martedì, giugno 03, 2008

The forbidden kingdom
di Rob Minkoff, 2008


Tempo fa ci dissero che Jackie Chan e Jet Li avrebbero fatto un film insieme. Intendiamoci, Jet Li & Jackie Chan è una roba che solo a sentirla tremano i muri, e nonostante il noto imbarbarimento hollywoodiano di entrambe le star, alcune prove recenti (Fearless di là, New police story di qua) ci avevano convinto che la bomba poteva ancora esplodere. Poi ci hanno rivelato l'amara verità: che il film non sarebbe stato solo (come prevedibile) finanziato dagli studios statunitensi, ma anche recitato in inglese e diretto da Rob Minkoff, regista del Re Leone e di Stuart Little - americanissimo nonostante sia sposato - true story - con una discendente di Confucio.

A questo punto il post si scriverebbe da solo, anche senza bisogno di vedere il film, così come si scrive da sé la domanda che si eleva dai resti del nostro povero cervello a pezzi: perché prendere un incontro dal potenziale così epico, unico, rimandato per lustri e lustri, e trasformarlo, non dico in una pacchianata hollywoodiana, ma in questo strano e tardivo esempio di cinema per ragazzi, in questo timidissimo e placido mischiotto di Karate kid e La storia infinita? Perché ridurre due attori e due corpi che tanto hanno significato nello sviluppo (e nella diffusione globale) del gongfupian - e non solo - a un filmetto sommariamente divertente, ma che è buono giusto per un sabato pomeriggio d'inverno? Anche se The forbidden kingdom è confezionato anche per i fan (della domenica) dei due attori - e del cinema hongkonghese tutto.

Perché di omaggi, e di cinefilia orientofila, il film (sceneggiato da John Fusco - uno che scriveva tutt'altro, ma che qualcosina la sa) è stracolmo: Jackie Chan è un godibile "drunken master", il "monkey king" di Jet Li viene dal classico testo Viaggio in Occidente (da cui sono tratti molti film tra cui Chinese Odyssey e il Monkey goes to west che si vede in uno schermo all'inizio del film), per non parlare dell'altro ruolo - quello del "monaco silenzioso". Ancora: il personaggio di Golden Sparrow (interpretato dalla scandalosamente bella Liu Yifei) è ispirato alla Golden Swallow di Come drink with me di King Hu (e a un certo punto dice pure "Come drink with me!", per dire), e la cattivissima killer dai capelli bianchi di Li Bingbing - forse la cosa migliore del film, almeno a impatto - è ripresa dalla mitica Brigitte Lin di Bride with the white hair, film che fa pure bella mostra di sé sullo scaffale della bottega dell'anziano Jackie Chan nell'incipit. Ma una volta esaurite queste scelte, peraltro non tra le più imprevedibili, che cosa rimane?

Rimangono le solite incredibili coreografie di Yuen Woo-ping, che come al soilto ci mette dentro tutta la sua esperienza, e che come spesso accade viene letteralmente castrato da una regia inetta e soprattutto colpito alle gambe da un montaggio che "tagliando" i piani ne spezza la danzante precisione. Visto che il film che ne è uscito, se senz'altro non è noioso né dannoso né tantomeno disonesto, definirlo uno Spreco è davvero riduttivo, facendo di necessità virtù Yuen (anche produttore esecutivo), più che un omaggio decadente al cinema che fu, ne ha fatto una specie di bignamino da nulla delle arti marziali nei film cinesi, utile appunto a un 12enne che ha visto giusto Matrix o Rush hour.

Allora va bene, magari uno di questi ragazzini di 12 anni esce dal cinema tutto gasato, e magari va a casa e si scarica Once upon a time in China e Project A. Ma anche, che so, The blade o Chinese Ghost Story. E magari la sua vita cambia, ecco. Allora, e solo allora, per qualche istante, nei suoi occhi pieni di meraviglia di fronte al cinema vero, ne sarà valsa la pena.
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venerdì, maggio 16, 2008

Trivial matters (Por see yee)
di Pang Ho-Cheung, 2007


Il settimo film di uno dei migliori "giovani" registi hongkonghesi apparsi negli ultimi anni, nonché presenza fissa (anche quest'anno) al friulano Far East Film, è un film a episodi: è tratto infatti da una raccolta di racconti, molto celebre in patria, scritta dallo stesso Pang. Le brevi storie hanno un qualche tipo di (sottilissimo) filo conduttore, che va al di là della narrazione, e che ha una costante nella presenza della tematica sessuale (in modo molto più "spinto" di quanto non ci abbia abituato Hong Kong) - ma per semplicità è il caso di trattarlo pezzo per pezzo, anche se a rischio di banalizzarlo.

In Vis maior uno psicologo confessa i suoi problemi sessuali alla videocamera uno studente, ma il punto di vista della moglie sembra più realistico: basato su una premessa piuttosto banale, il corto lascia il tempo che trova ma regala diverse risate - di cui almeno una fragorosa - ed è recitato con una dose irresistibile di ironia. Segue un segmento davvero brevissimo in cui un giovane abborda una ragazza sostenendo che il massimo della civicità sia pisciare sulle macchie di sterco nei bagni pubblici. In It's a festival today, segmento stralunato e riuscitissimo, forse il più semplicemente spassoso del film, un ragazzo inventa un modo creativo per ricevere quotidianamente una fellatio dalla sua castissima fidanzata - con conseguenze inaspettate.

Tak Nga è un documentario realizzato da abitanti di un pianeta colonizzato tra centinaia di anni, che tenta di spiegare l'origine del nome del pianeta stesso. Un divertissement, anche abbastanza ambizioso, ma in definitiva noiosetto: il segmento più debole del gruppo. In Recharge, un produttore va con una prostituta, e condivide con lei un momento di tenerezza ricaricandole una scheda telefonica: per quel misto di inconsistenza e la poesia che sbuca improvvisa - appunto - dal "triviale", forse il corto più "panghiano" del film - comunque, davvero bello. Ma è il malinconico e stupendo Ah Wai The Big Head la vera perla del film: ambientato dagli anni '90 ai giorni nostri, una storia di amicizie, ipocrisie, affetti, bugie e destini incrociati che risulta persino toccante - e tra le cose migliori girate da Pang, in assoluto. Infine c'è Junior, che inizia con un ammiccamento cinefilo (un dialogo grottesco e assurdo tra il regista Feng Xiaogang e il compositore Peter Kam) e che termina con una storiella leggera leggera - con tanto sberleffo finale.

In definitiva, un godibile affresco di "questioni di poco conto" che si trasformano in incontrollati giochi del fato, giocoso e un po' paraculo, ma che conquista senza fare troppi sforzi, grazie a un cast ricco e divertito, una regia dalla mano leggerissima, e la solita ineccepibile fotografia di Charlie Lam. Un film che, se nulla aggiunge alla carriera di un regista ormai maturo e sempre più bravo (basta pensare a film come Isabella e Exodus) allo stesso modo nulla vi toglie.
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giovedì, aprile 10, 2008

CJ7 (Cheung Gong 7 hou)
di Stephen Chow, 2008


Inutile stare tanto a girarci intorno: CJ7 è probabilmente il meno bello dei film diretti dal grandissimo Stephen Chow dai tempi lontanissimi di Forbidden city cop. Non solo perché è il suo film meno divertente, o meglio l'unico in cui non ci si schianta a terra - e il perché è presto detto: Chow appare poco - ma anche perché Chow prende una parte del suo cinema che adoriamo (quella poetica che viene dritta dritta dai lecca lecca di Kung fu hustle e dalle lacrime salate di Shaolin soccer) e dimentica tutto il resto.

O meglio, ne dà degli accenni, dei contentini per completisti, e poi li tralascia: l'aspetto più grottesco e la dimensione cartoonesca del suo cinema, per esempio, vengono annacquati da una storiellina scritta su un post-it piena di bambini buffi e/o crudeli. Non parliamo comunque di un regista casuale, e non mancano infatti i momenti di stupore e di meraviglia, lo spettacolo dato da trovate registiche, fotografiche e scenografiche (settori curatissimi, fin troppo), inattese coerenze (adorabile il fatto che Chow, nonostante il successo e il fascino, continui a intepretare personaggi sommariamente antipatici o sgradevoli), buone trovate narrative (la lunghissima sequenza onirica che viene poi replicata) e persino istanti di autentico genio (come questo). Ma pensare di conquistare un pubblico globale (il film è uscito negli USA a Marzo, scontentando i più) che l'ha accolto per centinaia di altri motivi, facendo come massimo sforzo quello di sbattere sullo schermo un'irresistibile creaturina aliena, mezza cucciolo pucci e mezza slime, è davvero troppo instabile anche per noi fan. O forse è l'idea che Chow ha del pubblico globale: e come dargli torto?

Non si dimentica comunque che Chow rimane un genio comico assoluto, e che il pugno di film da lui diretti tra il 1996 e il 2004 sono tra le opere migliori prodotte dal cinema asiatico (e non solo) in questi anni. Sotto quest'ottica, questa divertente scematina gliela si perdona, più che volentieri.


Il film non ha ancora una data d'uscita italiana, ma vedrete che uscirà. Se avete fretta e volete comprarlo, su Yesasia costa 12 euro.

Contrariamente alla mia prima idea - ovvero che fosse un omaggio alla CJ Entertainment - il titolo del film si rifà alle ultime missioni spaziali cinesi, denominate appunto Shenzhou 5 e Shenzhou 6. La missione Shenzhou 7 partirà a Settembre.
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sabato, marzo 22, 2008

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar Wai, 2007


Che cosa faceva di My blueberry nights qualcosa di cui avere paura? In parte il fatto che 2046 ci aveva storditi, e non nel migliore dei modi possibili? Ancor di più, la paura di un'adulterazione dovuta all'espatrio (solo parziale: si tratta di una produzione franco-cinese) e all'uso della lingua inglese? Ebbene, di quei timori Wong Kar Wai fa carta straccia, facendo di Norah Jones (che è una rivelazione, a suo modo) quel che già fece della popstar Faye Wong dalle sue parti, e regalandoci un film che non è solo di palese e folgorante bellezza, ma che è anche un ammirevole esercizio di coerenza.

Il segreto di My blueberry nights è tutto in quella parola: nel suo non essere affatto una versione "occidentalizzata" delle sue opere hongkonghesi, ma l'esempio vivente e pulsante che il suo è ancora un cinema universale, a cui panorami e volti si adattano e di fronte a cui si chinano. Liberatosi dell'ingessatura che per un film forse troppo bello, troppo perfetto e inarrivabile, gli si era costruita attorno alle mani, Wong trova proprio nelle strade e nei panorami degli Stati Uniti, ma sopratutto nelle sue stanze chiuse e nei suoi volti e nelle voci, un modo brillante per sfuggire al rischio di uno svilimento, per eccesso di stilizzazione, del suo cinema - che proprio dello stile faceva la sua bandiera - e per tornare a raccontare la sua storia (aiutato con perizia dal crime novelist Lawrence Block), e le storie che le girano intorno, con una leggiadria che, soprattutto quando la Jones e Jude Law condividono lo schermo, non fa rimpiangere i tempi passati.

Comunque, questo è un film di Wong Kar Wai nel cuore, nella carne. Lo è ben oltre le bellissime immagini che l'eccellente Darius Khondji ha onestamente rubacchiato dalla palette di Christopher Doyle: ci sono i volti celati del passato, le reiterazioni musicali (Try a little tenderness) che assumono un significato differente ad ogni riproduzione, interi universi che stanno rinchiusi in una singola stanza (che sia un café di New York, un bar di Memphis, o un casinò del Nevada), lo stesso attaccamento quasi feticista agli oggetti (cappelli, chiavi, gettoni) che sconfina in quel romantico e bizzarro animismo che è tra le chiavi del suo cinema, l'ossessione malinconica e profonda e incancellabile per il ricordo, per il rimpianto.

E se anche il film non funziona tutto alla perfezione come quegli incredibili primi 15 minuti, se anche la parte con Natalie Portman è segnatamente meno riuscita di quella con David Straihairn e Rachel Weisz, poco male: My blueberry nights è un film che dà e che toglie - ma alla fine lo fa con grande, miracoloso equilibrio. Ci sarà sempre la struggente confessione di una nostalgia, ai bordi di una strada ricoperta di fiori, a far perdonare un urlo fuori posto o una piccola scivolata. E non pretendiamo che sia sempre Hong Kong Express: sarebbe impossibile, e forse non lo vorremmo nemmeno. Potevamo chiedere davvero poco di più a questa romantica storia d'amore - di un amore gustato e rimandato, che lascia sulle labbra - anche sulle nostre, di labbra - un sapore dolcissimo. Un sapore che persiste, e cresce nei giorni a seguire.

Un film inatteso, e bellissimo. E rimanete fino alla fine dei titoli di coda: c'è un pezzo che conoscete bene, e non vede l'ora di essere riascoltato.


Nelle sale dal 28 Marzo 2008
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venerdì, febbraio 01, 2008

Mad detective
di Johnnie To e Wai Ka-fai, 2007


L'ispettore Bum è una testa calda: è convinto di avere un dono trascendente che gli permette di risolvere i casi, si immedesima "radicalmente" con le vittime, e dice di saper vedere - letteralmente - le vere personalità nascoste nell'animo degli individui. Matto come un gatto, certo: però i casi li risolve eccome. Il giorno che decide di omaggiare la purezza del suo capo tagliandosi di netto un orecchio, i suoi colleghi cominciano a pensare che sia anche pericoloso, e Bum viene emarginato. Ma chi può dire davvero quale sia il confine tra realtà e immaginazione, e - allo stesso modo - tra follia e malinconica sopravvivenza?

Queste sono le premesse dell'ultimo film del grandissimo Johnnie To, tornato a farsi spalleggiare dal collega e amico Wai a qualche anno dall'ultima collaborazione: era il 2003, l'anno del bizzarro Running on Karma. Nel frattempo, To è uscito dal "ghetto" della culto cinefilo, è divenuto una presenza fissa dei festival di tutto il mondo (e persino negli scaffali delle videoteche italiane), e asciugando ulteriormente il suo inconfondibile stile ha prodotto autentiche perle come Throwdown, Exiled e i due Election. Mad detective è stato presentato come film a sorpresa da Marco Muller all'ultima Mostra di Venezia, e rappresenta una specie di ritorno alle atmosfere che fecero grande la casa di produzione Milkyway a cavallo tra i due ultimi decenni.

Una storia intricata su identità e sopravvivenza, identità e mito, emulazione, potere, mescolanza ben amalgamata di ghost-story (sui generis) e noir metropolitano, in cui i due registi mettono spesso la loro esperienza al servizio di autentici pezzi di bravura: la sequenza dell'appuntamento a quattro, fatta di silenzi, gesti, e sguardi "nel vuoto" ne è un esempio perfetto. E se Mad detective è chiaramente un'opera disillusa e malinconica, per alcuni versi straziante, toni a cui spesso To ci ha abituato, l'elemento del gioco (soprattutto nell'esplosiva sequenza finale, risaputa e con tanto di stand-off, ma di impressionante perferzione) è ben evidente: To e Wai si divertono a confondere le carte e a mescolarle sadicamente davanti ai personaggi e agli spettatori, ma sanno gestire il continuo alternarsi dei piani di realtà, tra visioni e riflessi, con una scioltezza e una maestria impagabili.

Certamente To ha fatto film migliori, anche negli ultimi anni, e la solitudine alla regia gli ha senz'altro giovato: considerato anche che Wai, nel frattempo, girava Shopaholics. Ma non v'è dubbio che il cinema di To rimanga quasi sempre una spanna sopra quello dei suoi conterranei, schiacciando letteralmente gli emuli per le qualità formali e per l'assoluto genio che contraddistingue la sua messa in scena. E poi, in cima a tutto, c'è l'incredibile performance di Lau Ching Wan.


Per completare la mia noiosissima opinione, vi propongo quella del bravissimo e bellissimo Carlo "lonchaney" Tagliazucca, discussa in un breve e grezzissimo scambio di email che ho trasformato malamente in una specie di micro-intervista.

Carlo, voglio sapere la tua. 
Non è malaccio, dai. Molto (troppo) macchinoso e con vari riciclaggi, soprattutto da The Longest Nite. Il personaggio di Lau Ching Wan è bellissimo, e mi è piaciuta un sacco la scena del ristorante, con lui che se ne parte in moto da solo. Tu che ne dici?
 
D'accordo con te, ma un tantino più contento: qui si respira l'aria della Milkyway di una volta, ci sono un sacco di specchi che si rompono, e la scena per strada con le due mogli è da strappacuore. Bello bello bello.
Sì, dai, però è davvero troppo arzigogolato per convincermi davvero. Mi chiedo quanti minuti di film siano veramente di Johnnie To. Secondo me, pochi.

Però la mano di To nella sequenza finale c'è. E sicuramente in quella del ristorante. E' vero, però, che è arzigogolato. Più che altro, che casino.
A me piacciono tanto Throwdown e PTU perchè raccontano esclusivamente con le immagini, attraverso gesti e azioni dei personaggi. I Milkyway troppo scritti e troppo waikafaieschi mi lasciano spesso un po' così.
 

Il DVD (edizione hongkonghese) è in vendita da oggi, a pochi euri.
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martedì, gennaio 29, 2008

Exodus (Cheut ai kup gei)
di Pang Ho-cheung, 2007


A volte l'incipit di un film ha una funzione molto più che introduttiva: come accade anche, spesso quasi come una norma, nella forma del racconto breve, la prima frase del testo deve aprire in qualche modo la mente del lettore, far sì che chi guarda si ponga immediatamente delle domande ben chiare (tipo "che diavolo sta succedendo?"), solleticarne la curiosità. Anche a costo di rendere impossibili le risposte. O di essere palesemente sleali.

Exodus si apre con un piano-sequenza, un lungo e lentissimo carrello all'indietro che, a partire dagli occhi della regina Elisabetta in un quadro appeso nel corridoio di un commissariato di polizia, si scopre su una violentissima scena di lotta al ralenti tra un combattivo individuo e una banda di uomini in costume da bagno e maschera da sub, armati di martelli. Un'apertura talmente sopra le righe da tirannizzare, letteralmente, quasi ogni discorso sul film sia stato fatto finora, come sta succedendo qui: e se così è, la tentazione di non parlare d'altro è forte.

Ma sarebbe un peccato, perché oltre all'incipit c'è ben altro: prima di tutto c'è tutto un film che non fa che disattenderne programmaticamente - slealmente dunque, ma in senso buono - le premesse, sia nei toni (il film è nerissimo ma assolutamente antispettacolare, accennato e sommesso come la recitazione dell'incredibile Simon Yam) sia narrativamente (perché quei sub assassini non solo non rivelano nulla, ma il film che segue con essi ha apparentemente poco a che fare). Ci troviamo di fronte a un film che fino all'ultimo fotogramma, se si esclude un lungo e bellissimo flashback, "esplicativo" ma necessario, lavora soprattutto di negazione e di sottrazione, accompagnato dal lavoro, al solito eccellente, del fotografo di fiducia Charlie Lam.

E poi, c'è la conferma di un autore, Pang Ho-Cheung, che si sta costruendo una carriera e una fama attraverso film piccoli e "differenti", ma che è davvero impossibile non notare, e che con questo Exodus riesce a scartare parzialmente sia un eccesso di patina presente nell'irresistibile Beyond our Ken, sia le tentazioni eccessivamente autoriali dello stupefacente Isabella, costruendo un'operetta intelligente, caustica e sottotono, che nel paradosso di una trama bizzarra - che non rivelo, ma solo perché è più divertente scoprirla attraverso la visione - solleva qualche riflessione interessante di ordine storico e (meno) simbolico, ma che soprattutto, nel suo piccolo, prende a schiaffi le esigenze (e le abitudini) dello spettatore. Ben felice di trovarsi i segni delle dita sulle guance.

Un po' intrusivo ma decisamente riuscito il lavoro del compositore italiano Gabriele Roberto, alla seconda colonna sonora importante dopo quella per Memories of Matsuko.


Extra: la sequenza iniziale di Exodus su Youtube.
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lunedì, gennaio 28, 2008

Shaolin soccer (Siu lam juk kau)
di Stephen Chow, 2001


Per una legge non scritta di questo blog, che vede tra l'altro pochissime eccezioni, si suppone che io parli di ogni cosa mi capiti di vedere. Nel caso di film già visti nel "periodo blog" (ovvero da Gennaio 2004), la regola non vale: al massimo, se il film è particolarmente meritevole o interessante, posto una capture chiamata "revisionismo". Per qualche strano caso, invece, Shaolin Soccer è un film che, dopo la "prima volta" in sala nell'Aprile del 2003, mi è capitato di rivedere più volte durante questi ultimi anni. Eppure non ne ho mai scritto.

Un po' perché scrivere di Shaolin soccer implica spesso discutere del noto trattamento che venne riservato al film dalla Buena Vista: non tanto dei tagli, che facevano parte di un'edizione da esportazione distribuita in Europa, ma per l'ignominioso lavoro di adattamento, che oltre a rovinarne indiscutibilmente la visione, ne adulterava il senso come pochissime altre volte nella storia della distribuzione nostrana. Un caso che tra l'altro aprì le porte a operazioni simili negli anni a venire, e di cui vorremmo solo dimenticare l'esistenza - soprattutto perché l'inatteso successo dalle nostre parti dipese anche dall'imbarazzante e provinciale doppiaggio. 

Non sapete quante volte mi sono ritrovato a discutere e a sentirmi dire "eh sì, Shaolin Soccer è troppo figo, poi quel tizio che parla in marchigiano fa morir dal ridere!". Peccato per tutti quei musi gialli, eh?

Mi tolgo il dente ora che ho finalmente acquistato - a un prezzo che definire irrisorio è poco - la bella edizione inglese, completa sia della versione "europea" che di quella integrale cantonese, alla quale erano state sottratte soprattutto alcune "divagazioni", soprattutto nella seconda parte, irresistibili per chi conosca anche una briciola del cinema di Chow, ma che effettivamente non cambiavano (troppo) il senso né snaturavano (troppo) l'animo del film.

Che è, ora ci arrivo, un film che non possiamo non amare, pur rendendoci conto che si tratta in qualche modo di un'opera di passaggio, dai fasti di God of cookery e King of comedy all'assoluta perfezione di Kung fu hustle. Ma ora, in tempi meno sospetti e più lontani dagli entusiasmi di quando si cercava di recuperare tutto il recuperabile (e di quando questo blog era diventato una specie di fansite del Chow "Autore"), Shaolin soccer diverte ancora come allora, e non ha perso un briciolo del suo irresistibile, stupefacente, ed effettivamente inesplicabile fascino.

E poi, anche se vengono in secondo piano rispetto a cosette immortali come Tin Kai Man che, messo in porta contro la letale squadra dei "cattivi", telefona per confessare un amore segreto, o di Karen Mok e Cecilia Cheung che giocano/combattono con il pizzetto, ci sono tutta una serie di motivazioni di ordine, diciamo, storico: e prima tra tutte, che è un apripista. Sia perché contiene già i semi di Kung fu hustle in forma grezza (la magistrale scena della lacrima nell'impasto vs la rivelazione del leccalecca di fronte al poster di Top hat) sia perché ha aiutato - tutti noi, e molti altri in occidente - a conoscere il geniale, sublime cinema di Stephen Chow.

Ecco, Shaolin soccer è il film dove Chow ha marcato - con la scia di un pallone lanciato verso il cielo e verso la riscossa - il divario tra il geniale dei suoi film precedenti e il sublime dei successivi. Nei quali, senza troppi timori, speriamo di includere il promettente CJ7.
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martedì, aprile 03, 2007

Dog bite dog (Gau ngao gau)
di Cheang Pou-soi, 2006


Se Soi Cheang non le azzecca proprio tutte (Hidden Heroes pare sia bruttarello, e Home sweet home lo è di sicuro), quando le azzecca ne escono delle cose davvero belle e inaspettate. Al di là dei begli horror degli inizi, Love battlefield fu una sorpresa quasi sconcertante, e Dog bite dog - fatte le dovute proporzioni, perché non arriva a quei livelli - non fa che confermare il talento, insieme essenziale e spudorato, di uno dei più interessanti, forse il più interessante tra i "nuovi" registi di Hong Kong.

Anche il finale di Dog bite dog, allo stesso modo di quello di Love battlefield, fa discutere, citato in moltissime recensioni come un enorme punto a suo sfavore. E' vero, il film è troppo lungo, e una sforbiciata della parte finale, la più solare e la più stilizzata, avrebbe giovato eccome: ma la parossistica coerenza con cui Cheang tratta la sua materia (là era un romanticismo portato alle estreme conseguenze, qui a farla da protagonista è l'istinto bestiale) non riesce a farcelo odiare davvero. In qualche modo, è persino affascinante. Almeno, è sicuramente coraggioso.

Comunque, Dog bite dog è una storia di caccia all'uomo tra un poliziotto hongkonghese e un killer cambogiano, che inizia senza tanti fronzoli con due lunghe sequenze autenticamente da antologia (la ricerca silenziosa di Lam Suet tra i banchi del mercato) e si trasforma in una corsa infernale che trascina con sè amici, colleghi, parenti, identificazioni e canoni narrativi, diventando in fretta una sorta di caccia reciproca, cane contro cane appunto, una lotta in cui l'unico modo per essere in gara è rinunciare definitivamente alla propria umanità e confrontarsi con la propria bestialità, con la vendetta, con la furia. Perdendocisi, irreparabilmente.

Un film fatto di poche parole, di fiammate di violenza e lampi di rabbia, di corse sfrenate e di attese, di dolci quanto false speranze, prima buio e blu scuro come la notte, poi virato nel colore della terra e della carne. A modo suo, sensazionale.
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lunedì, marzo 12, 2007

Election 2 - Harmony is a virtue (Hak se wui yi wo wai kwai)
di Johhnie To, 2006


Quando vidi Election, sollevai qualche dubbio. Non sul film in sé, indiscutibilmente bellissimo, ma sul fatto che, con un tale materiale, To non fosse riuscito a fare un film che mi facesse schizzare pezzi di cervello in giro per la stanza in preda ad attacchi di gioia incontrollata. Ebbene, Election 2 ha tutto quello mancava al capitolo precedente, anzi, molto di più.

A lottare per l'elezione biennale della presidenza della triade stavolta ci sono Louis Koo e - ancora una volta - l'incredibile Simon Yam: e in ballo questa volta ci sono, da una parte il compromesso tra i propri sogni e l'ineluttabile violenza della politica e della società, con la quale (e con il sangue di chi ci si mette in mezzo) gli stessi sogni vanno sporcati, dall'altra c'è la lotta interiore tra le proprie responsabilità di padre e il delirio di onnipotenza di una ybris profonda e straziante che aumenta notevolmente il manto tragico che ricopre la saga.

Un film nerissimo, caustico e implacabile sull'annichilente spiralità del potere, spaventosamente violento eppure uno dei film più rigorosi e "morali" di un autentico grande maestro del cinema asiatico: incredibile che nel giro di pochi mesi To abbia diretto un film asciutto come Election 2 e uno strabordante come Exiled. Ma ancora più incredibile è che siano entrambi a tanto così dal capolavoro assoluto.

L'ho già detto, magnifico? Magnifico.


L'edizione DVD hongkonghese, double-disc e region-free, si può acquistare qui su Play Asia a 13 euro circa.
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mercoledì, giugno 28, 2006

My kung fu sweetheart (Yee maan bei kup)
di Wong Jing, 2006

Ben poche le cose da dire sull'ultima fatica di Wong Jing, uno dei più prolifici registi e produttori hongkonghesi, quello di God of gamblers, quello che ha scoperto e lanciato Stephen Chow e la sua cumpa. Purtroppo però in MKFS c'è la cumpa, quasi al completo, ma Chow aveva altri impegni, probabilmente con delle femmine.

Una commedia di arti marziali stupidina stupidotta che sembra essere uscita dalla Hong Kong di una volta, ma che - se la guardi da vicino - ti rendi conto che no, non è retrò, è vecchia. C'è una bella differenza. Quasi una reprise malriuscita di Kung Fu Mahjongg, che non ho visto, ma in ogni caso davvero bruttarello. Si salvano l'esaltante parodia di una celebre scena di The mission (sì, quella della pallina di carta), il falco donnaiolo fatto con un makeup degno del bagaglino, la presenza spassosa di Yuen Wah (il padrone di casa di Kung Fu Hustle, per capirci).

E poi ovviamente c'è Cecilia Cheung, che canta anche una canzoncina con la sua splendida voce rauca. Con Cecilia, ogni volta è come la prima volta: quasi ne varrebbe la pena solo per lei, ma anche no.
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lunedì, giugno 26, 2006

Bio Zombie
di Wilson Yip, 1998

L'anno prima di firmare il bellisimo Bullets over summer, Yip si cimenta con quella che all'apparenza potrebbe sembrare una scemenza demenziale, ma che è qualcosa di profondamente diverso. Ovvero, il film inizia come una commedia sgangherata e scanzonata (con due attori che sembrano divertirsi molto a recitare la loro parte da small time crooks) mista ad elementi da orrore di serie B (le multinazionali che fabbricano zombie a scopi militari, roba così). Ma proprio quando pensi che il film sia un'operazione derivativa e post-jacksoniana dimenticabile in fretta, per alcuni versi davvero troppo grezza e facilona, il film prende una piega veramente horror. Nella seconda parte ma soprattutto negli ultimi 20 minuti, più o meno, il ritmo non lascia più nessuna tregua.

Non una parodia dello Zombi di Romero quindi, anche se il centro commerciale dentro cui è ambientato tutto il film è un evidentissimo omaggio, bensì un film in cui i generi si intrecciano, si incrociano, comunicano tra di loro. Difficile che un occhio psicologicamente poco preparato possa apprezzare il misto di comedy e terrore, figuriamoci il melò: il personaggio del cuoco-zombie innamorato della bellissima Angela Tong, oppure la sequenza inaspettata quanto struggente della morte di Sam Lee, sono le tipiche cose che Il Popolo Bue definirebbe "ridicole". Invece sono proprio questi capovolgimenti di fronte a dare valore al film, come il finale apocalittico (quello sì, romeriano), o il linguaggio dei videogiochi che entra a spallate all'interno dell'inquadratura, oppure i molti momenti in cui quasi non si capisce più che film si sta guardando, e ci si limita a divertirsi.

Per tutto questo, è impossibile non pensare ad un modello, forse sintomatico, per Shaun of the dead. E anche se personalmente preferisco quest'ultimo, Bio Zombie è un film davvero sorprendente.
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mercoledì, maggio 24, 2006

Bullets over summer (Baau lit ying ying)
di Wilson Yip, 1999

"Dobbiamo bere 8 bicchieri d'acqua e dormire 8 ore al giorno. Non dobbiamo fumare troppo e bere troppo vino. Non dobbiamo dormire troppo. Dobbiamo fare visite mediche regolarmente. Non dobbiamo attraversare la strada con il semaforo rosso. Non ci si deve sposare dopo i 30 anni. Non dobbiamo incrociare le gambe quando stiamo seduti. Dobbiamo spegnere il cellulare quando guardiamo un film. Non c'è niente che si possa o non si possa fare."

Dopo una serie di film di genere (prevalentemente horror) che non hanno avuto un grande riscontro tra gli appassionati, il settimo film di Wilson Yip è invece considerato dagli amanti dei film di Hong Kong - quasi sempre accorpato al suo successivo Juliet in love - tra i massimi risultati del cinema dell'ex-colonia nello scorso decennio.

Cosa rende tanto speciale Bullets over summer? La domanda, per quanto corretta, è pleonastica. Perché non è necessariamente una pietra miliare sotto il punto di vista produttivo (si rifà in qualche modo ai film coevi della MilkyWay, creando una sorta di "diversione laterale di genere" altrettanto anarcoide e recuperando le atmosfere malinconiche del primo Wong Kar-wai) o linguistico - dove comunque eccelle grazie alle doti rare di Wilson Yip, peraltro mai spocchioso nella messa in scena, ma morbido e preciso, anche se non si risparmia virtuosismi (la scena della moneta), ma grazie soprattutto alle intepretazioni degli attori e allo scavo psicologico dei personaggi (per entrambe le cose, enorme Francis Ng).

No, la sua bellezza è più inconscia: è piuttosto un film che conquista e che spiazza senza che uno se ne accorga. Credi che sia un noir bloodshed e ti ritrovi con gli occhi lucidi di fronte ad un'offerta d'aiuto, con la bocca aperta a guardare l'ultimo slancio umano di un uomo che baratta la morale con l'amore e l'etica con la sopravvivenza, a piangere di fronte ad un ultimo appello disperato nei confronti della vita e del fato. "Ci sono sempre delle cose che si possono e non si possono fare. Ho messo dentro i soldi e dovrei avere una bottiglia di soda. Le cose che voglio sono molto semplici."

Bullets over summer è la quintessenza di ciò che vorremmo sempre trovare nel cinema di Hong Kong e che, a cercarlo bene, c'è ancora. Un film che ti resta dentro, tanto ironico e leggero quanto triste, come la sensazione irrequieta di avere ancora qualcosa da dire, e da fare, nella vita - o di averle scoperte troppo tardi, la bellezza e la semplicità della vita.

Un film incredibile, che tra l'altro vola via come una piuma, e che quando è finito già ti manca.


Ce li avete cinque euro in tasca? Compràtelo.
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sabato, aprile 29, 2006

[FEFF8]
Chi ben comincia

ovvero due film da cui sono scappato dopo 10 minuti
la direzione si dissocia da ogni responsabilità su sì tanto affrettati
giudizi

Superkid,
CHA Chuen-yee, 2006,
action comedy drama, International Festival Premiere

Divertimento per bambini che sembrerebbe cerebroleso anche a un embrione. Al primo vagito di suoni da cartoon in un combattimento di arti marziali del reparto pediatria, ho avuto bisogno di aria. Ho già chiamato il mio analista per una pronta rimozione. Il messaggio sarebbe: quanto è brutto essere intelligenti e soli, e quanto è bello avere tanti amici. Cha, chiunque sia, è un idiota.


Hello Yasothorn,
Petchthai WONGKAMLAO, 2005,
retro-musical-comedy, International Festival Premiere

Fotografia e scenografie iperrealiste e coloratissime, in omaggio al cinema-thai-che-fu (?). Null'altro. L'attore e regista è la spalla di Tony Jaa in Ong Bak, ma il suo cazzuto amichetto avrebbe dovuto dargli una gomitata sul cranio ai tempi. Una scemenza tale che in confronto Joyce Bernal è Charlie Chaplin. E non fatevi ingannare dalle preview: non fa nemmeno ridere. Vanziniano.
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venerdì, aprile 28, 2006

[FEFF8]
Cocktail,
Herman Yau & Longisland SO, 2006,
drama, International Festival Premiere

Nonostante non sia il remake del celeberrimo filmaccio con Tom Cruise, anche qui si parla di bar, di barman, e di scaramucce amorose. Cocktail, almeno, è un film che non dà troppo fastidio. Anche se gli attori hanno tutti, chi più chi meno, delle facce da pesci sotto sale, la commedia e il tiepidissimo melodramma giovanile tengono abbastanza bene, e lo sguardo sui ventenni hongkonghesi è scherzoso ma meno pacificato di quello che sembri. Però si ha davvero troppo spesso la sensazione - come già è accaduto con 2 become 1 e con 2 young - di uno spot del ministero della salute: qui l'obiettivo della critica è chiarissimo e esplicito: l'alcolismo familiare, la descolarizzazione, e via via moraleggiando. Comunque, grazie a una buona regia (ottima soprattutto vista la monotonia delle location) e a un ritmo decoroso, si più far finta di niente. In definitiva, un filmetto. Vivamente sconsigliato la mattina presto a chi abbia bevuto un bicchiere di troppo la sera prima, a rischio rigetto.
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giovedì, aprile 27, 2006

[FEFF8]
The Imp,
Dennis YU, 1981,
Horror Day

Recuperato da chissà quale scatolone polveroso per dare un po' di spessore a un horror day che non ha più molto significato con l'avvenuta decadenza del new japanese horror (o almeno non quello che ha avuto anni fa con The ring e Ju-on), The Imp è considerato tra i punti fermi dell'horror hongkonghese degli anni d'oro. In realtà più che alla cultura locale, il film, a basso costo ma senza effetti di ridicolaggine e una confezione professionale, è ricco di riferimenti ai colleghi americani (L'esorcista di Friedkin) ed europei (Rosemary's baby di Polanski, tutto l'horror italiano). Ciò non toglie che - nonostante una proiezione disastrosa, perché la pellicola era irrevocabilmente virata in rosso - il film conservi molto fascino e persino qualche bello spavento. Musichette argentocarpenteriane, guardiani zombi e bambine urlanti vestite di rosso, un ascensore negli abissi infernali e un geniale fermo immagine finale. Un horror che adesso forse non funzionerebbe più, ma che visto nel suo contesto è anche qualcosa di più che un mero oggetto strano ed affascinante.
un post di kekkoz alle ore 17:05 | Permalink | commenti (1) | tags: hong kong, fareastfilm 2006


mercoledì, aprile 26, 2006

[FEFF8]
2 Become 1,

LAW Wing-cheong, 2006,
drama, International Festival Premiere

Ricordando il caso di Patrick Yau, è lecito o no aspettarsi qualcosa da un film Milkyway anche se non è diretto da Johnnie To ma da uno del suo staff? Law è il montatore di The mission, per dirne una, eppure - sarà che i film sulla malattia io proprio non li reggo - il suo lungometraggio d'esordio non è altro che uno spottone ministeriale sulla prevenzione del cancro al seno travestito da commedia melò. Law cerca di aggirare un progetto nato spacciato evitando almeno qualche patetismo di troppo, e facendo finta che non sia appunto uno spottone ministeriale. A far da contorno, scherzetti e schermaglie amorose, e horror vacui formale: due palle al cubo. A vedere quella dicitura ("a Milkyway film") sui titoli di testa piange il cuore e il telefono, ma d'altronde cosa potevamo pretendere da un progetto simile? A qualcuno, sono sicuro, sarà pure piaciuto: Miriam "Dumplings" Yeung a parte, io l'ho trovato atroce.
un post di kekkoz alle ore 17:02 | Permalink | commenti | tags: hong kong, fareastfilm 2006


mercoledì, aprile 26, 2006

[FEFF8]
Dragon Squad,
Daniel LEE, 2005,
action thriller, European Premiere

Si vede facilmente, che Dragon squad è un action da esportazione. Simile all'idea - errata - che uno "straniero" potrebbe avere del cinema contemporaneo hongkonghese, il film è tutto montaggio e niente regia, tanti proiettili e nessun personaggio. L'antipode di Johhnie To e di Love Battlefield, e quindi l'antipode di tutto ciò che c'è ancora di bello nel cinema action di Hong Kong. Niente di criminale, comunque, e come al solito un dito sopra i prodotti che Stevel Seagal - proprio lui, ma qui produttore! - fa confezionare negli states. Ma insomma, un filmetto di nessun valore, e escluso qualche lampo di luce nella sparatoria centrale e nel finale graziealcielo esageratissimo, immediatamente da dimenticare. Sammo Hung fa jogging fumando il sigaro e ha delle gran tettone. Il personaggio di Michael Biehn - proprio lui, ma qui terminator! - si chiama Petros Davinci. Non ho altro da aggiungere.
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lunedì, aprile 24, 2006

[FEFF8]
I'll Call You,

LAM Tze Chung, 2006,
bittersweet comedy, International Festival Premiere

Se dico Lam Tze Chung, vi dice qualcosa? Difficile. Ma se dico "l'amico ciccione di Stephen Chow"? Ecco, Lam Tze Chung è l'amico ciccione di Chow in Shaolin Soccer e Kung Fu(sion) Hustle. All'amico ciccione di Stephen Chow hanno dato una cinepresa digitale e un po' di soldi e gli hanno detto: hai fatto film con Chow, conosci un fracco di gente, sarai sicuramente bravissimo, sei simpatico e ciccione, dai, scrivi e dirigi un film! Mistero della fede. Lam non è di certo un idiota, perché il suo filmetto qualche trovata ce l'ha, ed è fresco, naif, stupidotto, romantico. Come il cervello di un adolescente. Son cose belle. Quello che manca è appunto tutto ciò che Lam avrebbe dovuto imparare da Chow: il senso del ritmo, il tempo comico, e non ultima la regia. Perché I'll call you - fatto persino peggiorato dalle inutili e prevedibili citazioni di Shaolin Soccer - è un film di una sciatteria rovinosa e blanda, nonostante i guizzi digitali della primissima parte. Ciò nonostante, tutta la sequenza della "prigione" (dove il protagonista vive metaforicamente il suo dolore amoroso) è molto originale, e il finale è davvero bello. Un po' pochino, ma c'è chi si accontenta. E poi, Andy Lau che canta ossessivamente, conciato come in Running on Karma? Instant-cult.

Nota di costume, che così siete contenti: mi sono fatto una foto con Lam Tze Chung. Anzi, no, ho fatto una foto con l'amico ciccione di Stephen Chow. Siamo belli, bellissimi, e stupidissimi.
un post di kekkoz alle ore 19:29 | Permalink | commenti (4) | tags: hong kong, fareastfilm 2006