mercoledì, aprile 02, 2008

[REC]
di Jaume Balagueró e Paco Plaza, 2007


Se un annetto fa mi avessero detto che uno zombie movie diretto da Jaume Balagueró avrebbe attirato su di sé questa decisa massa di consenso, probabilmente ne avrei sghignazzato. Avrei potuto pensare semmai a un abbaglio dovuto ai tempi correnti - anche per via degli zombi, ma soprattutto per la scelta di girare il film interamente dal punto di vista di una ripresa semi-amatoriale (qui il reporter di una tv locale), con tutto quello che ne consegue (confusione degli statuti, real time illusiorio, eccetera).

E invece Rec ha anche tutta la nostra simpatia, ed è roba che ci piace: perché è un film fresco, velocissimo, divertente, per nulla stupido e davvero ma davvero pauroso. E poi, perché sceglie la strada migliore per riuscire a rimettere in carreggiata un progetto à la Blair with project. Ovvero, non cercando di amplificarlo o di superarlo o di rinnovarlo, ma asciugandolo al massimo, levandogli di dosso più orpelli teorici possibili, cercando più semplicemente di applicarlo in modo migliore. Soprattutto sotto il punto di vista dell'intrattenimento. E riuscendoci.

Per ottenere il massimo effetto, se sapete lo spagnolo ma anche se lo masticate un pochetto, riguardatelo in versione originale, senza sottotitoli, con buio pesto e cuffie insonorizzate al massimo volume. Poi non dite alle vostre coronarie che non vi avevo avvertito.
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lunedì, marzo 17, 2008

The orphanage (El orfanato)
di Juan Antonio Bayona, 2007


Scritto da Sergio G. Sánchez e diretto da Juan Antonio Bayona, entrambi all'esordio nel lungometraggio, e prodotto da Guillermo del Toro, che dà una certa impronta al film - ma soprattutto in materia di riferimenti, di ispirazione - El orfanato è uno dei film di maggior successo in patria nella storia del cinema spagnolo, è vincitore di ben sette premi Goya (nell'anno in cui i principali li ha presi La soledad), e non ha ancora una distribuzione nel nostro paese.

Robustissima ghost-story sul senso di abbandono e sulla perdita, condita con un mucchio di bambini inquietanti e una fantasmagoria che riconduce a un'affascinante concezione elastica della compresenza spazio-temporale, El orfanato si inserisce nel percorso di recupero e rinnovamento di un cinema fantastico dai toni cupi e pessimisti (ma dall'infinito potenziale commerciale) già intrapreso da registi come Amenabar e dallo stesso Del Toro - un cinema in cui l'unica fuga da un fato violento e spietato appartiene al mondo dell'immaginazione e che gioca ancora con astuzia e maestria con i materiali del cinema di genere - spagnolo ma non solo - del passato e del presente.

Curatissimo negli aspetti tecnici (scenografie, fotografia, costumi) e, soprattutto, impressionante nella gestione del suono e degli effetti sonori - veri e propri propulsori dei non pochi spaventi - il film di Bayona non sarà forse la pietra d'angolo del cinema spagnolo contemporaneo (e leggermente inferiore ai suoi modelli recenti), ma è comunque un film eccellente, emozionante e persino straziante nella rivelazione dei segreti che si celano dietro le mura della "casa stregata", nonché la conferma (corroborata dai fatti, e da un prossimo remake) che l'attenzione destata dal cinema spagnolo recente non era una fioca lanterna, ma una lucciola viva e pulsante.

Fa un certo effetto vedere quali sono i film locali che sbancano il botteghino in un paese come la Spagna (stiamo parlando di 8 milioni e mezzo di euro nel primo weekend, 25 milioni tra Ottobre e Gennaio) e quali sono i nostri. Come se non bastasse Zapatero a farci schiattare d'invidia.
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giovedì, agosto 03, 2006

Spia + spia - Due superagenti armati fino ai denti (La gran aventura de Mortadelo y Filemón)
di Javier Fesser, 2003


Dal titolo non si direbbe, ma il film live action di Mortadelo y Filemón, personaggi di un celebre fumetto nato in Spagna negli anni cinquanta dalla penna di Francisco Ibáñez, e uscito in Italia a metà Luglio senza che nessuno se ne accorgesse, è il secondo più grande successo commerciale del cinema spagnolo dopo The others, e il film più visto in assoluto nel 2003 in quel paese.

Ora, il fatto che da noi abbia tardato tanto per una volta è più che comprensibile*: ci mancano i riferimenti testuali e culturali, ci manca l'attaccamento ai personaggi, non conosciamo queste facce assurde (a parte un ironico Dominique Pinon in trasferta, forse il migliore del film). Quanto è difficile pensare a Aldo, Giovanni e Giacomo fuori dai confini di Milano, tanto lo è per Mortadelo e Filemón lontano da Valencia. E tanto meno siamo avvezzi a questa comicità fatta di gente che viene schiacciata da cose pesantissime ogni 5 minuti, e che può risultare indigesta in fretta. Il primo quarto d'ora, prima del titolo - con la mosca karaokofila e gli effetti del "demoralizzatore di truppe" - sono piacevolissimi, una via di mezzo tra un Jacovitti filmato e una Amelie cocainomane, ma più di un'ora e mezza così e uno rischia di diventare pazzo, o completamente scemo.

Ma in fondo, LGAdMyF non è altro che un cartoon (peraltro che usa il digitale con una certa consapevolezza), e come tale è abbastanza innocuo, magari fastidiosamente innocuo, ma una tale scemenza non fa male a nessuno e - nonostante l'iperattività adatta forse più ai bambini o ai nostalgici duri e puri - qualche risata la strappa. Dubito che per la visione in italiano si possa dire la stessa cosa: potendo scegliere, fate uno sforzo e vedetelo in spagnolo.


*nota: quanto detto sulla comprensibilità dei tre anni di ritardo nella distribuzione di questo film non giustificheranno
mai e poi mai la scelta dell'orrendo titolo italiano da parte dei distributori. Siamo alle solite, insomma. Vergogna.
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venerdì, giugno 16, 2006

[Cannes a Milano]

Pan's Labyrinth (El laberinto del fauno)
di Guillermo del Toro, 2006

Nelle ultime settimane, recuperando gran parte delle sue opere (edite e inedite), mi sono affezionato molto al regista messicano: dopo la visione di questo film, salta agli occhi il percorso nettamente ascendente fatto da Del Toro in tutti questi anni (prendendo in considerazione solo le sue opere ispanofone): dall'interessante Cronos, al commovente El espinazo del diablo  - in uscita a breve in Italia - fino a questo nuovo film. Che è probabilmente - per ora - il suo capolavoro.

El laberinto del fauno è un film talmente riuscito, bello e magico, completo e affascinante, anche al livello più superficiale ma soprattutto scavando al di sotto delle mille suggestioni prese dalla storia e dalla cultura popolare, che basterebbe dire questo. Insomma, un consiglio spassionato, o meglio appassionato, di fronte a cui ogni critica - succede anche nelle migliori famiglie - risulta fragile e pressoché inspiegabile. Ma a questo punto è il caso di dire qualche parola in più, perché se ne merita.

Una fiaba colta e citazionista (Goya da una parte, Fleming dall'altra): ma non ci si deve aspettare un film giocoso e puerile, né l'esplosione di buoni sentimenti che pure ben si appaierebbe con il tono sognante del film. Come si è visto nei suoi precedenti, nei film di Del Toro la gente muore. E se torna nel mondo è solo per compiere una vendetta. Nel suo universo non c'è troppo spazio per la speranza, e il lieto fine, quando c'è, è stemperato dalla disperazione del sacrificio e da un pianto ininterrotto quanto coinvolgente, e qui, in particolare, l'interesse morbosamente realista dimostrato dal regista nella rappresentazione della violenza rende l'opera tutt'altro che un racconto per ragazzi (anzi, è decisamente cruento) e conferma Del Toro come maestro di un cinema pessimista, nerissimo e disilluso.

Riprendendo l'ambientazione bellica spagnola degli anni '40 e costruendo quindi una sorta di "complementare narrativo" di El espinazo del diablo (qui siamo nel covo dei franchisti, là in un rifugio di dissidenti), Del Toro vi inserisce però anche la sua vena più spettacolare, quella delle scenografie barocche e dei mostri grossi, con un enorme rospo affamato di blatte, una tenera mandragola emofaga, e un terribile saturno manovedente, realizzando un nuovo e meraviglioso affresco della "fantasia al potere" in un mondo in cui l'unica speranza può sopravvivere - al dolore, alla perdita, alla morte - soltanto nei sogni di una creatura innocente. Ci vuole del fegato, a fare dei finali così.
.
Certo, è "un film dove i tedeschi sono cattivi e i partigiani bellissimi e intelligentissimi", ma in una storia simile non si pretende certo che il male sia troppo sfaccettato. Anzi, è proprio la personificazione del male assoluto (favolistica anch'essa) che viene messa in scena attraverso la figura del Capitano Vidal - puro odio anche nei confronti di se stesso - a colpire al cuore più di tutto il resto. Oltre alla cura tecnica dei soliti collaboratori di Del Toro (gli splendidi quadri visivi di Guillermo Navarro e le musiche perfette di Javier Navarrete), e ovviamente alla prova decisiva della piccola Ivana Baquero.

Mostruosamente bello.


Giocano con noi Andrea, Astor, Ninja di Dio, Ohdaesu, Stranestorie, Violetta. Che cumpa.
un post di kekkoz alle ore 19:23 | Permalink | commenti (34) | tags: spagna, messico


sabato, giugno 10, 2006

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, in concorso
La casa de mi abuela (Spagna/2005)
di Adan Aliaga (80')

Marita e Marina, 75 anni e 6 anni, nonna e nipote. Si parla quindi del rapporto tra passato e presente, di ricambio generazionale, di ciclo della vita, bla bla. Aliaga ha molte buone intuizioni, soprattutto quando segue la bambina peregrinando sulla sua sgrammaticata vocetta off. La vecchina invece è una semplice vecchina scassapalle (Moira, dove sei?) che si lamenta dell'euro e della decadenza dei costumi. La casa de mi abuela ha il dono dell'immediatezza e della semplicità, a volte è poetico e divertente, ma più spesso prevale un effetto da filmino-fatto-in-casa assolutamente incredibile (come quando la bimba e la nonna ballano canzonacce pop dimenandosi nella stanza) oppure quella noia sonnacchiosa che ti fa appisolare volentieri. Piace, però, piace molto: per quanto mi riguarda, tazze e tazze di latte dalle ginocchia.
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lunedì, maggio 22, 2006

Volver
di Pedro Almodóvar, 2006

Volver è talmente almodovariano da sembrare un Almodóvar for dummies. Ma la maniera non disturba, in un autore simile: anzi, è stata proprio un'opera distaccata e cerebrale come La mala educatión ad allontanarlo da quell'emozione che faceva tremare di passione i suoi film precedenti. Volver è invece un tuffo o un tuffetto nel passato, nemmeno troppo remoto (da Tutto su mia madre in giù) con una storia lineare che si rifà - appunto almodovarianamente: ma che parola lunga - alla tradizione del romanzo popolare spagnolo, riabilitando ancora una volta la serialità "bassa" (e magari televisiva, rovinata dal trash, anche sbeffeggiato ma in modo un po' autocompiaciuto all'interno del film stesso) e raccontando una storia di odi familiari malcelati, di omissioni e di perdoni, di maschi bastardi e immaturi messi da parte o dimenticati a tutti i costi, abbastanza risaputa - che importa in fondo? quello che conta sono i personaggi - ma coloratissima e messa in scena con magistrale perizia. Basterà?

Volver mescola un sacco di suggestioni: una strana ghost-story apparente che rimanda alla superstizione delle provincie e alle "chiacchiere da funerale", una commedia bizzarra che però non fa più che sorridere, programmi narrativi aperti e poi irrisolti (tutta la questione del bar, per esempio). Ma dove il regista fa centro sopra ogni stile ricercato o modello chiamato in causa (persino Visconti, ma così, un po' a caso) è proprio il melodramma, l'iper-melò che tutti aspettavamo e in cui Pedro è maestro imbattuto, sia quando è caricato e montato con classe (tanto che si sarebbe preferito fosse tutto così, lucido ed enorme come gli occhioni di Penelope Cruz nella cucina, mentre guarda la sorella che le dice tutto su sua madre) sia quando è evidentemente immaturo e frettoloso (come la struggente confessione e mea culpa fatta da Carmen Maura su una panchina, col fiato corto quanto la focale che la inquadra).

Spero non si sia notato, ma non riesco a parlare molto scioltamente di Volver. Forse avrei voluto essere più coinvolto, mentre invece non sono riuscito a provare - pur nell'apprezzamento di un film quasi inattaccabile, e comunque relativamente allo straordinario cinema del regista spagnolo - alcuna vera emozione. O forse è il film stesso che aveva poco (di nuovo, e in assoluto) da dire?
un post di kekkoz alle ore 21:26 | Permalink | commenti (31) | tags: spagna


domenica, maggio 21, 2006

The devil's backbone (El espinazo del diablo)
di Guillermo del Toro, 2001

¿Qué es un fantasma?
Un evento terrible condenado a repetirse una y otra vez,
un instante de dolor,
quizá algo muerto que parece por momentos vivo aún,
un sentimiento, suspendido en el tiempo,
como una fotografía borrosa,
como un insecto atrapado en ámbar.

Dotato di un acuto occhio commerciale, il regista messicano ha fatto la sua fortuna con alcuni film girati per le major americane negli Stati Uniti (nell'ordine: Mimic, Blade II, Hellboy), alternando ad essi opere più personali e prodotte tra il suo paese d'origine e la Spagna. Dal suo esordio con Cronos fino ad arrivare al Laberinto del Fauno presentato in questi giorni a Cannes, Del Toro ha raccolto intorno a sè un nutrito numero di fan accaniti, entusiasti anche di quel cinema mainstream che Del Toro arricchisce con un "tocco" più personale (in effetti non era da tutti rivitalizzare Blade), ma il cinema ispanofono dovrebbe essere a rigor di logica quello dove il suo talento si presenta nel modo migliore. Si dice "dovrebbe" perché per i soliti (in)spiegabili meccanismi della distribuzione italiana un film di cinque anni fa come El espinazo del diablo deve ancora trovare il suo posto in sala.

Ed è davvero un peccato, perché questo film, coproduzione ispano-messicana prodotta dai fratelli Almodóvar, è davvero fuori dall'ordinario: ghost-story dai rimandi storici, tanto ben congegnati quanto effettivamente pretestuali (sembra che l'interesse di Del Toro sia individuale più che collettivo, nonostante la sceneggiatura abbia più di un rimando metaforico alla condizione mortifera del popolo spagnolo - e europeo  - post-bellico), si allontana decisamente dalle baracconate di Balagueró e si avvicina semmai al contemporaneo The others, con cui condivide più di un'atmosfera e di una suggestione, ma non le grandi-sorprese-narrative, preferendo una struttura che, rifacendosi a quella a flash-back (qui flash-forward), tende a portare il racconto verso una risoluzione dell'enigma legato alle immagini ellittiche presentate nel meraviglioso incipit ("que es un fantasma?").

Ma il film di Del Toro non soffre in ogni caso il confronto con il coevo e ben più celebre film di Amenabar, e offre a suo modo sia un horror magistrale, che trattiene gli spaventi (che comunque sono presenti) e gioca più che altro con elementi classici e contemporanei del genere - lo sguardo del bambino da una parte, la prevalenza simbolica dell'acqua dall'altro - e sulla tensione emotiva, sia allo stesso tempo una storia drammatica dove il punto di vista di un ragazzino abbandonato in una specie di orfanotrofio durante la guerra civile spagnola, grazie ad un continuo e abilissimo spostamento baricentrale, diventa quello di un gruppo di personaggi - "buoni e cattivi" - accomunati dai temi della perdita dell'infanzia.

In un film che non ha nulla da invidiare ai colleghi nipponici il cui trend stava per esplodere in quello stesso periodo, né a quelli americani da cui si riprende un certo livellamento dell'apparato filmico, molto benvoluto in questo caso perché rinuncia ad una possibile autorialità di nicchia (forse inadatta ad un simile racconto) in cambio della totale piacevolezza del racconto, Del Toro mostra però di essere anche un regista attento e maturo, capace sia di usare la splendida fotografia del sempre ottimo Navarro per restituire un coltissimo immaginario iconografico della Spagna di quegli anni, sia di lavorare con gusto con gli effetti speciali (presenti ma "nascosti" con intelligenza) e con i movimenti di macchina.

Ma la cosa che conta di più, e che finora ho perlopiù omesso, è che El espinazo del diablo non è un semplice horror, ma è un film bellissimo, vibrante, commovente. Ma per spiegare questo avrei dovuto raccontare più del dovuto: dovrete scoprirlo da soli.

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mercoledì, marzo 22, 2006

[THE GAME - 1:2] Il Cinema Sporco

Tras el cristal
di Agustí Villaronga, 1987

Un occhio aperto, chiude la palpebra. Poi un obiettivo, il diaframma che si chiude. Controcampo, due piedi sollevati da terra. Controcampo, un uomo con una macchina fotografica. Controcampo, due mani legate. E' già tutta qui, nella forza incredibile delle prime immagini, illuminate da lampi di luce iperrealista e gelidamente blu, tutta la forza e la pregnanza simbolica del film. Che poi si scopre sì - e presto - di genere, accarezzando l'horror nello scoprire la morte, corteggiando la Storia nei fotogrammi dei titoli di testa, e facendo dra(m)ma del suo protagonista. Un corpo ridotto a puro sguardo, all'interno di una tomba di vetro.

Di nuovo l'incipit: al di fuori della stanza, massimo abisso dell'abiezione umana, un occhio scruta, osserva, ama e odia. Siamo già noi, assuefatti in pochi secondi ad un atmosfera orribile e funesta, ma contratti, e attratti dalla fascinazione del male. E' da chiaro fin da subito, che l'Angelo che apparirà alla porta della camera di Klaus siamo noi. Siamo noi, l'angelo sporcato per sempre e irrimediabilmente dalla bellezza della morte, o meglio dell'immagine(movimento) della morte. Siamo noi, lo sguardo puro del fanciullo che ripete i gesti del "padre", per compiere da un lato una vendetta impossibile, dall'altra la violazione di un percorso redentivo e suicida. Morire, no, non basta.

Il film di Villaronga è un film affascinante, tetro, lentissimo e violento, con un incipit incredibile la cui bellezza è difficile da reperire nel cinema europeo coevo. A volte imperfetto, quasi per scelta o per perdonabile ingenuità, ma con una serie sterminata di suggestioni cinematografiche e soprattutto linguistiche che non ci si aspetta da un film tanto sconosciuto, tantomeno dall'opera di un (ai tempi) film di un (ai tempi) esordiente. Un film che invece unisce sapientemente l'orrore della Storia all'orrore delle parole (una confessione rubata e poi riconsegnata), e mescola il miglior thriller italiano con il Peeping Tom di Powell, con cui condivide quello stesso sguardo insistito sulla morte e "attraverso" la morte, lo sguardo qui negato e poi ritrovato nello specchietto ribaltato di Klaus. Rovesciato, proprio come - appunto - un obiettivo.

Impossibile non stringere i denti davanti al sangue e al respiro soffocato della giovane vittima, ma il film, più che per le singole scene, di rarissima e feroce intensità emotiva, colpisce per l'atmosfera di decadenza totale e diffusa, che diventa quasi apocalittica, e che accompagna i volti (e soprattutto la casa, personaggio morente e piegato al fuoco) di Angelo, di Rena, e di Klaus. Quest'ultimo, uno straordinario corpo-immobile destinato a rivivere l'autocoscienza della propria morte, e legato al destino e al volere di Angelo. In fondo, forse, un vero e proprio angelo. Un angelo della morte, e della vita.


Gli altri giocatori:
Andrea - Gokachu - Infamous - Ohdaesu - Private
(i link appariranno entro poche ore)


I precedenti:
# 1.1 Rubber's lover
#       Tutti
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giovedì, novembre 17, 2005

La comunidad
di Álex de la Iglesia, 2000

Svelato l'arcano: l'immagine del post precedente viene da qui.

La visione di Crimen Ferpecto mi ha spinto a recuperare qualcosa di un regista che avevo più volte accantonato. Idiota: per esempio, mi ero perso La Comunidad, una commedia nera, anzi nerissima, crudele, anzi sanguinaria, acida, anzi perfida.

Tutta ambientata in un condominio malandato e sozzo, con gran finale sui tetti di Madrid, la vicenda è - risaputamente - quella dei soldi che vengono trovati e che tutti vogliono, ma realizzata con una mano leggerissima nonostante gli omicidi, i corpi putrefatti, un corpo spezzato in due da un ascensore (!), con belle musiche hermanniane a manetta, grassissime risate e un sopraffino uso del citazionismo e del deja-vu. Bello davvero.

E il tono caustico di Iglesia non è solo per questo branco di avidi e assatanati madrileni: "l'animale più feroce è il denaro", dice un documentario alla tv. E come si ripete stesso, siamo tutti così, tutti. Carmen Maura in grazia di Dio, anche a 55 anni nuda sotto la doccia. Eduardo Antuña, mammone subnormale che butta i soldi delle commissioni nella madre con i videopoker, e si masturba vestito da Darth Vader e spiando la Maura, gemendo "Sento la forza!", è un colpo al cuore.
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lunedì, novembre 14, 2005

Crimen perfecto (Crimen ferpecto)
di Álex de la Iglesia, 2004

Rafael è un uomo di successo, perché ha imparato la due semplici regole che reggono la nostra civiltà. L'immagine è tutto, perché la bruttezza è la prima fonte dell'infelicità. Prendersi sempre quello che si vuole, perché il desiderio è la seconda fonte dell'infelicità. Rafael è una specie di epitome della nostra società, la società dei centri commerciali dove lui lavora, e dove campionari di varia e squallida umanità si avvicendano tra gli scaffali fingendo, nascondendosi, rubacchiando.

Sul suo cammino di successo - che diventa anche sopravvivenza omicida - Rafael incontra Lourdes. Che è brutta e insopportabile, follemente desidera ed è fottutamente determinata. E' insomma la forza che sovverte le regole del mondo di Rafael: per questo Crimen ferpecto è un film sottilmente - ma non troppo - anarchico. Perché è vero che gioca con meccanismi semplici e basilari, a volte barbari e inconsulti. Ma è vero anche che restituisce un'idea della modernità caotica e crudele almeno quanto la modernità merita.

Ed è innegabile che, a dispetto di una campagna pubblicitaria fuorviante, Crimen ferpecto sia uno spasso incredibile: inizio sgargiante (Rafael che limona con la figona sulle strisce pedonali), risate e cattiverie - ma nessuna inettitudine -, prefinale infuocato e finale, inevitabile, ma che si fa ugualmente apprezzare. Geniale il fantasma con l'accetta fumante nel cranio, scheggia freak che sembra venire da Azione Mutante. Altri tempi, grazie al cielo.

Inspiegabile il titolo italiano, vista la coproduzione nostrana. Che il nostro caro pubblico sia così stupido da capire una cosa spiegata esplicitamente nel film? Bah. A noi ci piace quello originale, a noi.
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mercoledì, maggio 18, 2005

Viridiana
di Luis Buñuel, 1961

Il vero film di svolta nella carriera del già 61enne Buñuel fu prodotto in Spagna sotto il regime franchista: impensabile infatti che potesse uscire davvero in sala un attacco così caustico alla borghesia e all'iconografia cattolica. Angosciante fino all'orrore, teso senza mai una risata liberatoria, è uno dei suoi film più limpidi e seri: una riflessione cupissima sul male (identificato con l'animo umano, e non con una categoria sociale) e sull'innata decadenza delle virtù teologali: la fede è inutile se la carità porta solo alla disperazione.

Da applausi la scena dell'angelus, con l'Ave Maria recitata in giardino alternata con i rumori degli operai. La lunghissima sequenza della "festa" dei barboni, tra il vino e allegre blasfemie leonardesche, le orgette e il Messiah di Haendel, è ancora una bella scudisciata nella schiena.

Splendido.

Il Dvd italiano, edizioni San Paolo, è davvero disastroso. Ma credo che di meglio non ci sia, almeno in Italia.

un post di kekkoz alle ore 12:39 | Permalink | commenti (10) | tags: spagna


lunedì, novembre 22, 2004

L'uomo senza sonno (The machinist) (El maquinista)
di Brad Anderson, 2004

Brad Anderson, il cui Session 9 mi aveva convinto fino a un certo punto, da un soggetto semplice semplice ma abbastanza robusto dello sceneggiatore "per caso" Scott Kosar, abbonato ai remake, costruisce un film a sorpresa (ma non particolarmente sorprendente) inquietante e malsano. 

Si sente comunque una certa libertà produttiva, soprattutto nel ritmo ipnotico e implosivo. E si vede, questa sì piacevole conferma, che Anderson sa giocare bene con elementi basici (rumori, silenzi, corpi, spazi) più che con gli effetti del cinema industriale. Pochi soldi e qualche guizzo creativo (visioni, ripetizioni, filtri).

Ma la forza del film, senza la quale forse il film crollerebbe (è un'ipotesi), è l'interpretazione dello scheletrico Christian Bale: dimagrito fino all'invisibilità, è davvero il punto-limite dell'utilizzazione del corpo attoriale, e della sua visualizzazione sullo schermo, con effetti notevoli plastici, sottolineati però con molta veemenza da una sceneggiatura un po' ingenua: "se dimagrissi ancora un po', smetteresti di esistere".

Visto che di "scatola cinese" si tratta, e che di "film a indizi" se ne vedono ormai a vagonate (rendendoli quasi un para-genere, forse persino in declino), è interessante come The machinist si distacchi da molte produzioni recenti nel modo in cui amministra questa "sorpresa" finale: a Kosar non importa cosa sia vero e cosa meno (chiaro dal principio, speriamo volente), ma il come e il perché, che ci vengono rivelati nel finale.

Improvviso, intenso e malinconico, il finale esorcizza il motivo principale del film (il senso di colpa) e riesce a convincere senza troppi sforzi.

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mercoledì, ottobre 13, 2004

La mala educación
di Pedro Almodòvar, 2004

"Io non credo in Dio! Sono un edonista."
"Cos'è?"
"Sono quelli a cui piace divertirsi. L'ho letto sull'enciclopedia"

Ignacio ed Enrique, Manolo e Ignacio, Manuel e Juan, "La visita" e "La visita": chi non ha visto non capirà molto (meglio così), ma La mala educaciòn fa girare la testa, per il modo in cui è concepito. La struttura è basata sulla confusione (nostra, ma non solo) tra vita e cinema, con molti livelli di realtà che si intersecano tra di loro: prima di tutto il reale e il filmico (al tempo stesso metacinema e immagine mentale provocata da una lettura), e all'interno di quest'ultimo il presente e il ricordo (anch'esso a sua volta immagine mentale di matrice letteraria).

Tolto tutto questo, il film è sostanzialmente un melodramma, ma dichiaratamente noir: nella seconda parte un cinema dove due personaggi si nascondono proietta una rassegna di "cinema negro". Un personaggio dice: "Mi sembra che tutti questi film parlino di noi". Come a dire: è questo film a parlare di tutti quei film, dell'universo di di Hawks e Wilder, di quell'immaginario. Certo, un noir un po' inusuale. Ma c'è l'intrigo di coppia e il tradimento, il mistero del doppio svelato, il gioco perverso delle identità, l'omicidio passionale.

Almodòvar è (ancora) un grande regista, non si può negare. La mala educaciòn è però un film tutto di testa, occupato ad affastellare piani diegetici, prolessi e analessi, film e vita, mescolati con una maestria ineccepibile e senza una sbavatura. Concentrato negli sforzi per parlare solo e unicamente di passione e ossessione (rendendo sterile ogni polemica sui preti pedofili), lascia però un po' da parte quell'intensità melodrammatica che avevamo amato nei suoi ultimi due capolavori.

E resta un'opera straziante ma molto ironica, genialoide ma molto matura, molto dura e certamente molto bella. Ma sicuramente più asciutta e glaciale di quanto avremmo voluto che fosse.

nota: Gael Garcìa Bernal mi ha fatto l'effetto che mi fece Jaye Davidson in The crying game: quest'uomo è una gran bella donna. Bravo bravo, comunque.

un post di kekkoz alle ore 13:13 | Permalink | commenti (16) | tags: spagna


lunedì, settembre 06, 2004

Meno boria, kekkoz, meno boria.

Mare dentro (Mar adentro)
di Alejandro Amenabar, Spagna
Venezia 61 Concorso

Io adoro Amenabar, e forse solo per quello (o per il sonno dell'altra sera) quest'ultimo film è una sonora delusione. D'accordo, è impeccabile, girato benissimo, ma di un'ordinarietà (e un pelo di ruffianeria) che mi ha irritato e annoiato, come un prodotto confezionato apposta per ricevere premi a frotte. Bardem non mi convince, niente da fare (e dal vivo sembra un animale). Le vette sono davvero poche, come i voli immaginari di Ramon, o la sua camminata sognata (ma a quel punto si richiama l'ultimo Bellocchio...), o un bellissimo flashback all'inizio. Se si fa finta che non sia un brutto segno per quel geniaccio di un faccia-da-topo, è un bel film: ma tutte quegli applausi (un quarto d'ora) e le lacrime di tutto il pubblico e le critiche entusiaste sono a mio avviso un po' esagerate.

Vanity fair
di Mira nair, USA
Venezia 61 Concorso

L'adattamento della bravissima (almeno tecnicamente) Nair dell'opera di Thackeray inizia molto bene, ritmata commedia in costume, e finisce in modo solare e piacevolissimo. In mezzo, almeno un'ora di mortorio, che segue pedantemente le regole del genere e fa davvero fatica ad interessare. Troppo lungo, in ogni caso, dura non assopirsi. La Witherspoon, per essere del Tennessee, sfoggia un talento posh non da poco.

Un mundo menos peor
di Alejandro Agresti, Argentina
Venezia Orizzonti

Sono rimasto fuori, causa code chilometriche, dal film di Miyazaki (porca vacca) e ho ripiegato su Agresti, imbestialito, e senza aspettative. E invece ho trovato un'opera delicata, sincera, interpretata con garbo e talento, scritta molto bene, divertente, e infine abbastanza commovente da meritare un'applauso e una stretta di mano ad Agresti (molto commosso) e alla bravissima Monica Galan. Oh. La sezione orizzonti, insieme ovviamente alle Giornate degli Autori!, fanno parzialmente dimenticare i tanti problemi (orari, entrate, accrediti) di quest'edizione.

Some gossip...

Segnalo solo quattro chiacchiere con il mio talentuoso compaesano Stefano Cassetti (qui da noi alle Giornate per Il giorno del falco, che ho perso) e un passaggio in macchina (quasi sul mio piede) di Pacino e Irons. Il buon Johnny Depp (un cencio pallido) solo da molto lontano. Julie Depardieu è partita da poco, e ora qui da noi c'è ospite la bravissima e simpaticissima Lili Taylor: vado a pasteggiare. Che faticaccia, eh?

un post di kekkoz alle ore 14:38 | Permalink | commenti (7) | tags: stati uniti, spagna, argentina


Friday Prejudice


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