martedì, maggio 13, 2008

The cottage
di Paul Andrew Williams, 2008


Dopo essersi fatto notare con il thriller indipendente London to Brighton, esordio apprezzato in diversi festival internationali (New Director's Award a Edimburgo) e in lista d'attesa da queste parti, Williams prova con il suo secondo film a confrontarsi con un sottogenere che negli ultimi anni va per la maggiore - quello dell'horror che si mescola con la commedia, ma senza rinunciare ad alcuna delle sue due metà, riportato in auge in Regno Unito da Shaun of the dead e - assai similmente - da Severance.

Anche qui ritroviamo una situazione tipica del cinema horror - in questo caso, trattasi di una fattoria isolata: non diciamo altro - che viene stemperata da situazioni da commedia, ma senza trasformarsi (ma nemmeno da lontano) in una parodia. Non solo con la struttura del rapimento malriuscito, con la popputa biondina che si rivela essere ben più minacciosa dei rapitori stessi, ma soprattutto attraverso dialoghi pungenti e riuscitissimi, dominati dal ruolo del salaryman, tipicamente british, dell'ex Gentleman Reece Shearsmith (Papa Lazarou, anyone?) e dal collaudatissimo stile deadpan di Andy "Gollum" Serkis, a cui si aggiungono i personaggi dei due gangster coreani - per la verità un po' forzati e wannabe cult nel loro profilo grottesco.

C'è un po' di dissociazione, è vero, tra gli elementi horror (rimandati molto più della media: gli squartamenti arrivano dopo metà film) e quelli da commedia, e l'alchimia non si può dire riuscita al 100%. Ma The Cottage è un film davvero divertente, magari poco "pauroso" in senso stretto ma che (almeno nella versione unrated del DVD) si diverte a giocare spingendo parecchio sul pedale del gore - con colonne vertebrali strappate dai capellim, teste mozzate longitudinalmente, cose così. E poi, stare a cercare la perfezione di un Edgar Wright dietro ogni angolo, ogni volta, è un esercizio sterile, oltre che frustrante: accontentiamoci di un film che è comunque superiore alla media degli slasher odierni, e che - anche per una confezione davvero luccicante - suscita una simpatia inarrestabile, fin da subito (o da prima?) e fino all'ovvio scherzetto finale.

O forse è davvero un abbaglio, e la colpa è di Jennifer Ellison. Ex attrice di Brookside, ex soubrette, ex footballer's wife di Steven Gerrard, ex pop idol, con le sue treccine e le decine di volgarissimi improperi urlati con l'accento di Liverpool, la Ellison è tanto bòna quanto insopportabile: ma nella migliore delle accezioni. Impossibile non amarla alla follia, e insieme esultare come dei bambini per la fine (davvero ingloriosa) che le fan fare.


Difficile che lo si veda nelle nostre sale, a scanso di sorprese: se nel Regno Unito è uscito a Marzo e in Francia esce quest'estate, negli USA è uscito direttamente in DVD, unrated e già acquistabile.
un post di kekkoz alle ore 16:15 | Permalink | commenti (2) | tags: regno unito


lunedì, aprile 14, 2008

Penelope
di Mark Palansky, 2006


Girato interamente in Inghilterra e presentato al festival di Toronto più di un anno e mezzo or sono, ma uscito nei cinema statunitensi soltanto da poche settimane per colpa dell'abbandono dei diritti da parte degli Weinstein e della IFC, Penelope è l'esordio alla regia di un ex assistente di Sir Michael Bay, nonché di una sceneggiatrice (Leslie Caveny) che viene da buona televisione, soprattutto dall'acclamato Everybody loves Raymond. E dell'esordio, Penelope mantiene alcuni pregi e molti difetti.

Se da una parte c'è senz'altro una coinvolgente freschezza, e la capacità di non prendersi troppo sul serio, giocando molto con i cliché della fiaba e del cinema fiabesco, è anche vero che la natura fortemente derivativa del film dà qualche problema. Un esempio calzante sono le musiche: il compositore inglese Joby Talbot viene da League of gentleman, e mostra di conoscere bene i meccanismi della rilettura "ironica" di un genere. Là l'horror riletto in tono demenziale, qui la fiaba gotica - o mitteleuropea - nell'incontrastato zuccheroso regno di Amélie Poulain. Ma molti sono i momenti in cui le sue melodie non fanno che aggravare la sensazione che Penelope voglia essere a tutti i costi - a tratti in modo piuttosto esplicito, non bastassero la spinta londonizzatrice e la presenza di Catherine O'Hara- il più burtoniano possibile.

Senza sottolineare eccessivamente i difetti del film, ché su un filmettino così naif, inoffensivo e piacevole - e quindi sommariamente indifeso - non mi va di sparare, sono molte le cose che lo salvano, spesso in corner e altre volte con una parata convinta. Come il ritmo e la durata, adeguatissimi, il cast mezzo inglese e mezzo americano e il conseguente - e divertitamente ingiustificato - miscuglio di accenti, alcune partecipazioni marginali (il mefitico Burn Gorman di Torchwood, Reese Witherspoon, la presenza silenziosa del wrightiano Nick Frost). E poi, la performance di Peter Dinklage, che si dimostra attore di grande rilievo, ben oltre le solite macchiette da "little person" (anche se quando compare nel film è nascosto in un armadietto), e la cui malinconia "sporca" il finale di una palpabile sensazione: che nel mondo della diversità e dell'emarginazione, l'happy end non sia che una miracolosa e poco credibile eccezione.

James McAvoy però è davvero insopportabile come dicono: ammirevole il suo impegno nel voler mandare tutto a puttane con la sua imbarazzante interpretazione del principe azzurro spiantato e truffaldino. Christina Ricci è uno splendore, pure col naso da porco.


Il film uscirà senz'altro nel nostro paese: difficile al momento dire quando, e chi.
un post di kekkoz alle ore 16:03 | Permalink | commenti (9) | tags: stati uniti, regno unito


giovedì, marzo 27, 2008



La Spiega: questo blog non è del tutto nuovo a collaborazioni esterne, già avvenute in passato. Oggi nasce una rubrichetta che, all'autrice piacendo, potrebbe diventare fissa, in cui cedo la penna alla Compagna Di Divano, per due possibili motivi: (1) è un film che lei ha visto e io no (2) è un film che abbiamo visto insieme ma di cui preferisco scriva lei. Questo caso è il secondo caso. Passo. Grazie all'ottimo mrcury per la foto.

La Compagna di Divano presenta:
Learners
di Francesca Joseph, 2007

Learners è un filmetto carino prodotto e trasmesso, lo scorso novembre, dalla BBC. Posizionatevi sul divano, possibilmente con un tè e dei biscotti (se qualcuno vi prepara gli scones è ancora meglio) e seguite le vicissitudini di Bev (Jessica Hynes: Spaced, Confetti, Doctor Who), donna delle pulizie che vive in una casa mobile con il sogno di mettersi in proprio e che, per realizzarlo, ha bisogno della patente di guida. Bev è un personaggio stranamente attraente, come del resto quasi tutti quelli interpretati da Jessica Hynes: fa un sacco di casini, a tratti è anche un po' stronza, cerca di limonarsi il tuo fidanzato, eppure alla fine continui a volerle bene e a fare il tifo per lei, per il suo fisico da tronchetto, per la sua faccia 100% inglese e per il suo accento di Brighton.

Attorno a lei, ad aiutarla ma anche ostacolarla: il marito maneggione (Shaun Dingwall, Doctor Who), la figlia che vuole andare al college, una coppia di puccissimi gufi, i compagni della scuola guida con piccole e grandi nevrosi e, soprattutto, l'angelico insegnante che forse riuscirà finalmente a farle passare l'esame dopo otto tentativi falliti. L'angelico insegnante è David Tennant, il decimo Doctor Who, e potrei anche finirla qui, ma visto che mi piace pensare di riuscire a scrivere delle frasi di senso compiuto anche quando è coinvolto David Tennant, ehm. Dov'ero rimasta?
un post di kekkoz alle ore 16:01 | Permalink | commenti (10) | tags: regno unito, girl on films


domenica, marzo 16, 2008

Shine a light
di Martin Scorsese, 2008


In tutta onestà, prima di parlare (brevemente) di questo film vanno fatte alcune considerazioni. La prima, che questo non è un vero documentario sui Rolling Stones, come era probabilmente No direction home per Dylan, e come i trailer - e come biasimarli? - vogliono farci credere: si tratta invece di un film-concerto, su due date della band inglese al Beacon Theatre di New York nell'Ottobre 2006, ospiti di Bill Clinton e famiglia. La seconda, è che questo film è stato progettato e promosso per la proiezione sugli schermi IMAX, che da noi davvero scarseggiano: e in una sala normale l'operazione perde una buona fetta di senso, ve l'assicuro. La terza, conseguente, è che se non siete dei fan sfegatati dei Rolling Stones, difficilmente vi interesserà sentirli suonare sullo schermo del vostro multisala, per quasi due ore, e quasi ininterrottamente.

Ma insomma, mi si chiede, non c'è davvero altro? Ci sono 10 minuti di orologio iniziali che avete già visto nel trailer - splendidi (con un adorabile Scorsese, sempre più interprete di sé stesso) e fanno sperare qualcosa di più - qualche sparuto intermezzo con filmati d'epoca (interessanti e divertenti, ma appiccicati tra un pezzo e l'altro giusto per spezzare il ritmo) e un'uscita di scena davvero geniale, un gran colpo di coda da maestro. Ma buttiamo alle ortiche ogni pregiudizio amorevole per lo zio Martin: è davvero tutto qui, ed è poco poco. D'altra parte, uno può obiettare, quale migliore omaggio a una band che ha costruito una leggenda incrollabile proprio sulle esibizioni live che limitarsi a riprendere ossessivamente loro che suonano, ignorando persino cose potenzialmente interessanti come il pubblico di insopportabili fighetti - provate solo a immaginare quanto poteva costare il biglietto - di cui il Beacon era pieno?

Da parte mia, da uno come Scorsese, che il film-concerto l'ha sperimentato eccome (con The last waltz), mi aspettavo qualcosa di diverso, se non di nuovo un tentativo, o almeno qualcosa di più di quello che è - e qui veniamo al nocciolo della questione - il DVD di un concerto dei Rolling Stones. Sarà il DVD di un concerto meglio fotografato che abbiate mai visto, con un interesse quasi ossessivo per il dettaglio ravvicinato (la ruga, la vena, l'otturazione, giuro, le otturazioni di Mick Jagger), e con alcuni lampi inaspettati di genio (l'insistenza sulle facce assurde di Buddy Guy, quello storditone di Charlie Watts che a fine pezzo si volta, guarda in macchina e sbuffa), ma sarà sempre e comunque il DVD di un concerto. Categoria che, francamente, mi ha sempre lasciato indifferente: qui l'impressionante ricercatezza formale mi ha tenuto seduto in poltrona - non scappare a gambe levate appena compresa l'antifona è già stato tanto.

Comunque sia, sarà pure tamarra e musicalmente insignificante quanto volete, sarà pure una nana e un'insopportabile scimmietta urlatrice, ma Christina Aguilera - che viene qui ingroppata con mimica esperta dall'attempatissimo Jagger - ha una presenza scenica e una fotogenia che lasciano senza parole: qualcuno le costruisca intorno una carriera cinematografica. Grazie. Keith Richards sembra sempre di più il vecchio pedofilo dei Griffin. Jack White invece è brutto, ciccione, e sputa tantissimo.


Nelle sale dall'11 Aprile 2008.

Particolarmente concorde con la recensione di Peter Martin su Cinematical.
un post di kekkoz alle ore 18:13 | Permalink | commenti (27) | tags: stati uniti, regno unito


martedì, marzo 11, 2008

Run, fat boy, run
di David Schwimmer, 2007


La grande amicizia tra l'attore inglese Simon Pegg e il newyokese David Schwimmer (il Ross Geller di Friends, per capirci) è qualcosa di difficilmente spiegabile, fatto sta che si vogliono un gran bene, e questa è la terza volta che lavorano insieme (dopo la miniserie Band of brothers e l'attraente inedito Big nothing). Se ne vogliono talmente tanto che Schwimmer ha scelto proprio Pegg come protagonista assoluto del suo esordio alla regia per il grande schermo (dopo alcuni lavori televisivi, tra cui ovviamente qualche episodio di Friends), non fosse altro che per la sua ambientazione (e la produzione) londinese.

E il film si rivela essere quello che ci si aspettava: ovvero, un film tanto brillante e divertente quanto prevedibile e in qualche modo "rassicurante", il racconto del riscatto di una guardia giurata codarda e mollacciona, costruito perlopiù sul collaudato modello della commedia inglese contemporanea. Il rischio semmai era che lo sguardo di Schwimmer sporcasse le ambizioni albioniche del film, facendo del film una sorta di "idea che un americano può avere di una commedia inglese", ma a conti fatti - a parte l'insistenza ingenuotta su una comicità basata su gaffe e imbarazzi - il film si può dire pienamente riuscito. Certo, non è la miglior commedia degli ultimi anni, non è un film di Edgar Wright, ma può pregiarsi di una sceneggiatura scoppiettante (dello stesso Pegg e del comico Michael Ian Black), ed è costruito con un'invidiabile freschezza che in alcuni momenti (come la scena del "muro") riesce ad andare anche un passo al di là i radicati canoni del genere.

Simon Pegg, manco a dirlo, dà ovviamente il meglio di sé come al solito, e lo adoriamo come fosse il nostro miglior amico. Ma gli applausi sono tutti per lo spettacolare Dylan Moran, già David in Shaun of the dead, qui nel ruolo della "spalla che ruba la scena" - pressoché modellato sul Rhys Ifans di Notting Hill. Hank Azaria si prende sulle spalle tutta la risaputa questione del confronto USA vs UK, che viene fortunatamente poco assecondata, e Thandie Newton, al ritorno nella "sua" Inghilterra, non era così bella e brava da anni. Colonna sonora strabordante (David Bowie, Kaiser Chiefs, Girls Aloud, The Fratellis, Patrick Wolf), un tantino paracula ma chiaramente irresistibile.


Nel Regno Unito, dove Pegg è una vera star, il film è uscito lo scorso Settembre e ha esordito in cima al botteghino, rimanendoci per quattro settimane di fila e tirando su una roba come dieci milioni di sterline. Ad oggi non v'è notizia di una data d'uscita italiana. Il DVD si può acquistare a una ventina di euro su Play.com.
un post di kekkoz alle ore 11:57 | Permalink | commenti (18) | tags: regno unito


domenica, febbraio 17, 2008

Sogni e delitti (Cassandra's dream)
di Woody Allen, 2007


Il fatto che il nuovo film di Woody Allen non aggiunga o tolga niente a ciò che ci si potrebbe aspettare conoscendo questo suo cosiddetto "nuovo corso", che sta tra due virgolette perché in realtà riprende temi cari al nostro, soltanto levandoci lui stesso e aumentando le dosi di disilllusione esplicita (che non significa che sia davvero più disperato e nero), potrebbe essere pure una via di salvezza per il film stesso: Cassandra's dream è un circolare e "chiuso" non solo nella struttura ma anche nel suo rapporto con i suoi spettatori e con gli estimatori di Allen. Ma proprio lì sta l'inganno.

La secchezza che lo contraddistingue, con questo finale assolutamente asciugato di orpelli e di ingegnosa specularità, oltre a stuzzicare lo spettatore in modo del tutto diverso rispetto a Match point (del quale è una specie di gemello eterozigota, in levare si potrebbe dire) forma una coppia di sensualissime primedonne con una sceneggiatura che, al solito, dimostra le doti mai defunte di un grandissimo drammaturgo per il cinema (che altrove è stato anche grandissimo regista, qui limitandosi a tirare pigramente in barca gli ormeggi trageci) per la quale il finale stesso ha una valenza totalizzante, annunciato com'è in ogni singola parola dello script. Davvero notevole lo score hitchcockiano di Philip Glass, che altrove non avrei sopportato.

Se non si fosse capito, l'entusiasmo regna in altri territori: Cassandra's dream è un film medio, irreparabilmente medio, un film di perfetta, inarrivabile e acutissima medietà. Vedete voi se mantenerlo nella risma dei complimenti, o meno.

Le sopracciglia di Colin Farrel mi fanno una paura fottuta.


Come previsto, davvero inascoltabile il doppiaggio italiano, soprattutto nella solita piatta e pietosa voce cantilenante appioppata a Ewan MacGregor. E poi si lamentano se uno se li scarica in inglese.
un post di kekkoz alle ore 18:47 | Permalink | commenti (14) | tags: stati uniti, regno unito


domenica, febbraio 10, 2008

Sweeney Todd: Il diabolico barbiere di Fleet Street (Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street)
di Tim Burton, 2007


Generalmente non do retta alle parole dei registi, ma mi ha colpito molto il fatto che Burton abbia detto di aver pensato al musical di Stephen Sondheim, da cui è tratto questo suo ultimo fenomenale lavoro, come a un film muto. E allo stesso modo ci ha lavorato: eliminando quasi del tutto i dialoghi e, grazie anche a una direzione degli attori che predilige mimiche esplicite e teatrali (mai stata così brava Helena Bonham Carter, gigione ma profondissimo Depp), traendone l'effetto di una traccia sonora sovrapposta, e non amalgamata, al supporto visivo. Il lavoro di selezione, poi, è stato durissimo e si vede (ne ha fatto le spese l'intero "coro" di fantasmi, tra cui Christopher Lee, spariti dal film) e quello che rimane è davvero di un'essenzialità e di una crudezza scheletrica difficile da descrivere. E a cui è difficile resistere.

Tutto questo, insieme alle scenografie di Dante Ferretti, che riproducono una Londra da incubo tanto lontana dall'immaginario vittoriano quanto vicina all'immaginario horror-gotico della città stessa (quindi una città esclusivamente cinefila, e come i suoi personaggi estremamente teatralizzata), risulta in un'evidente "confezionatura" del film, quasi che Sweeney Todd volesse contrapporre alla sua stessa veemenza tragica, all'espressione acuta e melodrammatica dei sentimenti dei suoi personaggi, una cornice contestuale più sostenuta, glaciale e stilizzata come il sangue che schizza arancione dalle gole dei borghesi vittime del demoniaco barbiere. Un film sospeso su un limite ben più sottile, una bellissima statua di porcellana sull'orlo della mensola, apparentemente pronta a cadere in mille pezzi, ma ben sostenuta da fili invisibili.

La tentazione immediata è quindi quella di inserire Sweeney Todd nel corso del cinema di Burton che segue La fabbrica di cioccolato: se dall'altra parte c'è il cinema più carnale e immediato di Burton, quello di Big Fish e di La sposa cadavere per esempio, più catartici e apertamente emozionali, da questa vi è un cinema più controllato, quasi "plastificato", appunto - nel senso che può avere un foglio di cellophan stretto contro la vostra faccia, ad impedirvi il respiro - che ha le sue radici in Mars attacks e Sleepy Hollow ma anche già nel noto manicheismo scenografico di Edward. Un cinema forse più geniale, nei suoi risvolti: a uno non resta che sceglier da che parte stare. O meglio, quale parte adorare di più. Perché poi, al di sotto, il sangue che scorre e le pulsioni sono le medesime.

Come questo post, dopotutto: vi sembra che sia freddo e poco entusiasta, ne sono certo. Ma non giudicate il libro dalla sua copertina, ché sotto queste righe pigre batte un cuore entusiasta, batte di un amore sconsiderato e violento che non si ferma di fronte a nulla, quello per tutta la seconda metà del film - senza troppo levare alla prima, più preparatoria - che è assolutamente sublime, inarrivabile e perfetta, e impreziosita da una lunga sequenza musicale "a colori" (con la canzone By the sea) che è tra le cose più sensazionali (e divertenti) mai girate dal folletto di Burbank. E anche, perché no, quello per la ritrovata vena "nera" - ma davvero nerissima - di quello che è uno dei migliori registi dei nostri giorni.

Incredibile poi che sia venuto così spaventosamente bene da uno spettacolo che musicalmente si presenta così debole e irrimediabilmente invecchiato: insomma, sulle canzoni - soprattutto nella prima metà - qualche riserva ce l'ho. Ma come biasimare Burton per questo? E in fondo, chi se ne frega? Però, a parte By the sea, per dire, la perfida A little priest - perno crudele e sardonico di un massacro di classe che si affianca alla più pregnante vendetta melò -  funziona ancora alla perfezione: segnatevela.


Nei cinema dal 22 Febbraio 2008

un post di kekkoz alle ore 21:40 | Permalink | commenti (26) | tags: stati uniti, regno unito


domenica, gennaio 06, 2008

Irina Palm
di Sam Garbarski, 2007


Una delle cose più divertenti di Irina Palm è raccontarlo poi ai tuoi amici, che non sanno che cosa sia, e godersi le loro facce: vaglielo a spiegare, poi, che questa trama - che sembrerebbe una cosa maliziosetta e un po' porcellona, a spiegarla a maglie molto larghe - appartiene a un film così quieto, sommesso, malinconico, delicato, piacevole.

Irina Palm è stato additato da molti come una delle maggiori sorprese europee dell'anno appena trascorso, un po' perché il suo regista a quasi sessant'anni è ancora praticamente un regista esordiente, ma soprattutto per la presenza inusuale di Marianne Faithfull, che uno in un ruolo così - la donna di mezza età che appende dietro il muro forato dal "buco della gloria" i piccoli simulacri della sua coscienza piccolo borghese, come il quadretto, il thermos del té - non ce la vedrebbe, e invece quegli occhi piccoli, vispi e tristi calzano alla perfezione sul ruolo di Maggie, come uno splendido grembiule adagiato su un corpo invecchiato e pieno di (bellissimi o grigi) ricordi.

Al di là di lei, ci sono molte cose che rendono Irina Palm un film da recuperare: tra queste, senza dubbio è principale il modo in cui Garbarski riesce a giocare con i suoi personaggi (soprattutto in quelli, più didascalici, del figlio e della nuora di Maggie, ma anche nel bellissimo ruolo affidato a Miki Manojlovic), ribaltandone l'identificazione senza mai prendere in giro lo spettatore, ma conducendolo per mano nella storia, con un garbo inaspettato e almeno due scene da conservare immediatamente nella memoria: la prima "lezione" tenuta da Dorka Gryllus (presenza inconsapevolmente meravigliosa: amore a prima vista) e la "rivelazione" ("I wank men off!") alle amiche del quartiere, che nascondono i loro squallidi altarini dietro l'ipocrisia perbenista del té delle cinque.
un post di kekkoz alle ore 20:22 | Permalink | commenti (12) | tags: germania, regno unito, belgio


mercoledì, dicembre 26, 2007

Espiazione (Atonement)
di Joe Wright, 2007


Qualche volta, la tentazione purista-filoletteraria tocca anche me, e in tempi recenti ho recuperato il celebre libro di Ian McEwan da cui è tratto il film. Non solo perché me lo sono trovato in mano a causa di un regalo e perché è una di quelle mancanze con cui di solito sfiguri alle feste dell'alta società ("ma come, non hai mai letto Espiazione?"), ma anche - lo ammetto - per la curiosità dovuta all'uscita del film, che ha aperto l'ultima Mostra di Venezia, e il cui trailer aveva penetrato le nostre anime di incallite sedicenni.

Ovviamente, pur accennando la mia soddisfazione per un paio di scelte di adattamento che ho trovato vincenti su un testo che le rendeva davvero ardue (parlo soprattutto dell'epilogo, in cui Wright sopperisce in modo eccellente alla difficoltà di una chiusura-spiegone basata su elementi "caldi" con l'aiuto di artifici "freddi" quali la televisione e lo sguardo in macchina), lascio ogni considerazione sul rapporto libro-film a chi ha deciso di scriverci addirittura una tesi di laurea, e preferirei parlare - brevemente, se possibile, tra un colpo di tosse e l'altro - del film. Che dopo il trionfo di nomination ai Golden Globe si è forse levato di torno quell'alone da film scricchiolante che ha sempre avuto, forse proprio per la notorietà del testo di partenza - rischio con cui Joe Wright a quanto pare si diverte non poco.

E in effetti, parte dell'entusiasmo della critica non è così ingiustificato: Espiazione è sì un drammone scritto a secchiate di tempera sulla tela più che con passaggi di china - per dipingere un drammone grande ci vuole un pennello grande? - e qualche cosa che davvero non si perdona c'è, eccome: qualche leccatina di troppo nella (comunque bella) fotografia, qualche lungaggine nella parte bellica (ma lì anche il libro richiedeva salti di paragrafo a tradimento, almeno il film gli ha dato un po' di requie), quell'immagine finale con quella capannetta sulle bianche scogliere di questa ceppa.

Per tutto il resto, Espiazione è un film che fa perfettamente il suo dovere: attento a non sviare troppo dal libro di McEwan per non deludere i fan, furbo e accorto nel metterci del suo quando è necessario o quando ci sta bene, intelligente nella struttura (con l'idea eccezionale di "ritmare" il film con il rumore dei tasti di una macchina da scrivere) e piacevole - lì dove c'era più rischio - nello sviluppo narrativo, non sminuisce quello che già era il libro, un potente apologo sul potere della parola scritta - declinato ovviamente, anche in senso cinematografico (ma nulla che McEwan non avesse già pensato) all'inganno mistificatorio dell'immagine stessa. Quindi fa il suo dovere, ma anche qualcosa di più: e come già successe in Pride & prejudice, il "di più" è Joe Wright.

Perché Joe Wright, nel panorama del cinema inglese, è una vera benedizione: non tanto perché tecnicamente è uno dei migliori che ci sia in circolazione, ma perché è un regista di soli 35 anni e con un solo film alle spalle che, dopo essersi preso la briga di dirigere un film tratto da Ian McEwan, ci piazza nel bel mezzo un infinito, pazzesco e inarrestabile piano sequenza di minuti e minuti nel mezzo del "brutto" campo di battaglia di Dunkirk, facendosi letteralmente "bello" in barba a tutto a tutti. Non è adorabile?

un post di kekkoz alle ore 15:38 | Permalink | commenti (11) | tags: regno unito


martedì, dicembre 11, 2007

The deaths of Ian Stone
di Dario Piana, 2007


A molti il nome di Dario Piana, come a me fino a qualche tempo fa, può dire poco. E la classica occhiatina all'IMDB serve a poco: una regia sola, vent'anni fa, per il pessimo sequel di Sotto il vestito niente 2, e qualche teleplay per altrettanto discutibili prodotti televisivi. Ma Dario Piana è in realtà uno dei più noti registi di spot del nostro paese, con un passato di illustratore pubblicitario nella Milano degli anni '70 e un curriculum impressionante di centinaia di spot, tra cui molti famosi, spesso - soprattutto negli ultimi tempi - basati su un uso "spinto" degli effetti speciali.

The deaths of Ian Stone
è parte del progetto Horrorfest, sorta di "festival itinerante" che porta negli Stati Uniti "8 films to die for", 8 horror ispirati (o meno) all'età doro della serie B: sapere come Piana sia finito nel malefico ottetto è difficile a dirsi. Ma anche da principio, trovarsi di fronte all'horror di un regista italiano nel 2007, quando i tentativi in campo nel nostro paese, per quanto ben accetti, vanno poco oltre gli ultimi boccheggiamenti di Dario Argento, lascia un po' di sasso. Più che altro, lascia di sasso che nessuno ce lo sia venuto a raccontare. Anche perché, sorpresa, Ian Stone non è affatto male.

Ian Stone è un giovane americano a Londra che viene ucciso di continuo da misteriose entità, e che ogni volta si risveglia, dimentico di quanto successo, in una vita e in "panni" diversi: ma i "mondi" sono accomunati dalla presenza di una ragazza bionda. Ma oltre alla trama, aggrovigliata quanto basta e assolutamente seducente (sembra uscita da una delirante graphic novel), ad incuriosirmi è stata soprattutto la presenza come produttore di Stan Winston, curatore degli effetti speciali delle saghe di Terminator e Jurassic Park (e non solo), che escludeva in partenza che si trattasse di una robaccia cheap: e infatti non lo è.

E se anche qualche volta Piana cede alla tentazione di applicare pure qui la sintesi pubblicitaria - il film è estremamente breve, poco più di un'ora, e quindi va da sé che le cose succedano tutte un po' in fretta - e modi da post-matrix (certi imperdonabili cappotti), lo si perdona volentieri, perché il film è un innegabile
divertimento, è girato come si deve, Mike Vogel ha la faccia giusta e non sembra appoggiato lì perché belloccio come spesso accade in questi casi, e la storia non ha paura di prendere pieghe inquietanti (la sequenza dell'eroinomane) o rischiose (il "design" delle armi delle suddette entità). Forse è un po' mordi-e-fuggi, ma poco importa: è anni luce da qualunque cosa simile io abbia visto tirar fuori in tempi recenti dalle manine di registi italiani.

Le potenzialità ci sono tutte, e non ci sono più scusanti. Che non sei mica più un ragazzino: adesso, Dario Piana, torni qui a Milano e ci fai vedere, ma davvero, di cosa sei capace. Sai che goduria.


Scopro solo ora che il film uscirà nelle nostre sale il prossimo anno, distribuito da Medusa: la data per ora è fissata al 13 Giugno 2008.
un post di kekkoz alle ore 23:20 | Permalink | commenti (4) | tags: italia, stati uniti, regno unito


sabato, dicembre 08, 2007

La promessa dell'assassino (Eastern promises)
di David Cronenberg, 2007


L'ultimo film di David Cronenberg lascia ammutoliti: e a questo punto, preferisco considerarlo un oggetto misterioso, lasciando ad altri l'onore e il piacere di discernere le sue doti in un'attenta analisi. Il mistero non è tanto che un film recitato per l'80% con accenti esteuropei non suoni mai ridicolo, o che da un trailer interessante ma piatto ci si possa ritrovare davanti un film simile (sorprendente, inatteso), ma che dallo script di Steve Night - una robetta davvero mediocre, con dialoghi scritti con il pennarello a punta grossa sulla carta assorbente e un plot di 25 parole - ne sia uscito un film così robusto, intenso, potente, caustico, persino - disperatamente - romantico.

La storia di una donna alla ricerca della verità, e di un uomo che non può che nasconderla, inserita nel contesto di una Londra che, da dorata promessa diventa l'incubo di un popolo di esuli, nelle mani del regista canadese diviene ben altro: un altro dolente, straordinario viaggio nei più profondi turbamenti della morale. Nonché un ulteriore tassello della riflessione incessante del suo autore sul corpo e sulla mutazione, con i tatuaggi tribali/gerarchici che, nella tradizione cronenberghiana, definiscono, modificando la carne, la stessa personalità dell'individuo, andando ben oltre il mero ruolo di marchi sociali.

Eastern promises è un film anomalo, inafferrabile eppure cristallino, pornograficamente onesto, un gangster-movie senza pistole, crudo e spudorato (ma in cui il "gesto" violento è come al solito  testardamente despettacolarizzato), denso e ricchissimo, con un cast favoloso (soprattutto Viggo Mortensen, che supera - e "dona" - tutto se stesso), visivamente impeccabile (grazie al solito fidato Peter Suschitzky) e che regala con il suo finale, "chiuso" e sospeso al tempo stesso, un senso inquietante di impietoso equilibrio tra potere e felicità, tra libertà e sacrificio. Un film che lascia senza parole e con il cuore in gola, anche a costo di aspettare qualche giorno: e onestamente, capisco che possa non piacere, questo Cronenberg. Senz'altro diverso, meno incisivo forse, di quello degli anni '90: ma dal canto mio, non meno entusiasmante.

Basterebbe citare - se ne parlerà a lungo, e già si è fatto - la sequenza capitale, graphica e terrificante, istantaneamente classica, del "duello" nella sauna: un gioiello dentro il gioiello, un vero e proprio capolavoro iperrealista.


Al cinema dal 14 Dicembre 2007.


Non vorrei prendermi la briga di dirvelo ma, sorprese a parte, le premesse per l'uscita italiana non sono delle migliori: il film è recitato in un misto di inglese, russo, turco, e soprattutto inglese con accenti vari. Ed essendo distribuito da una società dal passato burrascoso che, per iniziare con il migliore degli auspici, gli ha appioppato questo titolo cretino, non è così improbabile che la stessa visione del film venga inficiata definitivamente dall'edizione italiana. Non devo aggiungere altro, intanto vi ho avvertiti.
un post di kekkoz alle ore 21:22 | Permalink | commenti (23) | tags: stati uniti, regno unito


mercoledì, novembre 21, 2007

Mirrormask
di Dave McKean, 2005


Ultimamente mi sono appassionato, senza alcun completismo ma con estrema curiosità, all'opera dello scrittore britannico Neil Gaiman: naturale sfociare, soprattutto dopo l'indecisa reazione a Stardust, nel recupero delle cose da lui fatte per lo schermo. Mirrormask è il primo vero progetto cinematografico di Gaiman: lo scrisse insieme al regista Dave McKean, disegnatore geniale (celeberrime le sue copertine) e socio abituale di Gaiman (nelle graphic novel Signal to noise e Mr Punch e come illustratore di molti suoi libri), e insieme lo produssero grazie all'intervento di Lisa Henson, figlia di Jim.

Mirrormask è, da principio e senza dubbio, un progetto ammirevole, soprattutto se i disegni di McKean e le storie di Gaiman vi affascinano, ma non solo. Entrambi gli artisti fanno di tutto per tradurre in immagini le loro ossessioni e il loro mondo, le loro inquietudini e il loro bizzarro e irresistibile senso dell'humor. Ci riescono alla perfezione, con un invenzioni visive che spesso lasciano a bocca aperta, e in modo assolutamente sincero, dando moltissima libertà ai singoli animatori e - facendo di necessità virtù - traendo uno stile originale anche dalle loro ristrettezze di tempi e di budget, non facendosi schiacciare del tutto da queste ultime. E tirarne fuori una robaccia trash era davvero un rischio reale.

Però Mirrormask è anche un film, soprattutto sotto l'aspetto narrativo, che definire irrisolto è dire poco. Al di sotto delle favolose fantasmagorie di McKean (e del fotografo Antony Shearn), c'è putroppo un pasticcio confuso e confusionario che tende all'eccesso entusiasta: ci si sbatte dentro di tutto e di più (dal fascino biecamente tribale del mondo circense, a riflessioni junghiane sulla coscienza, a un'opaca variazione sul tema del doppelganger), ma in questo modo si rischia di intrecciare pericolosamente l'onirismo con il colpo di sonno, anche per colpa dei limiti portati dall'inesperienza dell'esordiente McKean in un progetto complesso come un lungometraggio.

Ciò nonostante, la dedizione dei due è encomiabile, e non c'è alcun dubbio che le loro stesse ambizioni siano state rimodellate da un modello economico e tecnologico del tutto inadatto alle esigenze del caso. Vedremo, in futuro (chissà), se ci sarà per loro una seconda occasione.


Ignorato (ingiustamente, suvvia!) dalla distribuzione per sala, il film è uscito in Italia direttamente in DVD. Generalmente, ve lo tirano dietro. Per dire, io l'ho pagato sette euro da Saturn. Se siete anglofoni, su Play.com tra un po' vi pagano per comprarlo.
un post di kekkoz alle ore 16:05 | Permalink | commenti (7) | tags: regno unito


lunedì, novembre 19, 2007

Angel
di François Ozon, 2007

Ozon è uno di quei registi di cui, all'interno di un immaginario dibattito tra gli amanti più sconsiderati e i critici più insolenti, non mi sono fatto ancora un'opinione precisa. Prima di tutto perché ho visto ancora poco. Il perché sfugge anche a me, misteri della mia stessa psiche. Non fa eccezione, nella mia brevissima esperienza ozoniana, questo gran bel "esordio anglofono" del quarantenne parigino dopo otto notissimi film in lingua francese.

Se con 8 femmes aveva dimostrato di riuscire a gestire alla perfezione questo tipo di omaggio nostalgico (lì c'erano le Donne di Cukor, e molto altro), qui Ozon riconferma di avere le stesse capacità anche senza l'aiuto di quell'ipnotico e straordinario cast. Angel è però un melodramma smaccatamente plasticato: fasullo, ma nell'unica accezione in cui possa essere un complimento. E lo è: non solo racconta un'ascesa e una caduta nel più classico dei modi, ma si filtra attraverso l'espediente del gioco cinefilo. Dai fondali ai tessuti, dagli abiti ai set, fino ad ogni singola mossa o battuta, Angel si pone come un punto d'arrivo del cinema riproduttivo proprio della - certuni la chiamano ancora - postmodernità.

Chi bazzica qui sa bene che ciò non è considerato un male, se fatto con classe: e di classe Angel ne ha da vendere. Ma se tutto ciò vi può trovare infastiditi, di principio, statene lontani: Angel, per questa sua tendenza esplicitamente cerebrale, e profondamente superficiale, è un film che accontenta la vista più che il gusto, la mente più che il cuore - e tutto questo rende un po' ardua la parte più propriamente "melodrammatica": proprio perché una volta che il gioco è aperto e sotto gli occhi, fin da subito, è difficile poi riuscire a buttare il cuore alle ortiche.

Ma tutta la prima parte (l'ascesa, appunto) è qualcosa di travolgente e sorprendente, costruito su barocchismi tanto spudorati quanto affascinanti, in cui molta della forza è dovuta all'interpretazione "insopportabile" di Romola Garai, che più che un talento mimico formidabile, che comunque le si riconosce, mostra un'ammirevole abnegazione al "metodo Ozon": sopra le righe eppure ad esso sottomessa. Imprescindibile per questo la visione in lingua originale.
un post di kekkoz alle ore 17:37 | Permalink | commenti (8) | tags: francia, regno unito


lunedì, novembre 12, 2007

This is England
di Shane Meadows, 2006


Avete presente quando si dice che le stroncature sono molto più divertenti e stimolanti degli elogi? Ecco, il discorso vale anche per This is England, straordinaria opera nona di Shane Meadows, trentacinquenne regista inglese, originario dello Staffordshire, ancora piuttosto sconosciuto - purtroppo - dalle nostre parti. Sulla quale non ho nulla da dire. Il film è bellissimo, è intelligente, profondo, commovente, sincero. Ho pianto. Che altro devo aggiungere? Guardatelo e basta.

Per ovviare al problema, potremmo utilizzare quattro artifici.


Artificio numero uno: l'invettiva contro quei cattivoni dei distributori.
E non vedremo nemmeno questo film di Shane Meadows, nelle sale italiane. Diamine. Pare che i distributori, con le guance ancora piene degli avanzi del cibo scartato dai sottocloni dei film in costume tratti dai romanzi di Jane Austen, si siano dimenticati che c'è anche un altro cinema inglese, in giro. Va bene, ora distribuiscono i film di Edgar Wright, ma ci basta? Ci può bastare? No! Non ci basta mai! Qualcuno glielo può dire, a quei cattivoni, che ci sono - per dire - i film di Winterbottom con Steve Coogan? E soprattutto, che ci sono i film di Shane Meadows? Che non avranno Liz Bennet e Mister Darcy e anatre starnazzanti nell'aia, ma che riescono, senza guardare in faccia nessuno, con la delicatezza di una carezza e la forza di un pugno, e scegliendo di non banalizzare il male, a tutti i costi, cogliere - come fa This is England - il senso profondo dello sguardo di un ragazzino sul mondo? Peraltro, di un bambino così pucci?

Artificio numero due: il secco riconoscimento di una secca lettura storica.
La cosa che più sorprende di This is England è come sia riuscito a far sì che dal ritratto, estremamente intimo e racchiuso tra poche mura e cortili, di alcuni ragazzi di Nottingham, fuoriesca un vero affresco storico, quello di un decennio e dell'intero sistema che ne reggeva le sorti (Margaret Thatcher, la guerra nelle Falkland, l'ascesa del nazionalismo bianco), facendo rispecchiare con perfezione millimetrica - nascosta sotto l'illusione del lo/fi e del low/cost - il collettivo nell'individuale. E viceversa.

Artificio numero tre: l'aneddoto personale che non c'entra un cazzo.
Io qualche anno fa ho incontrato, di sfuggita, il signor Shane Meadows. Mi ricordo che da principio era parecchio paurosetto a vedersi, ma in realtà una personcina davvero a modo.

Artificio numero quattro: manifesta vacuità per interposta spocchia.
E alla fine il nostro Shaun, della sua bandiera, della sua croce ammazzadraghi, non sa più che farsene. Si lancia sulla spiaggia, quella stessa spiaggia da cui il padre, omericamente, non tornerà mai più, e lancia la bandiera nell'acqua. La guarda affogare, come una speranza che si cancella nell'acqua, o come una speranza, forse, da ricostruire altrove. Nel proprio animo, confuso e tradito. Nel proprio cuore, contuso e trafitto. Nello sguardo, privato dell'innocenza e pieno di morte e dolore, lo stesso sguardo che rivolge a noi prima del buio, lo stesso sguardo che chiudeva la storia di Antoine Doinel e apriva la sua vita, quella vera. Ehi, hai visto? Ho riconosciuto la citazione. Cosa ho vinto? Buio in sala, titoli di coda.
un post di kekkoz alle ore 18:19 | Permalink | commenti (22) | tags: regno unito


mercoledì, novembre 07, 2007

Becoming Jane
di Julian Jarrold, 2007


Che la mania del cinema anglosassone per Jane Austen sia una cosa inevitabile, nonché ricorsiva e implacabile come lo scoccare del nuovo giorno, è cosa ormai accettata. E in molti casi, ma sì, benvoluta. Dopotutto, la signorina Austen scrisse pur sempre dei signori libri, testi che è difficile sputtanare per mera pigrizia. Altra cosa è impuntarsi a tal punto che, se non c'è più un libro dell'autrice libero, ci si guardi in giro e ne venga fuori un biopic della Austen stessa. Che non sarebbe nemmeno male, di per sé.

Se non fosse, ahinoi, che il film è maldestro e malriuscito. Più che altro, la cosa che più infastidisce è che da una vicenda sommariamente interessante (come Jane Austen divenne, o meglio rimase, una zitellona da brodo) esca un film disascalico fino alla nausea: ragazzi, se la vostra sceneggiatura è basata su due idee di numero che, fossero anche le più illuminate e profonde del mondo, sono pure di immediata comprensibilità  (chiamatela pure sconfinata banalità), di certo non voglio che i personaggi me le spieghino nei dialoghi. Ci arrivo da solo. Tutto intorno, il solito cerchio boriosetto di inchini, faccette torve, sguardi languidi, vecchie antiquate, galline che svolazzano quando la madre corre nell'aia agitata perché è arrivato un ospite inatteso, Maggie Smith, quattro vigorosi cazzotti per scuotere il nostro animo di fanciulle, e via dicendo.

Ma non bastano quattro maiali messi lì a casaccio a rappresentare, o a farlo come si dovrebbe,  l'impossibilità di una rivalsa sociale ed economica in un meschino misero maschile mondo, nascosta però sempre sotto i vestiti puliti, non basta mettere quella pertica di Anne Hathaway -  che è bellina, per carità, ma non so cos'è, ha la faccia tutta spettinata, e non si adatta bene a questo inspiegabile inglesismo che le hanno cucito addosso, mi ripeterò, ma non c'era un'attrice inglese? - sperando che la somiglianza vaga con quell'altra ripeta il miracolo di renderla intensa e commovente. Si salva la scena del ballo, dove la Hathaway e il malcapitato James McAvoy (fijo mio, selezione, per cortesia) ballano e recitano - finalmente - con gli occhi e con il corpo. Senza dover aprire quelle cazzo di bocche per poi parlare come (brutti) libri stampati.
un post di kekkoz alle ore 00:13 | Permalink | commenti (13) | tags: regno unito


lunedì, ottobre 15, 2007

Stardust
di Matthew Vaughn, 2007


Mi rendo conto di quanto sia una pratica antipatica, ma ci sono delle volte in cui è davvero difficile parlare di un film prescindendo dall'opera letteraria da cui è tratto. E non è una questione che riguarda il valore intrinseco dell'opera, bensì il rapporto soggettivo tra le due opere e il fruitore e/o amatore. In questo caso specifico, per esempio, Stardust è un romanzo breve di Neil Gaiman che ho letto in tempi molto recenti e che ho particolarmente amato. Da una parte è quindi possibile, soprattutto perché il film stesso è prodotto (ma più che altro patrocinato) da Gaiman stesso, intravedere quanto del libro sia rimasto nel film, e dall'altra parte farne del tutto a meno. Esercizio probabilmente spregevole, si diceva: ma utile per vedere, come si noterà più avanti, che i risultati sono più imprevedibili di quanto di creda.

L'introduzione a questo breve testo serve in realtà, più che a identificare un metodo, a trarre la metà delle conclusioni già implicite: chi vi scrive è ben lungi dall'affermare che il testo letterario sia sempre migliore del testo visivo (perché ne va dell'immagine vulgata del cinefilo, e perché è una banalità intrisa di menzogna che a volte sfocia nella superstizione medievale), e se in questo caso si può dire con facilità che tra Stardust e Stardust ci stiano interi pianeti è per una quantità di considerazioni e non per credenza aprioristica. I fatti principali sono due, piuttosto evidenti agli occhi: il primo è che un testo che doveva il suo fascino maturo soprattutto al recupero di una tradizione dimenticata, rifacendosi alla letteratura fantastica pre-tolkeniana, è divenuto con la sua trasposizione un mero film per ragazzi - magari maturi, ma non per forza sveglissimi - che ha dalla sua la naivite della bedtime story (e ben venga) ma più come ammiccamento superficiale (postmoderno, ahinoi) che come gusto narrativo. Cinema per ragazzi, poi, si diceva: di un certo livello, con un buon cast, ma è pur sempre un'altra faccenda rispetto all'avventurosa, romantica e malinconica cupezza del libro. Secondo fatto, l'evidente fretta con cui gli autori del film hanno desiderato liberarsi del fardello del libro stesso, con parti spesso irrappresentabili o poco funzionale a una resa visiva, per potersi dedicare ad altro - scelta che fa il paio con quella di ridurre drasticamente il tempo della fabula (da molti mesi a sette giorni) e persino lo spazio e le distanze all'interno di esso.

E qui avviene il passaggio a quello di cui ci saremmo dovuti dedicare da principio, saltando a pié pari l'intero paragrafo precedente. Ovvero: ora che si è detto che il film tradisce in parte, e sfavorevolmente, lo spirito del libro, e - accompagnato da un coro di chissenefrega - che non è alla sua altezza, cosa rimane di questo film, come oggetto a sé stante? Mi ricollego a quanto appena detto: se da un lato le parti tradotte con una certa fedeltà risultano frettolose e sbrigative, persino fastidiosamente, e immagino che l'effetto sia notabile anche da chi non ha fruito del libro (e si sta parlando di quasi tutta la prima metà, e del brutto finale in cui gli autori hanno tagliato la testa al toro con una specie di riassuntino), dall'altro lato è proprio il numero di libertà prese da Vaughn e soci a rendere piacevolissima tutta la seconda parte. E chi l'avrebbe detto: è proprio accantonando il testo gaimaniano che si sono raggiunti i risultati migliori, alla faccia di ogni possibile affezione o fanatismo. E così, a parte eccezioni come i fratelli fantasma, resi in modo eccezionale e perfettamente in sintonia con l'umorismo nerissimo di Gaiman, sono le cose più apparentemente posticce (come il De Niro en travesti, la comparsata di Ricky Gervais, i lunghissimi e coinvolgenti duelli finali - con eccezionali trovate visive) ad essere le più divertenti e coinvolgenti dell'intero baraccone.

Probabilmente a questo punto ci si può chiedere anche perché spendere tutte queste parole: Stardust è un film meno soddisfacente di quanto avremmo sperato, narrativamente un po' involuto, produttivamente un po' cheap: ma vale assolutamente una visione, anche solo per quei (non pochi) tratti da cui fuoriesce, o si intuisce, la voglia di immergersi nel più autentico gusto del racconto, di scansare con una spallata le riletture critiche, le parodie, gli omaggi, giù giù fino ai canoni prestabiliti del fantasy e di nuovo su su fino al pesante macigno jacksoniano, il tutto in nome del potere della magia e dell'amore. E anche se è ci si è riusciti così così, pazienza: qui si è disposti benevolmente a perdonare.
un post di kekkoz alle ore 14:18 | Permalink | commenti (15) | tags: stati uniti, regno unito


giovedì, settembre 27, 2007

28 settimane dopo (28 weeks later)
di Juan Carlos Fresnadillo, 2007


Rifacendosi chiaramente alla trilogia romeriana, che nel frattempo è diventata con nostra grande gioia una pentalogia, Danny Boyle decise, ad un certo punto, che 28 giorni dopo, horror molto più che interessante ed estremamente angosciante che contribuì con un certo coraggio iconoclasta a dare nuova linfa al genere, avrebbe dato l'avvio ad una vera e propria franchise, con - oltre a questo - il venturo 28 mesi dopo, e una serie a fumetti. Non potendo dirigere questo secondo capitolo perché impegnato nelle riprese del bellissimo Sunshine, Boyle affidò l'impresa allo spagnolo Fresnadillo dopo aver visto il suo Intacto.

Qualche anno fa, per una sorta testardaggine romerofila, avrei storto il naso di fronte alla maggior parte dei tentativi di rinverdire il fascino (anche commerciale) del film con gli zombi. Grazie a Boyle, a Snyder, a Wright, e altri, le cose sono decisamente cambiate, ed evidentemente mi sbagliavo. Non solo perché ora il genere è tornato in voga, ma perché persino un film che pochi mesi fa avremmo bocciato come una rimpolpata semi-apocrifa girata magari in quattro e quattr'otto per tirare su le ultime briciole del grande successo commerciale del film precedente, si rivela essere una bella sorpresa.

Perché se Fresnadillo non ha dalla sua le novità del primo film - le immagini affascinanti e paurose di una Londra deserta e abbandonata, gli zombi che corrono velocissimi con gli otturatori spalancati - e termina con il solito finale aperto che ormai è un po' storia vecchia, fa comunque il suo lavoro in modo eccellente: aiutato dalla splendida colonna sonora di John Murphy, che ancora una volta trova nelle ispirazioni post-rock la musica ideale per i panorami apocalittici, pur conoscendo dei momenti di calo, o meglio, una vera e propria altalena, quando va a segno ci va eccome. Come, verso la fine, in una lunga e quasi insostenibile sequenza illuminata solo dal mirino di un fucile (insieme a noi vede un solo personaggio, mentre vediamo gli altri personaggi muoversi alla cieca), un'uso "al negativo" della soggettiva dotato di un sadismo non indifferente.

Comunque la si veda, perché è chiaro che il film potrà non piacere (ma chi cerca un horror si accomodi, questo è un signor horror) è difficile negare l