mercoledì, febbraio 20, 2008

Eagle vs Shark
di Taika Waititi, 2007


Solleticato dal post del miglior blog italiano, come amo chiamarlo nell'intimità, ho recuperato l'opera prima di Taika Waititi, il maori belloccio che divideva il palco con il protagonista Jemaine Clement prima che quest'ultimo formasse gli splendidi Flights of the Conchords, presentata l'anno scorso a Sundance e diventata un piccolo caso tra i possessori di occhiali spessi e camicie di flanella worldwide.

Effettivamente Eagle vs Shark ha moltissime cose di cui vi potrete innamorare: una protagonista che sembra una specie di Miranda July ma senza la sensazione di doverla eliminare dalla faccia della Terra, un protagonista - Jemaine Clement, appunto - davvero bravo e con una comicità irresistibile che a tratti sembra rifarsi a quella di Will Ferrell, situazioni bizzarre e sopra le righe, costumi di animali buffi e sacchi a pelo colorati, amare solitudini, l'incapacità e la paura di essere sinceri dolci e adulti, una "famigliolina disfunzionalina" (cit), una colonna sonora indissima con dentro M. Ward, Devendra Banhart e gli Stone Roses.

Ecco, tutto questo allo stesso tempo serve a far capire perché Eagle vs Shark possa dar noia, ed effettivamente a tratti la dia eccome: c'è un limite alla mia sopportazione di tutta questa carineria, pur nel suo essere comunque una spanna sopra esempi più celebri e celebrati. E non bastano le improvvise sterzate di "scorrettezza" (mica roba da niente) a cancellare la sensazione di una maniera globalizzata. Ormai gli stilemi del piccolo-cinema-indipendente sundanciano sono così palesi e sputtanati da essere anche facilmente esportabili - senza troppi sforzi, ma con risultati così così - anche in un paese come la Nuova Zelanda.

E non è mica la stessa cosa: dai, sentiteli parlare, che diavolo di lingua è?

Scherzi a parte, il succo è il solito: se avete voglia di vedere un film così, guardatelo. Forse vi piacerà. Se non vi attrae, avrete sicuramente qualcosa di meglio da fare - e probabilmente, purtroppo, non ne sentirete più parlare. Sicuramente è un film curioso, è divertente, è puccissimo, il personaggio dell'amico tonto mi ha fatto rotolare a terra, e purtroppo non c'è molto altro: però i momenti animati in stop-motion, con il torsolo che fugge dalle formiche su una ciabatta e si ricongiunge infine alla "sua metà della mela", valgono da soli il prezzo del biglietto. Se volete chiamarlo biglietto.
un post di kekkoz alle ore 18:06 | Permalink | commenti (7) | tags: nuova zelanda


domenica, settembre 09, 2007

Black sheep
di Jonathan King, 2006


"You're a tree."
"I'm not a tree. I'm a fucking sheep!"


Ultimamente, qualcuno si è accorto che l'horror mischiato alla commedia è ancora capace di vendere, e si è ricominciato da ogni parte - anche se con una forte influenza britannica - a produrre film che mescolino l'horror di ispirazione "bassa" (perlopiù nell'impianto figurativo) alla commedia demenziale (a cui vengono lasciati di norma i dialoghi), senza che un genere schiacci l'altro - nel comico involontario da una parte o nella bieca parodia dall'altra. Da parte mia la considero una fortuna, perché non vedo cosa ci possa essere di meglio per passare una serata che una pecora inferocita che divora la bocca - o peggio, che strappa a morsi il membro virile di un ricco agricoltore.

Ma qui ci troviamo nella sconfinata verdissima Nuova Zelanda e, come hanno scritto e scriveranno tutti, non è difficile vedere in questa storia di DNA umani e ovini mescolati che causano per errore un vero e proprio esercito di pecore mannare (weresheeps?) echi del primo Peter Jackson. E lo so, che a raccontarlo questo film sembra solo una scemata: tutto sommato lo è, non c'è niente di male. Ma è anche un'operetta terribilmente consapevole di quello che fa, persino nello scivoloso contesto della "tradizione" (neozelandese e non: Jackson, Gordon, Yuzna, i nomi che girano son sempre quelli). Insomma, non si dà tante arie e va dritto dritto al sodo, come "ai bei tempi".

Forse però è riduttivo, o sminuente, trattare meramente Black Sheep come un tardo epigono. Anche se lo è. Perché l'esordiente King, nonostante un cast improbabile e uno script non sempre brillantissimo (ma Danielle Mason è bella e pure brava), e a parte qualche minuto in cui ti ritrovi a guardare il film ridendo a crepapelle dicendo "o questo tizio è un genio, o è pazzo, oppure ha perso completamente il controllo della situazione" e trovandoti certo su quest'ultima ipotesi, ce la mette tutta per farti divertire nel poco tempo concessogli (un'ottantina di minuti) e - perdiana! - ci riesce. Difficile volergli male.


Link1: ne ha parlato anche Gozu.
Link2: gli spagnoli ne sanno una più del diavolo.

un post di kekkoz alle ore 01:49 | Permalink | commenti (9) | tags: nuova zelanda


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