una sceneggiatura assolutamente calibratissima (che cerca pure di buttare qualche esca, con ironia e autoironia, sulla condizione delle comunità asiatiche negli States e sul loro ruolo nel mondo dell'entertainment) e una confezione appropriata - filologica, direi - che riaggiusta il budget ridotto. E si fa voler bene anche per alcune sequenze davvero memorabili: il primo cold reading ("You offend me, you offend my family!"), tutte le presentazioni iniziali, l'incredibile serie Golden Gate Guns con James Franco e Dustin Nguyen ("I ain't gonna do your laudry!"), l'incredibile monologo del poliziotto su cui ancora un po' e mi accasciavo a terra in lacrime.


Non è prevista ad oggi una data d'uscita italiana.
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martedì, aprile 01, 2008

Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited)
di Wes Anderson, 2007


"I love the way this country smells. I'll never forget it. It's kind of spicy."

Si può dire quello che si vuole, a Wes Anderson: che è un venditore di fumo, che è glaciale, che a riscoprire sé stessi coi milioni in banca son buoni tutti, che è equo e solidale e/o terzomondista, che è manierista, o addirittura che è solo un gran paraculo: ma non c'è proprio nessuno, e già basterebbe, che giri come lui. Con questa precisione, con questa fissazione per l'uso della macchina da presa come elemento compositivo - allucinata, avvolgente, svonvolgente e morbosa - che si tratti una perfetta stasi o i suoi insistiti ma ancora irresistibili movimenti rallentati e analitici.

Ma  The Darjeeling Limited non si ferma alla tecnica né tantomeno all'ossessiva riproduzione di uno dei più esaltanti e maniacali storyboard degli ultimi tempi, che ne fanno - curiosamente, ma non a caso, vista l'ambientazione - un vero e proprio film su rotaia: Anderson recupera infatti del tutto con questo film la sua capacità di raccontare una storia, che in Steve Zissou si era un pochetto annacquata, e pur rimanendo un maestro dell'apparentemente inessenziale fa piazza pulita degli orpelli secondari - per esempio da quell'altra storia, un bivio narrativo eliminato fin da subito dallo script, con un colpo di scopa - lasciando in campo questi tre ricchi e infelici fratelli, ritrovatisi non senza un certo sforzo sul treno che porta al Darjeeling, pronti a riscoprire la necessità della riconciliazione.  E a riscoprirla - tema per nulla nuovo ma trattato con chiarezza - attraverso il valore, altrove negletto, del rito.

E The Darjeeling Limited è un film che ammalia profondamente, pur nella sua progettuale (andersoniana?) freddezza: grazie a un cast illuminante (persino Adrien Brody funziona, anche se Owen Wilson ruba perlopiù la scena) e a una sceneggiatura (scritta da Anderson con Roman Coppola e Jason Schwartzman) che non lesina finezze e perfezionismi ma che si mantiene sempre su un equilibrio preziosissimo tra l'esibizione di intelligenza e ironia raffinatissime (se uno le ha, perché celarle?) e un'invidiabile capacità di sintesi: come il flashback improvviso, racconto che si inserisce nel racconto (non l'ultimo dei giochi metanarrativi proposti dal trio) e che ne segna il punto di svolta: "How can a train be lost, it's on rails!", dice Jack, e così, anche il film su rotaia si perde e infine si ritrova. E il risultato, quasi miracoloso, è che il film scalda, eccome - basti pensare alla scena sottolineata da Play with fire degli Stones: roba così e ti vien voglia di alzarti e applaudire in lacrime - e scalda di un calore interno, spontaneo e a tratti persino violento, quello delle cose fatte come si deve, dalla testa ai piedi. Forse era davvero sincero, questa volta?


Un discorso a parte andrebbe fatto su Hotel Chevalier, il cortometraggio con Jason Schwartzman e Natalie Portman che precede il film. Visione in qualche modo "separata", ma assolutamente propedeutica al film vero e proprio: un piccolo film a sé stante, sensuale, acuto, e tutto giallo. Di indeterminabile bellezza.

Nei cinema dal 2 Maggio 2008


Nota di costume: all'anteprima dove l'ho visto (la prima volta: è seguita poi una visione "casalinga", a breve distanza), Hotel Chevalier è stato proiettato per errore due volte, di seguito. Eppure nessuno nella sala ha fatto una piega. Ci sarà una ragione? E se davvero c'è, per caso rimane senza mutandine?

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lunedì, marzo 31, 2008

Walk hard: la storia di Dewey Cox (Walk Hard: The Dewey Cox Story)
di Jake Kasdan, 2007


"The wrong kid died, the wrong kid died, la la la".

Alla necessaria premessa che di Walk Hard esistono due versioni, probabilmente molto differenti, ovvero quella per le sale (96 minuti) e quella per il mercato DVD (120 minuti), scelta ormai abituale in un mercato come quello delle sale statunitensi dominato da un pubblico perlopiù pigro e distratto, e che in questa sede si parla della seconda, e altresì della sua edizione in lingua originale, non minata dal certo impoverimento dell'adattamento italiano, bisognerebbe aggiungere quella per cui il nostro mercato dimostra una volta di più la sua risaputa cecità, per la quale, all'interno di una sorta di macrogenere qual è ormai la Apatow comedy, si investe molto di più su titoli meno riusciti come Knocked up e 40 year old virgin, maltrattando o ignorando piccoli miracoli quale fu, per esempio, Anchorman, e quale, appunto, è Walk Hard, uscito venerdì in sole 10 sale, davvero pochissime per una "commedia demenziale" - si notino le virgolette - forse per il poco appeal che un attore enorme come John C. Reilly può avere dalle nostre parti, e per dire tutto ciò non ho avuto bisogno nemmeno di un punto.

Perché appunto, Walk hard è davvero uno di quei rarissimi casi in cui un'idea tutto sommato balzana, quella di scimmiottare il biopic musicale, genere tra i più in voga soprattutto nell'ampia categoria degli Oscar movie, diviene, per una sorta di inspiegabile alchimia, qualcosa di più che un film divertente (e qui parliamo di risate continue, quasi dolorose) e riuscito. Ma è spiegabile, in verità: ci si mette soprattutto il fatto che il protagonista è un Attore Vero, che non cannibalizza la scena, come un Will Ferrell per dire, ma che recita. Davvero. E ci si mette pure una confezione del tutto appropriata, un ritmo che non conosce tregua, un utilizzo opinabilmente geniale ma obiettivamente spassosissimo dei cameo "amichevoli" (Jack White e Frankie Muniz che fanno Elvis e Buddy Holly, in primis, ma anche i quattro liverpooliani Jack Black, Justin Long, Paul Rudd e Jason Schwartzman non scherzano), e in cima a tutto una scrittura - tutta farina del sacco Kasdan e Apatow, sceneggiatori e produttori - che conosce momenti di notevolissima grazia, anche a prescindere dal livello "ironico". Vale a dire: Walk hard, cosa assai inusuale per una parodia, funziona anche come film di per sé.

Da qualche parte di parla di Walk Hard come di uno spoof di Walk the line, forse per la popolarità del suddetto film o perché la parte "cashiana" è la più lunga e rilevante: ma è un peccato impoverirlo così. No, Walk Hard è un vero e proprio florilegio dei cliché e dei topoi del cinema biografico, raccolta quasi ossessiva nella sua divertita completezza, con Reilly che con un trasformismo impressionante diventa non solo Johnny Cash ma anche Bob Dylan, Jim Morrison, eccetera, e soprattutto Brian Wilson - in una lunghissima sequenza, ambientata in un casolare tra asini canterini e tappeti elastici, che è già tra i vertici della commedia americana contemporanea. Non solo perché fa ridere, eccome, ma perché ci sta tutta: come fosse quasi il miglior biopic su Brian Wilson possibile. Perché Walk hard è ben più che un'analitica antologia, altro che un freddo sberleffo: come le migliori parodie hanno insegnato, dietro lo scherno si nasconde l'omaggio, dietro l'irrisione l'affetto.

Una delle più belle sorprese della stagione, a oggi la migliore commedia del nostro 2008.

"I want fifty thousand digeridoos!"
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lunedì, marzo 24, 2008

Meet the Spartans*
di Jason Friedberg e Aaron Seltzer, 2008


"Stop kicking people into the pit of death! Honestly!"

Non è che io voglia pormi sempre di fronte a voi sempre come il martire che si sacrifica per un bene comune: ma quando ci vuole, ci vuole. Perché, per quanto voi siate nella "necessità di farvi due risate spensierate", oppure qualche altra scusa con cui qualcuno potrebbe giustificare l'essere entrato in sala a vedere questa roba, ve lo assicuro, voi non volete vedere questa roba.

Se dopo Date movie e Epic movie (ogni fottuto anno mi ostino a vedere i film di Friedberg e Seltzer con una pervicacia che nemmeno io stesso so spiegarmi) non si poteva nemmeno immaginare di andare più in basso, ecco Meet the Spartans. Ma la parodia di 300, basata quasi unicamente sulla geniale intuizione "gli Spartani sono tutti froci" spalmata in svariate declinazioni, è il solito pretesto per una sorta di penosissimo riepilogo della pop culture del 2007, destinato peraltro quasi unicamente alla massa sconfinata di ragazzini, di etnie sparse, schiavi dell'obesità iperglicemica da junk food e della cattiva televisione, che popolano la periferia americana e tengono in piedi la sua instabile economia spendendo i soldi che i loro genitori non hanno già più. Quasi 10 minuti di parodia di Stomp the yard in un film di 60 minuti secchi (venti e passa minuti di titoli di coda? Ebbene sì) e ben due gag in cui Carmen Electra fa ancora il troione al ralenti non possono essere spiegati in altro modo. 55 milioni di dollari? Come biasimarli.

Sembra un discorso da vecchio bacucco, ma se vedrete il film capirete cosa voglio dire, al di là del fatto che di cinema, anche qui, si parla sempre meno: è molto più facile (e redditizio) tirare in ballo prodotti televisivi di cui difficilmente il pubblico italiano (anche l'equivalente italico del target) comprenderà la ridicola invocazione: American Idol, Deal or no deal, America's next top model. E come se non bastasse: Paris Hilton, Britney Spears e signora, i cantanti di American Idol, la giuria di American Idol, il budello di tu' ma' di American Idol, Ugly Betty. Per capirci, c'è persino quel tizio che frignava sotto le coperte su Youtube. Primo, chi se ne frega. Secondo, che schifo. Ma il cinema comico non ha mai ammazzato nessuno, né tantomeno lo spoof: l'importante è farlo bene, o quantomeno benino. Se l'ultima cosa di cui l'umanità alla deriva ha bisogno è una sequela di gag che non fanno ridere, ancor peggio - e qui il definitivo "stacco" che rende Meet the Spartans qualcosa di assolutamente differente da un'Opera Di Intelletto - è sentire una voce che mi spiega la battuta e/o il riferimento. Non che mi dice ridi qui, ma che mi dice perché dovrei ridere.

Un breve esempio: Serse è interpretato da Ken Davitian, che in Borat era il produttore che accompagnava il protagonista. Leonida lo vede dice: "Ehi, he looks like the fat guy from Borat!". Ah. Beh, è tutto così.

Comunque sia, ormai il cinema di Friedberg e Seltzer ha preso una piega ben precisa, con un suo orribile linguaggio assolutamente costituito e definito, e anche con il suo bel percorsino (discendente): in fondo, di cosa si parla se non di autorialità? Friedberg e Seltzer sono due veri e propri Autori della decostruzione cinematografica. Ma non nel senso di decostruzionismo, no: nel senso che, il cinema, lo stanno distruggendo.


*il film uscirà nelle sale il 24 Aprile con l'impressionante titolo-baratro 3ciento - Chi l'ha duro... la vince. Dico sul serio. Il titolo assumerà comunque questa o quella sfumatura, a seconda del recente esito elettorale.
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mercoledì, marzo 19, 2008

I padroni della notte (We own the night)
di James Gray, 2007

Nella lividissima Brooklyn del 1988, il gestore viveur di un locale tanto alla moda quanto malfrequentato, trovatosi di fronte alla paura, alla tragedia e alla morte, è costretto a rivedere tutte le sue convinzioni sulla morale e sul senso della famiglia. Dall'altra parte, appunto, la famiglia: un branco di sbirri, peraltro, capitanati da un padre poco comprensivo e affranto, e da un fratello eroico e noioso. Ma qual è la strada da percorrere, e quali i sacrifici da compiere per riscattare sé stessi e la propria esistenza?

Nell'affrontare questo percorso, non si può dire che We own the night accolga in sé le sfumature le grigio: ci si schiera apertamente e con violenza ci si scaglia, si colpisce e si taglia. Gray è fermo, fermissimo, nel dichiarare l'esistenza - la necessità, forse - di una morale superiore, che si identifichi pure con una divisa. Ma se anche l'opera terza di Gray è un film reazionario, questo non fa di We own the night un Cinema reazionario: è anzi intelligente nell'accogliere il peso, enorme come un macigno, dei movimenti classici (la caduta e l'ascesa, la sconfitta e la rivalsa), donando poi a tutta la seconda parte quest'incredibile aria funebre, funerea, mortifera, e via di sinonimi, che non può che far suonare qualche campana nelle orecchie di chi sa sentire.

Perché alla fine il riscatto c'è, ma è soffocato dal sacrificio, perché l'equilibrio ritrovato è azzittito da un volto che appare e scompare tra la folla, e da lacrime che se anche stavan per uscire - forse non ne son più capaci.
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mercoledì, marzo 19, 2008

The girl next door
di Gregory Wilson, 2007

Per non far confusione con l'omonima commediola di qualche anno fa con Elisha Cuthbert, è bene raccontare brevemente di cosa si tratta. Anche perché qui c'è poco da ridere.

Nel 1965 Sylvia Likens, un'orfana sedicenne di Indianapolis, venne segregata e torturata dalla donna a cui era stata data in affidamento, Gertrude Baniszewski, con l'aiuto dei suoi figli e di alcuni ragazzini del vicinato. A questi fatti tragici, molto noti negli States anche a livello di immaginario, si ispirò Jack Ketchum nel 1989 per il libro di semi-fiction (da noi inedito) The girl next door, da cui è tratto questo film, uscito direttamente in DVD lo scorso Dicembre. Direttamente ai fatti è invece ispirato il film An American Crime (con Catherine Keener e Ellen Page) che ha fatto molto parlare di sé al Sundance dell'anno scorso, e che pare sarà proiettato direttamente in tv, sulla rete via cavo Showtime.

The girl next door ha molto della produzione straight-to-video: ha quella patina che rivela la carenza di mezzi, i volti e le performance che lo popolano sono quelle del cinema di serie B, la pellicola è tagliata con l'accetta e cauterizzata da una spietata essenzialità. Ma per una volta, è difficile indicare queste cose come difetti: sono anche l'ingenua prevedibilità con cui è descritto il microcosmo del sobborgo borghese americano (Stephen King l'ha definito "il lato oscuro di Stand by me"), i capelli dei ragazzini colmi di brillantina, le birre e le sigarette davanti alla tv, a far sì che sia così terrificante il passaggio in cantina della seconda parte del film.

Ma se il film di Wilson riesce a colpire così a fondo è proprio perché non si limita a opporre una prima parte "solare" a una "notturna", ma fa sì che la luce e il buio si compenetrino, donando alla vicenda ulteriore inquietudine e un senso di oppressione e di angoscia che non lascia scampo - sia quando siamo costretti a immaginare cosa succederà (ancor peggio, si suppone che lo si sappia fin da principio), sia quando siamo costretti (con un uso del fuoricampo saggio e scaltro insieme) a vedere. In ciò è assolutamente essenziale il punto di vista del giovane David, combattuto tra la rivalsa, il terrore, l'eroismo, e la più morbosa scoperta del desiderio.

Un piccolo film, forse imperfetto e minore, ma onestamente inquieto e scomodo - quando non più propriamente un pugno nello stomaco.

Difficile, SKY permettendo, che vedremo mai questo film dalle nostre parti: se vi interessa davvero molto e se le regioni non sono un problema, si può aquistare qui.

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lunedì, marzo 17, 2008

Jumper
di Doug Liman, 2008


Va bene che se affidi un film del genere a uno come Doug Liman è difficile aspettarsi qualcosa di più che del tiepido mestiere, ma davvero era tutto qui quello che si poteva fare dall'eccitante - e vecchiotto - romanzo di Steven Gould? Perché Jumper è davvero un film insoddisfacente: non tanto perché manchi lo spettacolo di per sé, i saltoni, la figaggine del teletrasporto, gli whoo!, ma perché è tutto accennato, frettoloso, in definitiva noiosissimo - grado zero della sintesi spettacolare hollywoodiana - e quello che viene in mente durante la visione del film è soprattutto è tutto qui?

La cosa più interessante, peraltro, è proprio il modo in cui i "salti" dei jumpers vengono a coincidere nel testo con artifici della rappresentazione filmica: in pratica, i "salti" sono una sorta di jump cut trasferiti nell'universo narrativo, che permettono ai personaggi, tra le altre cose, oltre a fare cose fichissime e la maggior parte delle volte assolutamente idiote e ingiustificate, di "saltare le parti noiose". E allo stesso modo questi sono i modi di un fare cinema infantile e stupido, che ha paura di ogni singolo momento di quiete (che non sia romance) e che affastella corse e lampi e tuoni, come se bastasse non fermarsi mai a nessun costo per far scoppiare il cuore alla gente. Ci vuol ben altra mano.

E tutto questo invece di sfruttare il fascino potenziale della vicenda? Jumpers contro Paladini fin dai tempi del Medioevo? E mi bruci una roba così in 20 secondi di sceneggiatura per far spazio a più Samuel Jackson con i capelli bianchi? Goyer, Uhls, Kinberg: non vi vergognate, alla vostra età? Nemmeno Rachel Bilson riesce a farci distogliere lo sguardo e il pensiero: ma forse è quel cane di Hayden Christensen a essere contagioso, visto che i loro duetti sono tra le cose più imbarazzanti ancora in libera circolazione sugli schermi. Diamine, Hayden Christensen è come Re Mida, ma invece dell'oro c'è la Pessima Recitazione.

Qualcosa più di un'occasione perduta, o forse soltanto un peccatuccio veniale. Ma tranquilli, vedrete un sequel entro tre anni, mese più mese meno.
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