mercoledì, aprile 09, 2008

Tutta la vita davanti
di Paolo Virzì, 2008


C'è una cosa precisa che ho pensato, all'uscita dell'ultimo bellissimo lavoro di Paolo Virzì, ormai una settimana fa, mentre mi asciugavo le lacrime. Una cosa che sono stato lieto di riscontrare poi nei discorsi di molte altre persone che hanno gradito - o amato, come me - questo film, e che ho comunque voluto immediatamente condividere con qualcuno: Virzì è l'unico rimasto ad aver capito la commedia all'italiana. O meglio, è l'unico rimasto ad applicarla come si deve.

Inutile pretendere uno statuto di realismo storico da questo film: anzi, Tutta la vita davanti gioca volutamente con il grottesco, con la macchietta, e in ogni caso attraverso una spinta di assoluta addizione, perché sa che - se non è propriamente l'unico - è in questo caso e con questo linguaggio il modo più appropriato per farne scaturire la realtà, nei suoi aspetti più grigi e squallidi, così come nei barlumi di speranza veicolati dall'onestà e dall'intelligenza, soffocati comunque da una società ormai decaduta.

L'avevano capito i maestri a cui il film si rifà fortemente, con quel suo animo di fiaba amara, tutto sommato nera e disperata, e stavolta non è davvero fuori luogo richiamare autori come Dino Risi (come la scena dello sfogo di Elio Germano, da brividi) Ettore Scola (al di là della citazione diretta) o addirittura Antonio Pietrangeli: difficile non pensare al regista romano nella pazzesca, straziante sequenza del licenziamento di Micaela Ramazzotti, che strilla "nessuno è gentile!" nel parcheggio.

Ma la sostanza del mio giudizio non può non fermarsi, ad un certo punto: ed è già molto che io sia arrivato fino a qui. E il punto è quello in cui il regista e il suo fidato sceneggiatore Francesco Bruni, in modo mai così preciso e feroce, smettono di raccontare una storia qualunque. E cominciano a raccontare la mia.

Mai sufficiente il plauso a Isabella Ragonese, ed eccezionali tutti gli altri. Vi piaccia o meno, uno dei film italiani più belli e più importanti degli ultimi anni.
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martedì, aprile 08, 2008

Non pensarci
di Gianni Zanasi, 2007


C'è una lezione importantissima per il cinema italiano, che Non pensarci insegna: per fare dell'ottimo cinema indipendente, anche nel nostro paese, non è necessario scrivere sopra ogni fotogramma che lo si sta facendo. Basta mettersi a dire la propria storia, e farlo fino in fondo. Così, senza spiattellarcelo in faccia, il risultato è questo: uno dei film italiani più indipendenti (orgogliosamente, fieramente) degli ultimi anni nasconde la sua libertà all'interno di meccanismi assai consoni al cinema del nostro paese, nonché del cast e del suo autore, quali sono quelli del contrasto tra città e provincia (qui tra i brevi accenni di una Roma punk e una Rimini addormentata, eclettica ma saggiamente de-regionalizzata), e quali sono quelli della commedia familiare italica, divisa tra toni intimi, divertiti e amari.

Per il resto, Non pensarci è attraversato da un vento di leggerezza di cui si sentiva davvero la mancanza, dalle nostre parti: incanalati in logiche economiche, prospettive ombelicali, e tutte quelle cose di cui si taccia il nostro cinema (spesso a ragione), ci siamo dimenticati di una cosa che in questo film pulsa, e che non ci stancheremo di lodare: il bisogno, bruciante, di raccontare. E di farlo davvero bene: non è da tutti far uscire tutto un mondo da un accendino caduto, da uno stage-diving, da centinaia di vasetti di ciliege in frantumi, dalla corrente che se ne va in tutto il paese, lasciandoci senza luce. "E io come faccio senza Matrix?". Tutto il resto, poi, viene da sé: la scrittura è freschissima, agile, acuta. La regia modesta e attenta. Le scene madri, assolutamente inusuali nel loro essere sussurrate, sono silenziose, contenute: come l'impressionante confessione della madre nello stanzino, o il dialogo tra Stefano e Michela, sulla collina. "Sei tornato perché hai bisogno di noi".

Essenziale il contributo di una colonna sonora bella e intelligente, tra i Clap Your Hands Say Yeah e il commovente Ivan Graziani di Agnese dolce Agnese, ma mai quanto il cast: Valerio Mastandrea trova il suo ruolo migliore, e il più adatto ai suoi toni e al suo incredibile talento, dai tempi di Tutti giù per terra: e da quel film ritrova anche Anita Caprioli, che là esordì. Qui è sua sorella, rifugiata amorosa in un delfinario, bellissima, pallida, malinconica: impossibile non innamorarsene, perdutamente.
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mercoledì, febbraio 13, 2008

Caos calmo
di Antonello Grimaldi, 2007


Quando ci si affeziona ad un libro, se si escludono scelte di conduzione palesemente imbarazzanti, si è sempre contenti di vederlo tradotto sullo schermo. Ci si può confrontare tra l'immaginazione soggettiva e "libera" creata nella propria mente durante la lettura, e un'immaginazione "istituzionalizzata" qual è quella dell'adattamento cinematografico. E in questa sede, questo è quanto di più si vuole scrivere sull'argomento: Caos Calmo è un film estremamente fedele al libro da cui è tratto.

Non tanto per il fatto che le situazioni del libro vengono riproposte in modo attento e quasi del tutto compiuto (con i limiti posti dalle due ore della proiezione), quanto per l'indole che contraddistingue la narrazione: Caos Calmo è un film che racconta il suo percorso di elaborazione del lutto con una varietà di toni davvero inusuali per il contesto un po' mortificante del cinema "leggero", in cui il film si inserisce con evidente volontà. Toni che vanno da un'ironia attenuata e coivolgente a una capacità di raccontare il dolore della perdita senza insistere sui soliti dettagli ombelicali, mantenendo sempre un ritmo eccellente, e molto adeguato alla durata del film. Non limitandosi a una replica del testo, però (evitando per esempio di accasciarsi pigramente sulla voce over: era un rischio su cui temevo scivolassero col culo a terra), e osando qualcosa di più.

Osando nel raccontare il conflitto tra il dolore e la sua presentazione sociale, prima di tutto, e nel rappresentare - a prescindere dagli strascichetti polemici del caso - la riscoperta del desiderio, e del suo rapporto con complicità, intimità e senso di colpa - con crudezza e sincerità davvero inedite. Oltre ad essere un film dignitosissimo sotto l'aspetto semplice ma insidioso qual è il gusto della visione, quindi, Caos Calmo cerca anche di fare qualche passetto in più all'interno della psiche del suo protagonista. E lo fa, paradossalmente, abbassando molto le ambizioni del libro, e portandolo ad un livello più medio, rifacendosi anche a precedenti noti quali l'ultimo Moretti (lui stesso fa "suo" il personaggio di Paladini, inserendo anche il suo stile nella sceneggiatura, anche se con umiltà e spesso a schizzi improvvisi) e colpendo per la limpidezza e la semplicità con cui la buona sceneggiatura e l'ottimo cast - tra cui una bambina brava e non insopportabile, e un Roman Polanski che è puro carisma - riescono a conquistare lo schermo.

Invece, se qualche - neppure troppo piccolo - dispiacere c'è, lo si riscontra dal punto di vista estetico e plastico: insomma, Caos Calmo non si divincola da un'insoddisfacente piattezza che tradisce le abitudini distrettesche di Grimaldi, e in cui l'esperienza di Alessandro Pesci alla fotografia (altrove molto bravo) non si riesce a smarcare dai soliti movimenti ondulati della macchina da presa nel campo/controcampo, e soprattutto da una patina bruttarella e imprecisa che fa pensare solamente alle immagini che siamo abituati, nostro malgrado, a vedere sul piccolo schermo.

Ma sono osservazioni limitate, e non troppo limitanti, perché Caos Calmo è davvero un bel film, rischioso e delicato allo stesso tempo, che infila in colonna sonora Stars, Rufus e Radiohead come fossero acqua fresca, che riesce perfettamente nel suo intento, e visti i tempi che corrono non possiamo che esserne entusiasti.
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sabato, febbraio 02, 2008

Piano, solo
di Riccardo Milani, 2007


A differenza di ciò che qualcuno potrebbe pensare, le memorie che danno il titolo a questo blog sono proprio, letteralmente, memoria. Tentativi di recupare estratti di ricordo per strapparli alla fugacità del tempo. Sono centinaia, migliaia, le cose, i dettagli del passato, che ricordo proprio grazie a questo blog. Ma è una cosa pessima, davvero, la mia memoria: tanto che a volte guardo un film e me ne scordo. Non è la prima volta, anche se il blog dovrebbe aiutare. Si direbbe che se ci si dimentica è colpa, o può esserla, del film, ma in questo caso è un peccato, perché non lo è.

Recuperato diversi giorni fa grazie alla segnalazione nelle classifiche dell'anno passato da parte di qualche blog (che ringrazio e invito a palesarsi eventualmente nei commenti), tratto dal romanzo di Walter Veltroni sulla vita di Luca Flores, pianista morto suicida nel 1995 a meno di 40 anni, il film è il racconto di un'ossessione vividamente sonora e della sua sublimazione musicale, dove le dita che corrono sui tasti non sono che la fuga da un qualcosa che è sempre dietro l'angolo, e soffia sul collo. E lo sguardo triste del solito eccellente Kim Rossi Stuart non fa che trasmettere la rassegnazione, da principio, di fronte a questa ineluttabilità. Dal canto mio, Piano, solo è stata un'esperienza difficile, toccante per alcuni versi, ma immagino di poter dire con tutta tranquillità che l'impressione sia assolutamente positiva a prescindere da questioni del tutto personali.

Se alcuni dei caratteri del cinema italiano che generalmente snobbiamo rimangono incastrati nella rete, per esempio sul piano della direzione d'attori (e in questo senso la prova d'attrice di Jasmine Trinca stona assai con quella sorprendente di Paola Cortellesi), è davvero ammirevole il tentativo di Milani di rifuggirli con le armi della sintesi e dell'asciuttezza, relegando il melodramma nei visi dei suoi personaggi e trasformando Piano, solo in un film di rara compattezza, che rimane miracolosamente in bilico, ma dal lato giusto, sul rischioso filo teso dalla rappresentazione della malattia sullo schermo. E regalando, nella scena perforante del flashback "rivelatore", uno dei momenti più intensi del cinema italiano degli ultimi tempi.
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martedì, dicembre 25, 2007

La ragazza del lago
di Andrea Molaioli, 2007


Sono pochi i film italiani che quest'anno hanno attirato davvero la mia attenzione, e fa piacere poter dire anche a posteriori che La ragazza del lago è davvero una bella eccezione.

L'esordio di Molaioli, per anni assistente alla regia di Nanni Moretti, tratto da un romanzo della "regina norvegese del crimine" Karin Fossum, si è rivelato un gran bel film, un quieto noir di provincia, malinconico e dolente, e senza troppe facili speranze.

Molaioli dimostra già di avere un suo stile, glaciale e sommesso, e la sua bravura si vede non solo nella perizia tecnica e l'intelligenza con cui struttura le singole scene senza cadere (troppo) nei tranelli della fiction televisiva, ma anche nell'umiltà con cui non ce lo sbatte in faccia.

Completa il quadro l'algida, bellissima colonna sonora di Teho Teardo.
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martedì, dicembre 11, 2007

The deaths of Ian Stone
di Dario Piana, 2007


A molti il nome di Dario Piana, come a me fino a qualche tempo fa, può dire poco. E la classica occhiatina all'IMDB serve a poco: una regia sola, vent'anni fa, per il pessimo sequel di Sotto il vestito niente 2, e qualche teleplay per altrettanto discutibili prodotti televisivi. Ma Dario Piana è in realtà uno dei più noti registi di spot del nostro paese, con un passato di illustratore pubblicitario nella Milano degli anni '70 e un curriculum impressionante di centinaia di spot, tra cui molti famosi, spesso - soprattutto negli ultimi tempi - basati su un uso "spinto" degli effetti speciali.

The deaths of Ian Stone
è parte del progetto Horrorfest, sorta di "festival itinerante" che porta negli Stati Uniti "8 films to die for", 8 horror ispirati (o meno) all'età doro della serie B: sapere come Piana sia finito nel malefico ottetto è difficile a dirsi. Ma anche da principio, trovarsi di fronte all'horror di un regista italiano nel 2007, quando i tentativi in campo nel nostro paese, per quanto ben accetti, vanno poco oltre gli ultimi boccheggiamenti di Dario Argento, lascia un po' di sasso. Più che altro, lascia di sasso che nessuno ce lo sia venuto a raccontare. Anche perché, sorpresa, Ian Stone non è affatto male.

Ian Stone è un giovane americano a Londra che viene ucciso di continuo da misteriose entità, e che ogni volta si risveglia, dimentico di quanto successo, in una vita e in "panni" diversi: ma i "mondi" sono accomunati dalla presenza di una ragazza bionda. Ma oltre alla trama, aggrovigliata quanto basta e assolutamente seducente (sembra uscita da una delirante graphic novel), ad incuriosirmi è stata soprattutto la presenza come produttore di Stan Winston, curatore degli effetti speciali delle saghe di Terminator e Jurassic Park (e non solo), che escludeva in partenza che si trattasse di una robaccia cheap: e infatti non lo è.

E se anche qualche volta Piana cede alla tentazione di applicare pure qui la sintesi pubblicitaria - il film è estremamente breve, poco più di un'ora, e quindi va da sé che le cose succedano tutte un po' in fretta - e modi da post-matrix (certi imperdonabili cappotti), lo si perdona volentieri, perché il film è un innegabile
divertimento, è girato come si deve, Mike Vogel ha la faccia giusta e non sembra appoggiato lì perché belloccio come spesso accade in questi casi, e la storia non ha paura di prendere pieghe inquietanti (la sequenza dell'eroinomane) o rischiose (il "design" delle armi delle suddette entità). Forse è un po' mordi-e-fuggi, ma poco importa: è anni luce da qualunque cosa simile io abbia visto tirar fuori in tempi recenti dalle manine di registi italiani.

Le potenzialità ci sono tutte, e non ci sono più scusanti. Che non sei mica più un ragazzino: adesso, Dario Piana, torni qui a Milano e ci fai vedere, ma davvero, di cosa sei capace. Sai che goduria.


Scopro solo ora che il film uscirà nelle nostre sale il prossimo anno, distribuito da Medusa: la data per ora è fissata al 13 Giugno 2008.
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lunedì, dicembre 03, 2007

[addio]



E' morta Eleonora Rossi Drago.
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sabato, dicembre 01, 2007

Mio fratello è figlio unico
di Daniele Luchetti, 2007


Pur apprezzando molto il cinema di Luchetti, tutto il tempo atteso dall'uscita di questo suo ultimo film, tratto da "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi, mi aveva convinto, in qualche modo, di non essermi perso niente di che. L'ho recuperato quindi pigramente, senza troppa curiosità e senza troppo entusiasmo.

Invece ho trovato un film che, pur con qualche limite (dovuto, per fare un esempio, all'accostamento del solito eccellente Elio Germano alla decorosa legnosità di Scamarcio), racconta una storia italiana in cui la politica e gli ideali vengono svuotati della loro aurea mi(s)tica, ritratti più come un pretesto per sopravvivere, per sfuggire al grigiume della povertà e della provincia, per trovare un posto nel mondo. E che ha il coraggio di costruire la figura di Accio mescolando antipatia ed empatia, con una malinconia che diventa, nel sommesso e bellissimo finale, sottile disperazione.

Qualunquista e disilluso? Semplicistico? "Rossi e neri son tutti uguali"? "Ve lo meritate Alberto Sordi"? Forse. Ma quello che ci ho visto io, o che ci ho voluto vedere, è stato soprattutto il recupero di un gusto e di una piacevolezza del racconto (anche grazie alla scorrevole sceneggiatura scritta da Luchetti insieme a Rulli e Petraglia, che a sessant'anni sanno scrivere script di una freschezza che la maggior parte dei conterranei si sogna) che non riscontravo da tempo nel nostro cinema.
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giovedì, maggio 17, 2007

[apollineo vs dionisiaco - 1]
 


Io, l'altro
di Mohsen Melliti, 2007

[spirito dionisiaco]

C'è Raul Bova che fa il pescatore e parla siciliano. C'è Raul Bova che guarda una profuga morta in mare e dice "poverini, cercano la speranza e trovano la morte". C'è la svolta thriller. Scult tra gli scult, c'è una specie di morphing tra il ritratto di Bin Laden e quello di Padre Pio. Era l'unica ragione per andarlo a vedere, e ve l'ho rovinata. Bin Laden! Padre Pio! Bin Laden! Padre Pio! Bleah.

[spirito apollineo]

La mia recensione su Cinema4Stelle.


nota: questa stupida rubrichetta si propone, almeno per oggi, di mettere un po' di ordine nella mia recente schizofrenia privata e professionale. Trovo comunque che l'immagine sia deliziosa: potrebbe diventare un'abitudine.
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giovedì, maggio 17, 2007

Fascisti su Marte - Una vittoria negata
di Corrado Guzzanti e Igor Skofic, 2006


Mettiamo subito in chiaro una cosa: chi scrive considera Corrado Guzzanti uno dei più grandi uomini di spettacolo dei nostri tempi, e la mia ammirazione per lui ha rasentato in passato (quando era più presente, come con quell'assoluto Capolavoro della TV italiana che fu Il Caso Scafroglia) forme persino ossessive. Detto questo, e messo quindi alla luce dei fatti che non ho un briciolo di oggettività di fronte a tutto ciò, è chiaro anche che non pretendevo che il film di Fascisti su Marte fosse anche un bel film. Soprattutto per una ragione: conoscevo la tiritera.

Se ci si approccia al film conoscendone i contenuti, il gioco non può che durare poco. Il film è infatti troppo lungo, troppo lento, troppo ripetitivo, troppo risaputo, almeno per chi conosce già la materia di cui è fatto. Ciò nonostante, Una vittoria negata, anche in questa prospettiva, è un film migliore di quanto ci si aspettasse: la struttura a sketch rimane quasi intatta, ma sotto a questo progetto assurdo, insieme amatoriale e sperimentale, c'è una struttura portante ben più radicata, che viene fuori con molta chiarezza e che possiede la forza risanatrice della Vera Satira - sempre a costo di prescindere dalle troppe tentazioni all'eccesso di Guzzanti & C.

Poi mi sono immaginato un approccio "vergine" al film, senza insomma aver avuto l'esperienza della versione "seriale" di Fascisti su Marte andata in onda sulla RAI. In tal caso, vi sfido a trovare nel cinema recente del nostro paese qualcosa di così spudorato, libero, svincolato da ogni legame con i linguaggi e gli stili dominanti, e soprattutto così spaventosamente divertente, così innegabilmente geniale.

Ecco, Geniale è un'altra di quelle parole che mi tengo ben stretta e che non sputtaneggio in giro. Questa è un'eccezione.
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martedì, gennaio 30, 2007

La cena per farli conoscere
di Pupi Avati, 2007


Il nuovo film di Pupi Avati si svolge su due piani differenti. Il primo è una storia, abbastanza risaputa, del superamento di una sindrome di Peter Pan, della scoperta dell'essere adulti (e padri, con tutte le conseguenze e responsabilità del caso) appena prima che sia troppo tardi. Il secondo è una storia di ricongiungimento familiare "orizzontale", ottenuto però, al contrario del solito, tramite meccanismi di negazione: come esplicita Avati nell'incontro con la stampa, ad unire le tre sorelle quasi sconosciute sono prima l'odio nei confronti di un uomo che le ha rese inesorabilmente infelici, e successivamente la sua stessa assenza.

Sotto a tutto questo però c'è anche l'ennesima presa di coscienza di un regista che è nato e cresciuto con il cinema di serie B. E quindi, oltre ad omaggiare in modo naif ma sincero Corbucci e Germi, Avati inserisce la sua storia - un po' fuori tempo, e con un meccanismo simile a quello svolto da Moretti, anche se qui siamo esattamente gli antipodi, trattandosi di un cinema assolutamente apolitico - nel contesto di un omaggio a "quel cinema là". Abatantuono è infatti non a caso un attore che, finita l'era degli italian kings of the b's, si ritrova a girare brutte soap, quando non (im)probabili reality show. E quando sui titoli di coda scorre la sua (im)probabile filmografia come fosse un necrologio, è evidente, questo è molto più che un semplice tratto marginale del film. Che rimane comunque prima di tutto, come da sottitolo di testa, una "commedia sentimentale".

Ma Il grosso dispiacere di La cena per farli conoscere, oltre al titolo (ma si sa che in quello gli Avati non vanno mai per il sottile), è l'enorme scarto esistente tra la dimensione progettuale del film, che è molto ordinata, consapevole, onesta e chiara quanto i suoi progetti narrativi, e la realizzazione, che è molto al di sotto della media del cinema europeo, e pure di quello italiano. Per esempio, non serve un orecchio attento per accorgersi dei problemi in fase di missaggio audio, con il doppiaggio che si sovrappone alla presa diretta all'interno della stessa scena (con un fastidioso effetto straniante per cui i rumori di fondo vanno e vengono: e vi assicuro che non si tratta di minuzie tecniche), e non serve un occhio attento per rendersi conto della piattezza della fotografia, che a volte si trasforma persino in indelicata imprecisione.

Ciò nonostante, con tutti i problemi che ne minano la visione, comprese le scelte per cui il pericolo televisivo è più che presente (come la tipica struttura soap: panorama + esterno + interno) e quel senso di ingenuità diffuso che a volte rende difficile divertirsi o commuoversi davvero fino in fondo, ci è davvero difficile disprezzare questo piccolo film da camera. Prima di tutto, perché l'allontanamento dal cinema più recente di Avati, quello malinconico che guardava al passato senza saper uscire dal pericoloso vortice della nostalgia provinciale, giova molto al regista, che si confronta stavolta con qualcosa di più universale. Poi per l'eccezionale talento sintetico dell'incipit con le "immagini" delle tre sorelle nelle tre città lontane, le prove d'attori gradevolmente sotto tono (tranne una brava Francesca Neri che irrompe nella scena ubriaca fradicia e delira per 10 minuti), e il gustoso personaggio del marito feticista interpretato da Fabio "Chicco Lazzaretti" Ferrari. E infine, la schiettezza con cui Avati si approccia alla scivolosa materia della "commedia all'italiana", con un misto inconsulto di ambizione e di umiltà, da cui esce tutto sommato vincente.

Ma soprattutto, perché La cena per farli conoscere, dimenticando volutamente ciò che Avati ha detto alla conferenza stampa (ovvero che "è un film a lieto fine", ma si sa che ci possiamo fare noialtri con l'intenzione dell'autore), è un film funebre e tendenzialmente pessimista. Un film che si apre con un funerale e si chiude con un funerale, in cui è la morte la risposta, e nel cui finale, a parte il ricongiungimento di sguardi e l'emblematica redenzione di gruppo (e la mancanza del graffio di Regalo di Natale di sente eccome), il protagonista non raggiungerà mai il suo sogno e le tre sorelle, diciamola tutta, rimarranno comunque e sempre inesorabilmente infelici.


Nelle sale dal 2 Febbraio 2007
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sabato, dicembre 16, 2006

[revisionismo]



"Questa è una domanda a cui non le voglio rispondere adesso.
No anzi credo che non le risponderò mai."
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domenica, novembre 12, 2006

L'amico di famiglia
di Paolo Sorrentino, 2006

I detrattori del regista napoletano, con L'amico di famiglia avranno pane per i loro denti: accorrete, genti di tutte le età, ad accusare Sorrentino di manierismo, di spocchia, di formalismo, di presunzione. Perché in effetti il suo nuovo film è proprio così: estremamente presuntuoso, e irreparabilmente irrisolto nel suo tentativo di mantenere un registro narrativo coeso, passando senza troppa cognizione dall'epitome dell'inessenziale (nella prima parte) a una sintesi frettolosa e riassuntiva (nella parte finale). Ma diavolo, se i nostri registi fossero tutti così, che cinema, che avremmo.

Al di là della bellezza di molti singoli momenti, a partire dagli incredibili titoli di testa (che molti definiranno lynchani, e non a torto) dove la voce di Antony giganteggia e ammalia, e della ricerca spasmodica dell'inquadratura originale, in quello che è palesemente il suo film meno riuscito Sorrentino si conferma tuttavia e comunque un autore dalla poetica forte e coerente, disperata e misantropa, e non un mero metteur en scene, seppure di raro e innegabile talento. Perché se i nostri registi fossero tutti così, che cinema, che avremmo.

Anche se poi L'amico di famiglia, in fondo, se ridotto all'osso, non è che una variazione, complicata in qualche modo dalla moltiplicazione dei personaggi e con alcune banalizzazioni (come il Fabrizio Bentivoglio venetofono e countrymaniaco) del suo film precedente. Insomma, Geremia de' Geremei è un altro uomo che sottovaluta le conseguenze dell'amore. Un amore che si trova dove meno te lo aspetti, tra le pieghe del disgusto e della iattura, tra il maleodore e la vecchiaia, un amore che ti restituisce il senso della vita anche solo per un attimo, ma che non potrà mai salvare un mondo in cui tutto diventa merce e bugia, un mondo ipocrita e malato.

Immerso nello sterco dell'uomo, l'amore che vi fiorisce per caso non potrà mai sbocciare.
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lunedì, ottobre 16, 2006

N (Io e Napoleone)
di Paolo Virzì, 2006


Sulla carta, l'ultimo film del regista livornese era davvero interessante: mescolare la perizia della ricostruzione storica con la levità della commedia italiana (o della commedia all'italiana, fate voi), senza farsi mancare se possibile una velata e malcelata riflessione sul presente. Qui, più che sul (post)berlusconismo, come ci si poteva aspettare, si parla del "popolino che si esalta per ogni cosa che sia peggiore di lui". Poteva persino essere un progetto rischioso. E che meraviglia, il rischio.

Purtroppo Virzì fa l'errore di abdicare la sua indole più leggera, quella che aveva fatto sì che venissero alla luce film davvero rari come Ovosodo o Ferie d'Agosto, a questa nuova ambizione, concentrandosi troppo sulle ottime scenografie e sui costumi, ricordandosi a tratti la sua identità ma esprimendola senza un briciolo di equilibrio, e di conseguenza - addirittura - annoiando, e abbandonando un po' a se stessi i personaggi. Brutto errore. Perché il cinema di Virzì non è certo esente dalle macchiette, ma non si può negare che Piero, Sandro, Caterina, persino Tanino, in fondo fossero dei bei personaggi. Il Martino di Elio Germano è poco più che un character. E come diceva Winston Wolf, "just because you are a character, doesn't mean you have character".

Forse è colpa di Auteuil, che gli ruba la scena con il suo Napoleone fascinoso, forse meglio scritto che interpretato ma indubbiamente "attraente": ecco, questo riesce bene a Virzì e soci. Cioè, fare di noi spettatori ciò che Napoleone fa di Martino, di Emilia e della popolazione dell'Elba, ingannarci con la seduzione del potere e farci scoprire napoleonici per un paio di frasi fatte, una battuta, una "pacca sulla spalla", e un bicchiere di limonata col rutto, in attesa di salpare per la Francia. E gli riesce molto bene. Ma nel frattempo il resto del cast si sta agitando sullo sfondo con un lieve imbarazzo da recita scolastica, cercando in tutti i modi di parlare un toscano quantomeno credibile, alcuni facendosi perdonare (Monica Bellucci, che a quanto pare si è inventata un mischiotto di accenti tutto suo, è parecchio divertente e - come spesso accade, forse inconsciamente - autoironica), altri assolutamente no. Come Sabrina Impacciatore. Non vorrei aggiungere altro, se non che invece Massimo Ceccherini è di una bravura quasi miracolosa.

Ma questo Ceccherini straordinariamente moderato, quasi poetico (il suo incontro con Mirella fuori dall'uscio - "bisogna resistere" - giusto un attimo ma che lascia stupefatti), non basta certo a risollevare del tutto un film davvero deboluccio. Un film passabile se vogliamo. Forse anche piacevole, suvvia. Ma all'altezza di nessuna delle sue ambizioni. E poi, va da sè, in un'ottica ipersoggettivista, l'attualità e il postberlusconismo trovateveli pure voialtri. Per me è semplicemente e profondamente un film di Virzì, e sta al finale dimostrarlo fino in fondo. Insomma, gli ideali e le utopie, individuali politiche o collettive che siano, alla fine dei giochi sono schiacciati sempre dalla dolcezza delle cose quotidiane. Dalla semplicità e dalla bellezza del compromesso con se stessi. E che due palle.

Prima che qualcuno me lo chieda: le bocce della Inaudi non si vedono, quelle della Bellucci sì.
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mercoledì, settembre 27, 2006

Nuovomondo (The golden door)
di Emanuele Crialese, 2006

Basterebbe citare una scena tra tante per poter dire che Nuovomondo è per ora il miglior film italiano del 2006, ne basterebbe una sola. E invece ce ne sono moltissime, tra distacchi silenziosi di barche e porti e di uomini e muli, tra carote giganti e piogge di zecchini, tra lo scoprire che sei italiano, che l'aglio puzza, che sei pronta a tutto pur di scappare, anche verso l'ignoto.

Verso quel nuovo mondo ostile, crudele e analitico, che il tuo mondo dentro non può e non vorrebbe capire, che il tuo sguardo non può che vedere da una finestrella e non può che sognare da un piccolo anfratto del cuore, che forse è meglio immaginare ancora come un lago di latte dove nuotare e amarsi.

Un viaggio storicamente ben definito eppure senza tempo, attuale ma senza meri polemicismi, iperrealista e surrealista eppure mai presuntuoso, poetico senza superficialità, silenzioso e soffocante per via dei campi cortissimi e dei corpi che si scrutano e che si annusano, ma di una cupezza che si può ancora superare con la forza dei sogni e della speranza.

E una storia d'amore sui generis che ti si infila nel cuore come uno spillo.
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lunedì, settembre 25, 2006

Piano 17
dei Manetti Bros

Ho talmente tanto aspettato a scrivere di questo film, che a questo punto potrei anche fare un post in cui scrivo di fiori, o di urbanistica, o di musica indie, oppure di che sensazione strana dia tornare a Bologna dopo due mesi e guardarla da fuori con gli occhi di uno straniero, tanto che ti verrebbe voglia di far finta di niente, non dire niente a nessuno e fermarti qui, di nuovo, altri 6 anni. Ecco, forse questo sarebbe più interessante, per qualcuno.

Anche perché di Piano 17 non c'è molto da dire: dopo 10 minuti iniziali e di digitale brutto-ma-brutto, con una passione evidente e gradevole, i Manetti trovano miracolosamente l'approccio giusto al genere puro, e realizzano un noir molto divertente, a tratti anche teso e appassionante, azzeccando soprattutto le parti che riguardano i gangstaer e meno quelle sui "civili" (che sono più caricaturali: c'è qualcosa di paradossale in tutto questo?), e utilizzando una struttura risaputa, complicatissima ma molto sciolta, ovviamente a flashback (non per niente nella cameretta della tipina darkettona c'è il poster di Fantasmi da Marte), usando il flashback-nel-flashback e giocandoci pure autoriflessivamente (il dialogo sui "sogni, che non sono lineari ").

Ovviamente il lavoro non è del tutto riuscito, perché le svaccate non mancano (il finale finale con quella canzone fino ai titoli di coda, dopo una colonna sonora così cool, no, non si può perdonare), alcuni personaggi e dialoghi sono sbagliati in modo imbarazzante, e non si raggiunge la compiutezza dei lavori recenti, per esempio, di Soavi e Placido. Ma per aver dimostrato di non aver bisogno di troppe parole (nonostante la tentazione forte del dialogo pulpfictioniano), e per quei venti minuti pazzeschi che portano dritti al finale sanguinario, gli si perdona tutto il resto. Con parsimonia, forse. Ma di certo non meritava l'indifferenza con cui è stato accolto nelle sale.
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sabato, settembre 16, 2006

La stella che non c'è
di Gianni Amelio, 2006

Come già nel caso di Le chiavi di casa, non sarò io certo a riversare incenso profumato sul capo di Gianni Amelio, forse perché il suo cinema non mi sa conquistare (o non mi sa conquistare più?) in modo totale. Ma proprio come nel film di due anni fa, al regista calabrese è riuscito quello che è davvero un piccolo miracolo: là era raccontare una storia di disabilità senza cadere nel facile melodramma, qui era raccontare una storia ambientata in uno scontro-di-culture scegliendo un taglio intimista che ha fatto svanire ogni rischio di svaccata politica-sociale e - anche grazie al sempre ottimo Bigazzi - ogni possibilità di cinema-cartolina.

Ovvero: con pochissime armi e pochissimi mezzi, che possono essere quelli di uno sguardo, di un saluto o di una lacrima, Amelio preferisce raccontare, più che la banale storia dell'italiano stupito di fronte ad un paese come la Cina e alle sue contraddizioni (pur facendolo in parte, e in modo eccellente), la storia di un uomo di buona volontà, e di una convinzione utopica che coincide con un ultimo e ossessivo senso possibile della vita. E la storia della donna che viaggia al suo fianco. E di raccontare questo loro viaggio (da cui traspare, senza bisogno di descriverla, tutta la loro vita) con un garbo e con una leggerezza - soprattutto considerati l'attualità del discorso e dei temi messi in campo - che potrebbero essere davvero sconvolgenti per chi è abituato ai toni nefasti della televisione nostrana (altro che film per la tv), e che sanno davvero coinvolgere, al di là dell'aridità - spesso ricercata e funzionalissima - di molte scelte stilistiche.

Poi, che Castellitto sia un gigante lo sapevamo già, ma è Tai Ling, con quella semplicità, quell'immediatezza, quello sguardo impreciso e quelle pause sofferte, a bucare, a trapanare lo schermo. Davvero un peccato, negarle il premio Mastroianni.


"Un poema allo stesso tempo socialista e anarco individualista: per questo magico."
manu, Seconda Visione
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sabato, agosto 05, 2006

La cura del gorilla
di Carlo Arturo Sigon, 2006


Il primo lungometraggio di Sigon, tratto dal romanzo di Sandrone Dazieri, è quello che mio padre definirebbe, con una locuzione da lui spesso utilizzata, un "vorrei ma non posso", traslata da me più frequentemente nel ben più divertente e ggiovane termine wannabe.

Insomma, La cura del gorilla è il wannabe di ciò che Arrivederci amore, ciao è la risoluzione, ovvero di un'applicazione dei meccanismi di genere presenti (anzi, eccedenti) nella buona letteratura contemporanea nel nostro paese, in autori come - appunto - Dazieri e Carlotto, ma anche Genna e Pinketts, alle formule del cinema italiano. La cura del gorilla è un wannabe cinema di genere, ma riesce ad essere a malapena cinema.

Non che non ce la metta tutta, anzi: ma cercando in tutti i modi di trasformare Claudio Bisio - attore teatricamente eccellente, Zelig permettendo - in una faccia da cinema, e non riuscendoci del tutto (anche a causa di una tremenda e interminabile voce off, evidentemente fasulla e forzata come spesso accade), a partire dal cast (ancora Catania sopra le righe?) e finendo ai dialoghi, lascia tutto intorno la brutta sensazione di un film ancora incollato alle pieghe più bieche del salvatoressismo d'accatto, dai rimandi visivi, alle ambizioni di Nirvana, alle tentazioni televisive, a Gigio Alberti eterno fattone che si fa le canne.

C'è sicuramente di peggio in Italia, e La cura del gorilla è più fastidiosetto che davvero brutto, perché almeno - lo si ripete - Sigon per primo ce la mette tutta, aggirando la sceneggiatura intricata e i pessimi dialoghi, e azzeccando a tratti qualche atmosfera, un buon incipit sanguinario, e poco altro. Appunto.

Straordinario però Bebo Storti nella parte del detective dalla scorza dura e dal cuore morbido, mentre Stefania Rocca è un'attrice da teatrino del liceo, (inascoltabile e) inguardabile. Una wannabe attrice.
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mercoledì, luglio 12, 2006

Arrivederci amore, ciao
di Michele Soavi, 2006

Non si può dire che io sia un grandissimo ammiratore di Michele Soavi, regista cresciuto sotto l'egida di Dario Argento e responsabile di certe innominabili brutture, né che io lo conosca tanto bene da scrivere una frase simile: fatto sta che il suo ultimo film si è rivelato invece come il miglior film italiano di genere che potessimo chiedere in una stagione, anzi in un periodo, in cui tale simil-categoria viene quasi del tutto a mancare, e se ne sente la mancanza.

Arrivederci amore, ciao è un film che ha delle evidenti pecche, non si può negare: manca di compattezza, è talvolta inconcludente anche perché calca la mano in modo ingenuo sulle forme dell'adattamento letterario (la voce off, la tendenza all'episodico), alcuni personaggi vivono solo in funzione del protagonista, e via dicendo. Chi ha pregiudizi nei confronti del cinema italiano potrebbe paradossalmente nemmeno gradire il tentativo di allontanarcisi. Ciò nonostante, non si può negare che sia un film che porta a termine tutti i suoi scopi, e che colpisce duramente nel segno. Un gran bel film girato buttando sullo schermo il cuore, il fegato, e tutti gli organi interni.

Legato com'è a doppia corda - ovviamente - al cinema di genere degli anni 70, non ci si appoggia parassiticamente, cerca anzi di reinventarsi e di scavare in profondità nella psiche del suo protagonista (un Alessio Boni fieramente bergamasco e fieramente figlio di troia), parlando sì della morte degli ideali e del cinismo della contemporaneità, ma non esagerando con le riflessioni storico-politiche (ma il telegiornale che dice "I magistrati sono matti, ha dichiarato (...)" è una mezzo dichiarazione d'intenti), lasciate in secondo piano rispetto al piacere della visione.

Con grande talento, quindi, arriva a stupire per gestione del racconto, direzione degli attori (Placido at his best), cura scenografica, invenzione registica (uso e abuso di soggettive e grandangoloni), e regala emozioni forti e insospettabilmente crudeli, grazie anche alla colonna sonora facilotta (tutti pezzi storici, con Insieme a te non ci sto più della Caselli a fare da collante) ma irresistibile. E nonostante un certo calo di interesse nella seconda parte centrale (dopo l'arrivo di Giorgio nel nord-est), ha un incipit davvero geniale (la soggettiva di un coccodrillo morto, il doppio pollice, un'esecuzione vigliacca) e soprattutto un finale di una cupezza e di una cattiveria incredibili.

Un film deliziosamente imperfetto, ma preziosissimo per il cinema italiano. E' un peccato che parte della critica e del pubblico, tra cui forse qualcuno che chiedeva a gran voce da tempo un film di genere del genere, abbia storto il naso scambiandolo per un prodotto televisivo, probabilmente consultando i credits e poi andando a mangiare un gelato. No signori, sui generis, ma questo è proprio cinema.
un post di kekkoz alle ore 12:52 | Permalink | commenti (6) | tags: italia


sabato, luglio 01, 2006

[il cinema ritrovato XX]

[Day One: 01/07/2006]

Omaggio a Vincente Minnelli
BRIGADOON (USA/1954)
R.: Vincente Minnelli. Int.: Gene Kelly, Cyd Charisse. D.: 108’. V. inglese.

Nell'ambito della solita rassegna del "cinema più grande della vita" (formati audio magnetici e cinemascope restituiti alla bellezza originale), quest'anno il Cinema Ritrovato propone una imperdibile selezione-omaggio al grande cinema di Vincente Minnelli. Difficile iniziare in modo migliore: Brigadoon, meno conosciuto di altri film del regista di Chicago, è un musical appassionante e romantico che oppone dicotomie elementari (sogno e realtà, tempo immobile e tempo della vita), ma lo fa con la solita splendida magnilo