giovedì, aprile 10, 2008

CJ7 (Cheung Gong 7 hou)
di Stephen Chow, 2008


Inutile stare tanto a girarci intorno: CJ7 è probabilmente il meno bello dei film diretti dal grandissimo Stephen Chow dai tempi lontanissimi di Forbidden city cop. Non solo perché è il suo film meno divertente, o meglio l'unico in cui non ci si schianta a terra - e il perché è presto detto: Chow appare poco - ma anche perché Chow prende una parte del suo cinema che adoriamo (quella poetica che viene dritta dritta dai lecca lecca di Kung fu hustle e dalle lacrime salate di Shaolin soccer) e dimentica tutto il resto.

O meglio, ne dà degli accenni, dei contentini per completisti, e poi li tralascia: l'aspetto più grottesco e la dimensione cartoonesca del suo cinema, per esempio, vengono annacquati da una storiellina scritta su un post-it piena di bambini buffi e/o crudeli. Non parliamo comunque di un regista casuale, e non mancano infatti i momenti di stupore e di meraviglia, lo spettacolo dato da trovate registiche, fotografiche e scenografiche (settori curatissimi, fin troppo), inattese coerenze (adorabile il fatto che Chow, nonostante il successo e il fascino, continui a intepretare personaggi sommariamente antipatici o sgradevoli), buone trovate narrative (la lunghissima sequenza onirica che viene poi replicata) e persino istanti di autentico genio (come questo). Ma pensare di conquistare un pubblico globale (il film è uscito negli USA a Marzo, scontentando i più) che l'ha accolto per centinaia di altri motivi, facendo come massimo sforzo quello di sbattere sullo schermo un'irresistibile creaturina aliena, mezza cucciolo pucci e mezza slime, è davvero troppo instabile anche per noi fan. O forse è l'idea che Chow ha del pubblico globale: e come dargli torto?

Non si dimentica comunque che Chow rimane un genio comico assoluto, e che il pugno di film da lui diretti tra il 1996 e il 2004 sono tra le opere migliori prodotte dal cinema asiatico (e non solo) in questi anni. Sotto quest'ottica, questa divertente scematina gliela si perdona, più che volentieri.


Il film non ha ancora una data d'uscita italiana, ma vedrete che uscirà. Se avete fretta e volete comprarlo, su Yesasia costa 12 euro.

Contrariamente alla mia prima idea - ovvero che fosse un omaggio alla CJ Entertainment - il titolo del film si rifà alle ultime missioni spaziali cinesi, denominate appunto Shenzhou 5 e Shenzhou 6. La missione Shenzhou 7 partirà a Settembre.
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sabato, marzo 22, 2008

Un bacio romantico (My blueberry nights)
di Wong Kar Wai, 2007


Che cosa faceva di My blueberry nights qualcosa di cui avere paura? In parte il fatto che 2046 ci aveva storditi, e non nel migliore dei modi possibili? Ancor di più, la paura di un'adulterazione dovuta all'espatrio (solo parziale: si tratta di una produzione franco-cinese) e all'uso della lingua inglese? Ebbene, di quei timori Wong Kar Wai fa carta straccia, facendo di Norah Jones (che è una rivelazione, a suo modo) quel che già fece della popstar Faye Wong dalle sue parti, e regalandoci un film che non è solo di palese e folgorante bellezza, ma che è anche un ammirevole esercizio di coerenza.

Il segreto di My blueberry nights è tutto in quella parola: nel suo non essere affatto una versione "occidentalizzata" delle sue opere hongkonghesi, ma l'esempio vivente e pulsante che il suo è ancora un cinema universale, a cui panorami e volti si adattano e di fronte a cui si chinano. Liberatosi dell'ingessatura che per un film forse troppo bello, troppo perfetto e inarrivabile, gli si era costruita attorno alle mani, Wong trova proprio nelle strade e nei panorami degli Stati Uniti, ma sopratutto nelle sue stanze chiuse e nei suoi volti e nelle voci, un modo brillante per sfuggire al rischio di uno svilimento, per eccesso di stilizzazione, del suo cinema - che proprio dello stile faceva la sua bandiera - e per tornare a raccontare la sua storia (aiutato con perizia dal crime novelist Lawrence Block), e le storie che le girano intorno, con una leggiadria che, soprattutto quando la Jones e Jude Law condividono lo schermo, non fa rimpiangere i tempi passati.

Comunque, questo è un film di Wong Kar Wai nel cuore, nella carne. Lo è ben oltre le bellissime immagini che l'eccellente Darius Khondji ha onestamente rubacchiato dalla palette di Christopher Doyle: ci sono i volti celati del passato, le reiterazioni musicali (Try a little tenderness) che assumono un significato differente ad ogni riproduzione, interi universi che stanno rinchiusi in una singola stanza (che sia un café di New York, un bar di Memphis, o un casinò del Nevada), lo stesso attaccamento quasi feticista agli oggetti (cappelli, chiavi, gettoni) che sconfina in quel romantico e bizzarro animismo che è tra le chiavi del suo cinema, l'ossessione malinconica e profonda e incancellabile per il ricordo, per il rimpianto.

E se anche il film non funziona tutto alla perfezione come quegli incredibili primi 15 minuti, se anche la parte con Natalie Portman è segnatamente meno riuscita di quella con David Straihairn e Rachel Weisz, poco male: My blueberry nights è un film che dà e che toglie - ma alla fine lo fa con grande, miracoloso equilibrio. Ci sarà sempre la struggente confessione di una nostalgia, ai bordi di una strada ricoperta di fiori, a far perdonare un urlo fuori posto o una piccola scivolata. E non pretendiamo che sia sempre Hong Kong Express: sarebbe impossibile, e forse non lo vorremmo nemmeno. Potevamo chiedere davvero poco di più a questa romantica storia d'amore - di un amore gustato e rimandato, che lascia sulle labbra - anche sulle nostre, di labbra - un sapore dolcissimo. Un sapore che persiste, e cresce nei giorni a seguire.

Un film inatteso, e bellissimo. E rimanete fino alla fine dei titoli di coda: c'è un pezzo che conoscete bene, e non vede l'ora di essere riascoltato.


Nelle sale dal 28 Marzo 2008
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lunedì, febbraio 25, 2008

Lussuria (Lust, caution) (Se, jie)
di Ang Lee, 2007


Uno dei film più chiacchierati dell'anno passato, per motivi parzialmente legittimi - un Leone d'Oro forse un po' azzardato - o meno, appunto, lo è stato soprattutto per le performance erotiche dei due protagonisti, tra cui la sensualissima ventottenne esordiente Tai Weng di cui siamo biblicamente innamorati, che hanno ben poco di simulato: le "scene di sesso" che li vedono protagonisti sono effettivamente clamorose, almeno per un film destinato - pur se "marchiato" NC-17 - a una distribuzione "wide" e quindi mainstream. Ma quello che si dimentica è che Ang Lee non è propriamente un provocatore: è prima di tutto un cineasta, e un cineasta intelligente.

Lussuria è infatti un film basato su questa continua tensione tra la seduzione e la copula, tra la potenza e l'atto, in cui questi pochi minuti di coito sono funzionali a una sorta di furibondo sfogo nei confronti di una regia che è volutamente e progettualmente "rigida", diciamo pure erettiva. Lo mostra benissimo già la splendida sequenza iniziale: una partita di Mahjongg che viene rappresentata con una impressionante cura del dettaglio in ogni singolo movimento di macchina o taglio di inquadratura. E il messaggio che passa è proprio questo, da questa sorta di ineluttabile coercizione visiva: questo film non ha assolutamente alcuna via di fuga.

Così come non ne hanno i protagonisti della vicenda, tratta da un libro di Eileen Chang, divisi tra l'impossibilità di rispondere al desiderio, tra il sospetto e la colpa, tra la redenzione e la sua assenza, in un film che sembra una sorta di remake di Notorius (anche se un poster che appare nel film dice Suspicion), dove Cary Grant è un giovane ribelle dalla cecità eunucoide e Claude Rains ha le fattezze spietate - ma a cui vengono regalati inattesi lampi di empatia - di Tony Leung, secondario ma sempre immenso per la sua indescrivibile capacità di recitare con tutto il volto e con tutto il corpo. Pure quando è vestito, si intende..

Davvero un bel film, comunque. E lo dico facendola suonare come un'evidenza. La questione che sia o meno un film "cinese" solo perché ambientato in Cina e perché parlano cinese non sembra porsi: non lo è, né dal punto di vista produttivo né da quello linguistico. Ma Ang Lee è riuscito a riunire due mondi distanti, con scaltrezza ma anche con onore, come pochi altri sono riusciti negli ultimi tempi. Confezionando un filmone, classico e piuttosto risaputo, ma realmente solidissimo, e di fronte al cui disperato pessimismo - già rivelato in altri suoi film precedenti - è difficile rimanere indifferenti.
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giovedì, febbraio 14, 2008

The warlords (Tau ming chong)
di Peter Chan, 2007


Quando i cinesi mainland si trovano tra le mani una barca di soldi per soddisfare, almeno una volta l'anno, i bisogni di una nuova e sterminata massa di spettatori, e un mercato estero sempre più ricettivo, sono capaci di notevoli disastri: The promise ne fu un buon esempio, un paio di anni fa. The warlords, con un budget di 40 milioni di dollari (una cifra enorme, se contestualizzata, che ne fa il film più costoso della storia del cinema cinese) è la dimostrazione che anche il cinema di Pechino è ora capace di costruire dei poderosi blockbuster di qualità - senza scomodare capitali esteri o alleanze panasiatiche.

Certo, alla regia c'è Peter Chan, che non è l'ultimo dei cretini. E tra l'altro Chan corregge di parecchio il tiro rispetto al bellissimo (e criticatissimo, ahiloro) Perhaps love, suo ultimo commovente avvicendamento nel cinema "ricco" della Repubblica Popolare. Qui infatti la personalità del regista viene messa del tutto in secondo piano rispetto ad un racconto che, si capisce quasi subito, è costruito per essere il più possibile masticabile e consono a un gusto di massa - che assomiglia però sempre di più a un gusto globale che a quello di un pubblico come quello cinese. Niente pippe cromoterapiche, niente grandangoloni impazziti, niente svolazzi magici.

Questo potrà sembrare un male: ed effettivamente ha i suoi risvolti inquietanti. Perché se leviamo alcune suggestioni tipicamente locali, tra cui una ruvida brutalità che in occidente si sognano di rappresentare (la scena della decapitazione, i dettagli cruenti in battaglia) e soprattutto il gusto del melò che non togli anche se gli strappi via di mano con la forza i personaggi femminili (Chan ha dichiarato di aver rinunciato alle sue storie d'amore per ispirarsi piuttosto all'amicizia virile che fece grande il cinema di Hong Kong), con le sue scene di massa e la voce fuori campo (di Kaneshiro) e il suo ritmo pomposo e ineffabile, The warlords è un film che non ci saremmo sorpresi di vedere diretto da un regista "straniero", o (ancora di più) con ingenti investimenti americani. E sembra che questo sia il trend per il cinema cinese dei prossimi anni: fateci il callo.

Però, pur con tutte le aggravanti del caso, di fronte a cui non si può storcere un po' il naso, soprattutto se si è degli snob fighetti come il sottoscritto, il film di Chan è anche un notevole e innegabile divertimento: neanche una lira è stata spesa a caso, è realizzato con grandissima cura, ci sono centinaia e centinaia di cavalli, le scene di battaglia fanno davvero impressione per complessità e precisione nella composizione, pur nel furore che le contraddistingue, e poi un terzetto di protagonisti come Jet Li (invecchiatissimo ma fascinoso e ambiguo), Andy Lau e Takeshi Kaneshiro (sempre e comunque l'uomo più bello di questo pianeta) possono bastare come ragione per sedervi in poltrona due ore a vedere questo piovosissimo e violento triangolo battagliero di amicizia, fedeltà, potere e morte. Insomma, non ci si strappa le vesti ma ci si diverte, e non poco. Chiamatelo pure guilty pleasure.

Xu Jinglei, l'unica donna del cast, intorno a cui ruotano i destini dei tre personaggi maschili, dotata di un carisma notevole e di una bellezza insieme semplice e altera, non è (ancora) molto conosciuta da noi, ma è una delle star più luminose della Cina contemporanea, un'affermatissima e raffinata regista, e pure una delle blogger più lette in Cina (il che equivale a dire, al mondo), e io l'ho pure conosciuta*, tiè.


*vabbè, "conosciuta" è dir troppo, ma insomma, ho passato un'intera mattinata al suo cospetto, avrò bene tutto il diritto di bullarmene.

Acquistabile su Yesasia (Doppio DVD HK regione 3).

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martedì, febbraio 12, 2008

The sun also rises (Tai yang zhao chang sheng qi)
di
Jiang Wen, 2007

Il film racconta le storie di una miriade di personaggi, divise in quattro parti ben distinte ma intrecciate tra loro. In un villaggio dell'Est nel 1976, una giovane vedova perde un paio di scarpe e impazzisce. Stesso anno, qualche mese prima, nella Cina del Sud, un professore viene accusato di molestie sessuali. Passato qualche tempo Tang, il migliore amico del professore, viene mandato per la "rieducazione" nel villaggio della prima parte, e si incontra con il figlio della vedova. La quarta e ultima parte è ambientata invece nel 1958, e ricongiunge in qualche modo i destini dei personaggi, mostrandone la genesi.

Bisogna arrivare fino alla fine per rendersi conto che l'obiettivo di Wen Jiang era di prenderci sottogamba: attratti com'eravamo da una struttura che sembrava inscatolata alla perfezione per poi espandersi in un finale rivelatore (o a sorpresa), il cinquantenne regista e attore (nel film interpreta Tang) ci colpisce con uno schiaffo sulla nuca. Non solo perché il (bellissimo) finale, invece che essere chiarificatore, è volutamente confusionario  e quasi "astratto", lasciando le vicende aperte a mille dubbi, rivelando alcuni intrecci e lasciandone altre parti completamente sprovviste, ma anche perché nel frattempo il film ha fatto il suo dovere alla perfezione, veicolando desideri e amicizia, amore passionale e familiare, con accenni ironici e malinconici alla rivoluzione culturale, quasi da sé e senza bisogno di troppi sforzi, con ammirevole naturalezza.

Certo, il film a volte prende pieghe insolite per i canoni del cinema cinese, e va ad assomigliare più a certo cinema europeo da esportazione, in voga qualche anno fa: un po' nelle tentazioni di realismo magico della prima parte che ricordano suggestioni esteuropea, o le formidabili musiche del maestro Joe Hisaishi che assumono nella seconda parte toni quasi - mi si passi il termine - morriconiani. Ma sta di fatto che un film così sminuzzato non risulti mai sfilacciato è già un bel dire. A dare una mano e un senso al tutto c'è anche un favoloso cast, che fa ben più che il suo lavoro: davvero incredibili, per dire, la madre e il figlio della prima parte, che sono Zhou Yun (bellissima e sottotono, davvero una sfida visto il ruolo che le è toccato) e Jaycee Chan (sorprendente figlio di Jackie Chan), mentre i ben più esperti Anthony Wong e Joan Chen nel duetto dell'ospedale superano davvero loro stessi.

Anche se lo stupore più evidente di questo film strano e particolare, capace sicuramente di fare innamorare di sé, forse un po' irrisolto ma irresistibilmente spudorato e comunque mai ruffiano, è dato dalla direzione della fotografia, affidata a tre celebri operatori (Lee Ping-Bin, Yang Tao, Zhao Fei) che lavorano sull'immagine e sulle luci in modo differente, regalando un film che è anche uno strabiliante florilegio visivo e a volte visionario (dalle intime inquadrature sui piedi di Zhou Yun dell'incipit al barocco del bambino nato tra i fiori sui binari di un treno), vero e proprio stato dell'arte della fotografia del cinema cinese. Buttala via.


Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007
Acquistabile su Yesasia a una decina di euro scarsi.
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venerdì, luglio 13, 2007

Still life (Sanxia haoren)
di Jia Zhang Ke, 2006


Riassunto delle puntate precedenti: alla Mostra di Venezia 2006 il film viene presentato a sorpresa, ma in Concorso. La maggior parte degli avventori del festival non vanno nemmeno a vederlo. Il film vince il Leone d'Oro. Segue la tradizionale proiezione supplementare, in questo caso strapiena. Io ci entro, sono in fondo alla sala, vedo un'oretta di film, ma undici giorni di festival mi hanno ridotto a uno straccio, non sono in grado di apprezzarlo né di capire granché, e così esco dalla sala.

La cosa che più lascia stupefatti di Still life è il modo in cui Jia è riuscito con coerenza a fondere i linguaggi narrativi e quelli del documentario. Anzi, meglio: che Jia si sia reso conto che l'unico modo per documentare quello che sta accadendo nel suo paese a causa della Diga delle Tre Gole fosse di tradurlo in narrazione, di trasformare il seppellimento della Civiltà, la lotta finale, terminale, tra il Progresso e la Storia in una ricerca frustrante, affannosa, e apparentemente disperata.

Con un lentezza programmatica che però difficilmente si trasforma in noia, una gestione dei dialoghi di impressionante asciuttezza (solo alla protagonista è concessa una voce rotta, e solo per un istante, il resto è brechtiano fino all'esasperazione), affascinato da visioni che spezzano il realismo creando improvvisi straniamenti alieni, Jia riscrive sui corpi dei personaggi - e sulle case segnate da improrogabili condanne di gesso  - l'incombenza dello Yangtze, quello stesso ritmo catatonico e ineluttabile con cui il nuovo fiume ricoprirà le città e la loro storia.

In questo mondo che viene demolito, appiattito, per divenire rovina atlantidea, si muovono due personaggi che sanno che quella, forse, è l'ultima speranza per mettere quelle due o tre cose a posto. Prima che l'acqua, vita e morte, invada tutto e tutto si divori. Davvero un bellissimo film: dispiace averlo recuperato, e riscoperto, così in ritardo.
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martedì, giugno 26, 2007

Il matrimonio di Tuya (Tuya de hun shi)
di Wang Quanan, 2006


Nonostante i miei dubbi precedenti alla visione, il film vincitore dell'ultimo Orso d'Oro è stata una visione più che interessante: al terzo film, il regista cinese dimostra una dimestichezza inaspettata nel districarsi tra i registri diversi presi da una storia simile. Così, Tuya passa in un batter d'ali da straziante racconto di solitudine a buffo racconto gitano, da malinconico triangolo amoroso a (perché no, già che ci siamo, a sprazzi) affresco socioculturale. Il tutto dipinto con una notevole abilità scenografica (e fotografica) nello sfruttare la secchezza dei paesaggi della Mongolia.

Si tratta comunque di quelli che altri chiamerebbero "intrattenimento da festival", ovvero quei film che comuni spettatori vittime dell'horror vacui cercano spesso e volentieri di evitare, aiutati in questo compito dall'indolenza delle case distributrici. Lo è, effettivamente: ma in modo molto consapevole e non compiaciuto, intelligente e non intellettuale. E gli riesce qualche colpo davvero ben assestato: come il bellissimo montaggio parallelo in cui Bater tenta il suicidio mentre Tuya rifiuta il letto del suo promesso sposo.

La bambina persa nella neve fa cascare le braccia, e potevano evitarcela: ma la sequenza del carretto ribaltato è una delle più sorprendenti degli ultimi tempi, come bellissimo è il finale circolare e tronco al tempo stesso. Poi, lo so, si vede benissimo che non so che diavolo scrivere.
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sabato, giugno 02, 2007

La città proibita (Curse of the golden flower) (Man cheng jin dai huang jin jia)
di Zhang Yimou, 2006


Terzo film di una sorta di "trilogia wuxia" prodotta da Zhang Yimou negli ultimi anni e stranamente - ma nemmeno poi tanto - distruibuita dappertutto con tromboni sonanti, è un film in cui la parte più propriamente legata all'avventura e all'arma bianca è estremamemente sacrificata rispetto a un prolungamento estremo del lato melodrammatico barra scespiriano delle vicende narrate.

Che non andrebbe nemmeno male: se Zhang sapesse gestire, non dico alla perfezione ma in qualunque modo, quest'ultimo. Non voglio lamentarmi a voce troppo alta perché il film non è un susseguirsi di violentissimi duelli al ralenti: dopotutto, non sono più un ragazzino. Però, magari, dico io. Invece La città proibita è un film in cui, per vedere una sequenza degna di interesse - quella dei ninja che attaccano la casa del farmacista, sequenza cazzutissima, ma mai quanto il farmacista - devi sorbirti un'ora di sbadigli, sbadiglioni, tende che salgono, tende che scendono, intrighi neri neri e fiorelloni gialli gialli, incesti mai consumati e fellatio mimate col ditino, imperatori che litigano, annunciatori che sbraitano, tende che salgono, tende che scendono, corridoi dorati, corridoi perlati, corridoi dai colori chupachups.

Qualche problemuccio sorge allora nella mia notoriamente limitata pazienza. Vero, la seconda parte del film ribalta tutto: niente più Chow Yun-fat bolsissimo che pontifica e che quando cammina fa il rumore di Santa Lucia, niente più Gong Li che si ferma e riflette e poi spacca qualcosa, oppure che si ferma e riflette e piange, oppure che si ferma e riflette e sta per piangere, non più maree di tette schiacciate in corpetti a distogliere la nostra attenzione dall'assoluto nostro disinteresse per tutto ciò che non ha un capezzolo: finalmente centinaia di morti ammazzati e massacri familiari a risvegliarci dal torpore delle due ore precedenti. Ma è troppo tardi.

Senza dubbio il più debole dei tre, a mio parere. Anche se è un film che può piacere da impazzire - sempre se si è disposti a confondere lo stile con il colore degli arazzi. Certo, se un film ti fa venir voglia di riprendere in mano Hero e ti convince che forse eravamo stati troppo ingentili con quel povero cristo, ecco, fate i vostri conti.
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sabato, dicembre 23, 2006

La guerra dei fiori rossi (Kan shang qu hen mei)
di Zhang Yuan, 2006



In queste ore pare che splinder abbia il suo solito ciclo mestruale. Quindi probabilmente non leggerete questo post. Ma se state leggendo queste righe, ecco, allora significa che state leggendo questo post.


Il nuovo film del regista Zhang Yuan, noto soprattutto per il Diciassette anni che fece incetta di premi minori a Venezia nel cinesissimo anno del Leone d'Oro a Non uno di meno, ci ha messo diverso tempo a trovare il suo posto nelle nostre sale. Passato a Berlino, ad Alba e addirittura al Sundance, nel suo paese coproduttore (ovvero il nostro) arriverà solo all'inizio del prossimo anno.

Ma l'attesa, pur non enorme, va detto, ma incuriosita - e c'è da aspettarsi una distribuzione sbriciolata ai minimi termini - non era nemmeno così meritata: Zhang Yuan confeziona un filmetto gentile, insignificante e noiosetto, che cerca di barcamenarsi tra una visione "critica" della società cinese, con un inno all'anarchia pura in contrasto con la militarizzazione (e castrazione) degli istinti primari infantili, e un ritratto pessimista ma troppo ambiguo di un destino di solitudine che attende proprio chi esce dai ranghi e scappa per imparare di nuovo a giocare.

Azzeccando magari qualche scena, ma sbilanciandosi troppo poco nel tentativo di fare uno Zero in condotta davvero fuori tempo. Ma al di là dei temi, che sono interessanti più sulla carta che sullo schermo, il problema principale di La guerra dei fiori rossi è il modo in cui vengono affrontati: perché insomma, vedere un gruppo di bambini che marcia in fila indiana nel cortile mentre accanto a loro si svolge una rigidissima esercitazione militare - seguìto dai bambini stessi che scherzano facendo il saluto e che "giocano alla guerra" - regala davvero un nuovo significato alla parola "didascalico".

Coprodotto dalla Downtown Pictures di Marco Müller, e l'intervento italiano è a volte diretto, per esempio nel montaggio di Jacopo Quadri (che fa il suo accademico lavoro senza troppe sbavature) e nelle musiche dell'ex-bellocchiano Carlo Crivelli. Sono proprio queste ultime forse a dare la mazzata finale ad un film già di per sè abbastanza malriuscito: invadenti e inutilmente pompose, ricercano un contrasto usando toni da commedia o da thriller, ma risultano soltanto note stonate.

Grandi speranze per la deliziosa Li Xiaofeng. Papà papà, mi compri quella cinese lì?


Nelle sale italiane dal 12 Gennaio 2007
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sabato, aprile 29, 2006

[FEFF8]
Loach is Fish Too,

YANG Yazhou, 2005,
drama, European Premiere

Dovrei riconsiderare alcuni miei noti pregiudizi nei confronti del cinema della Cina continentale, dopo l'interessante Gimme Kudos e You and me (che ho perso, ma che è tra i più belli di quest'anno a detta di tutti), e soprattutto dopo Loach is fish too. Che a dispetto della provenienza e del tema trattato (la migrazione di massa dei contadini cinesi verso i centri abitati) a rischio sbadiglio e/o a rischio retorica, è davvero una sorpresa. All'inizio sembra un Kusturica meno beffardo (e senza ottoni), e poi diventa una curiosa storia d'amore, non priva di ironia e speranza, tra due persone con lo stesso nome ritrovatesi - per i giochi del caso, altro tema cardine - a condividere la stessa smania di sopravvivenza nella concitata Beijing di oggi. Una città nervosa e mobilissima come la regia di Yang, che mette in scena il film in modo secco e straordinario, con un incredibile coscienza del movimento dei corpi nello spazio scenico, e con la scelta intelligente di (s)legare le sequenze tramite una stessa formula di montaggio (stacco su nero seguito da dissolvenza). La scena della casetta che crolla, con la madre a coprire i corpi delle figlie, è da prendersi il cuore in mano e buttarlo sullo schermo.
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sabato, aprile 22, 2006

FEFF8
Gimme Kudos
,
HUANG Jianxin, 2005,
drama, European Premiere

A dispetto delle aspettative, che mi davano ogni singolo film del FEFF proveniente dalla cina continentale come una fregatura clamorosa, il primo mostrato al Festival non è affatto male, è anzi invece un film interessante e stimolante, ben realizzato e - miracolo! - per nulla noioso, che con una storia che mescola il mystery alla commedia (e a uno sguardo sulla realtà), gioca una specie di lunga partita di tennis tra le esigenze dettate dal regime e una sotterranea ma evidente pulsione critica nei confronti di esso. Un film comunque imperfetto, impreciso, immaturo come molto "giovane" cinema cinese, per cui non si grida certo al miracolo. Ma anche un film che sa parlare, con la leggerezza della metafora e anche grazie ad un finale apertissimo, tanto furbo quanto ambiguo e misterioso, del gap generazionale e dello scontro che sta avvenendo tra la culture della tradizione maoista e della modernità tecnologica. Recitato benissimo da tutti: menzione speciale per Miao Pu, la moglie del protagonista, bellaebbrava.
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sabato, aprile 15, 2006

Perhaps love (Ru guo - Ai)
di Peter Ho-sun Chan, 2005

Come segnala Gokachu, se il trionfatore degli HKFA 2006 è il bellissimo Election, che ho già avuto l'occasione di sottovalutare, il "secondo arrivato" è di certo il nuovo film di Peter Chan, assente da anni dalla scena dei lungometraggi (ma responsabile nel frattempo del meraviglioso "segmento" Going home), film che tra l'altro ha chiuso con i suoi fuochi d'artificio canterecci la più recente mostra veneziana. Perhaps Love, va detto, ha le carte in regola per essere un nuovo pilastro delle cinematografie che girano intorno alla Cina, eppure - sorte toccata ad altre recenti lanciatissime operazioni - è stato da alcuni bistrattato.

Mi tocca ammettere che tale pilastro non è, e non sarà, ché non tutto gira per il verso giusto: forse per il tono produttivo, troppo cinese e troppo poco hongkonghese, e decisamente troppo rivolto a ovest. Quindi si cita il capolavoro di Gondry (con il quale condivide però ben più che la mera inquadratura dall'alto sul ghiaccio) a manetta, e si cerca di fare nelle parti musicali "cose luhrmanniane" a tutti i costi, riuscendo però molto meglio nelle sequenze non cantate e non "ballate" (ma le coreografie sono poche, ed il risultato è più vicino a Chicago che, come scrivono tutti, a Moulin Rouge). Al brodo si aggiunga un pizzico di maniera e frigidità intellettuale q.b., senza contare il panasiaticismo ruffiano che da giorni riempie i post di questo blog. Non è colpa mia, ditelo ai cinesi.

Nonostante tutto ciò, Perhaps Love è proprio, passatemi il termine, una favola. Diretto con grande cura e ovviamente fotografato in modo eccelso (le parti pechinesi sono opera di Chris Doyle, e si vede), è visivamente bello tanto da saper togliere il fiato. E con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni (più che imperfezioni), è un film che parla in modo raffinato ed originale - seppur contorto - del rapporto tra il cinema e la memoria, tra l'amore e l'oblio, e che non nasconde una visione - politica, nel suo essere puramente sentimentale - del rapporto culturale, cinematografico e linguistico tra l'ex-colonia e la mainland.

Insomma, se non vi siete emozionati anche voi di fronte alla ritrovata e dolorosa grandezza (su, forza, coraggio, negatelo) di Jackie Cheung, o agli occhioni di Zhou Xun e gli occhietti di Takeshi Kaneshiro, entrambi seduti sul ghiaccio a frignare, siete solo dei mostri senza più un cuore. Ecco, l'ho detto. Sigh. Ora mi asciugo il naso e passo ad altro.
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mercoledì, aprile 12, 2006

The myth (San wa)
di Stanley Tong, 2005

Più che riuscire veramente nei suoi molteplici intenti, l'ultima fatica di Jackie Chan tornato in patria è soprattutto un'utile cartina tornasole dell'andazzo del cinema d'intrattenimento cinese, anche se San wa è per gran parte un prodotto "hongkonghese". Per esempio, l'ormai inevitabile "abbraccione panasiatico": è recitato in cinque lingue, e Jackie è affiancato dalla coreana Kim Hee-seon e dall'indiana Mallika Sherawat. E fin qui va bene, vista l'abbacinante bellezza di entrambe. Ma ben più evidente è la tendenza (un po' ruffianotta, già da principio) ad attaccarsi ad ogni trend possibile, cercando di essere sia l'epica wuxia di Tsui Hark sia la tiepida avventuretta di Feng Xiaogang.

The myth è quindi spezzato in due: con la scusante della trama (assurda ma gradevole o gradevole perché assurda) il film prosegue per due binari ben separati: il presente, con un cripto-Indiana Jones con il boxer sorridenti che va in giro per il mondo insieme a un Tony Leung Ka-fai sempre più cocainofeno a trafugare tombe di antichi eroi di cui è l'atletica reincarnazione, e il passato, con le sue armature pesanti, le battaglie all'arma bianca, le sue belle tendenze melodrammatiche malcelate del cazzo. Ma ehi, non siamo in un mondo fatto di cioccolato: i binari, infatti, e purtroppo, e ovviamente, faticano a ricongiungersi. Se mai lo fanno.

Insomma, si assiste ad un film estremamente e inevitabilmente sbilanciato, ambiziosissimo e potenzialmente rovinoso, per l'indecisione tra il jackiechanismo più semplice e divertente e le esigenze commerciali realizzate nel modo più bieco immaginabile: ma perché i cinesi non rubano gli animatori 3d ai coreani invece di rubare le loro attrici fighe? A spuntarla però è l'ancora incredibile e ancora riuscitisso furore comico, plasticamente geniale e ancora - miracolosamente - protofilmico, del corpo danzante di Jackie Chan.

Grazie e solo grazie a quest'ultimo, divertimento assicurato per buona parte del film, e pochi cazzi: bastava questa frase. Un film in cui c'è una sequenza come il combattimento sul tapis roulant di colla non si può, ripeto, non si può bocciare.
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venerdì, aprile 07, 2006

The promise (Wu ji)
di Chen Kaige, 2005

Il pechinese Chen Kaige è uno dei molti registi cinesi andati oltreoceano a sputtanare i proprio fasti in patria: una delle ultime esperienze del ciclo, e una delle peggiori, visto che si passò da Addio mia concubina a Killing me softly.

In questo caso invece, gli viene affidata invece un operazione pachidermica: Wu ji è il film più costoso della storia del cinema cinese. Un budget di 35 milioni di dollari, coproduzione con Giappone e Corea, e cast altrettanto internazionale: il terzetto principale sono il giapponese Hiroyuki Sanada di Ring, il coreano Jang Dong-kun di Coast guard, e la meravigliosa attrice hongkonghese Cecilia Cheung (la cui amabile raucedine è stata doppiata: siete pazzi?).

Eppure, gli sforzi messi in campo non servono per evitare il comprensibile disastro, e forse per carenze strutturali di un sistema cinematografico ancora incapace di gestire così tanti dindini (soprattutto visti gli orrendi effetti speciali), The promise è un film di una bruttezza difficile da descrivere a parole. Talmente brutto da fare tenerezza. Affastella lirismi tardo-hongkonghesi e bassa epica continentale, batte ogni record di numero di dolly per secondo, e arriva a far sembrare Hero un film equilibrato e sobrio.

Il problema, più che nella messa in scena che a volte regala lampi di interesse, se non altro per la loro assurda e comica e quasi autoironica esagerazione (soprattutto nella prima parte: l'incontro con la fata subacquea, la corsa con i bufali, la Cheung trasformata in un aquilone), è nella postproduzione. Insomma, il film sembra montato da un alcolista addormentatosi ripetutamente sulla manopolina del pitch: al ventesimo ralenti e/o alla trentesima accellerazione posticcia si riesce a provare - al massimo - un senso di rigetto.

Non che ci si aspettasse qualcosa di particolarmente raffinato da un prodotto che nasce, come altri recenti e ancora molti altri a venire, dal bisogno di soddisfare un nuovo, enorme, e sempre più "sgamato" mercato interno di massa, quello della Cina continentale. Ma se siamo in grado di sopportare ridicolaggini in stile Storm riders pur di godere della vista della Ceci, lo stesso non si può dire della noia impossibile che uccide tutta la seconda parte del film.

Qualche timido tossito vitale lo dà il pre-finale, con il suo "bel" colpo di scena, ma poi il film chiude ammosciandosi nel solito ritrito massacro melò, con noi spettatori che usciamo a gambe levate, ben felici che sia finalmente finita.
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venerdì, aprile 29, 2005

[FEFF2005]
The last level (Shengdian)

di Wang Jing, 2004

Un uomo si chiude in un internet cafè per diverse decine di giorni, ossessionato dal raggiungimento del 39 livello di un RPG online. Scontato dire che a un certo punto entrerà nel gioco, da esso impossessato.

Il film soffre della stessa sindrome di Suffocation: tentare di parlare criticamente della società cinese senza poterlo realmente fare non porta a niente. Quindi, se gli internet cafè sono una buona metafora di una società in cambiamento, ed è criticato il modo in cui vengono trattati dalle autorità e dalla gente comune (posti diabolici!), il film stesso li ritrae come luoghi che danneggiano il cervello: la storia parla da sola, per non parlare delle terribili scritte nei titoli di testa che attestano il realismo della storia.

Per di più, oltre alle suddette ambiguità, il film è terribilmente noioso. Non perché sia lento, intendiamoci: la lentezza è una cosa che sopporto sempre di buon grado, e mi capita spesso di amarla. Ma qui no, non succede proprio niente, non c'è un briciolo di sviluppo né di interesse. Un vero strascicamento scrotale, spiace vedere sprecata una fotografia simile.

Si salva (e allontana le letture più inquietanti del film) il finale, in cui il protagonista, completamente ammattito dal suo assurdo trip wuxia, gira per la città impugnando una katana immaginaria e ritrova nella sua mano un elemento di quel mondo immaginario, forse reale. Forse la speranza di potere, prima o poi, sognare.

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venerdì, aprile 29, 2005

[FEFF2005]
Suffocation (Zhixi)

di Zhang Bingjian, 2004

Prima di Tales of terror (che ho evitato), l'horror day di mercoledì proponeva anche Suffocation, il primo di fantasmi cinese. In Cina è infatti proibito rappresentare fenomeni soprannaturali al cinema. Zhang sfida coraggiosamente (e furbescamente) i limiti e le convenzioni del regime, e confeziona un vero horror.

Tutto molto bello, complimenti. Peccato che il film sia terribile, e non per gli spaventi. Un plot giusto per un cortometraggio e non di più (per di più ripieno di psicanalisi, ma estremamente grezza e ingenua) viene sfruttato fino allo sfinimento, mentre lo stile ricercatissimo alterna una lentezza calligrafica da "autorone cinese" a una patina da spot pubblicitario della Lancome. Si ha l'impressione che Zhang abbia girato un bel po' di materiale e poi in fase di montaggio si sia sbizzarrito a montarlo in modo creativo.

Apprezziamo tutti il coraggio, ma se poi alla fine è tutto un trip mentale non era nemmeno così coraggioso, e comunque poco conta, vista la noia mortale.

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martedì, aprile 26, 2005

[FEFF2005]
Letter from an unknown woman (Yi ge mo sheng nu ren de lai xin)

di Xu Jinglei, 2004

Tratto dalla stessa novella di Stefan Zweig che ispirò Ophuls, Lettera da una sconosciuta è la storia di una fissazione amorosa lunga una vita, il racconto del tentativo di una donna entrare nel cuore di un uomo. Ma in punta di piedi, con la speranza vana di diventare memoria, di diventare, almeno, ricordo, rinunciando alla propria dignità e relegando la propria presenza al profumo di un mazzo di fiori in salotto.

Lo sguardo di Xu, bellissima e notissima attrice cinese convertitasi alla regia (questa è l'opera seconda) è ossessionato dai particolari, dagli sguardi, dagli arredi e dalle curve che formano i corpi nella luce. Lentissimo e contemplativo, ma non immobilista: capace invece di cambiare registro (come nella scena più bella, quella dell'opera e della mano di lui che batte il ritmo sulla gamba) quando richiesto.

Manca solo l'emozione, quasi assente e profonda solo in due scene: quella in cui il servo riconosce la protagonista, e lo splendido carrello finale sul volto di lei, bambina. Ma quello che il film possiede senza dubbio e (purtroppo, ma forse no) soprattutto, è la meraviglia visiva, grazie al lavoro del direttore della fotografia Lee Ping Ping (collaboratore di Hou, e co-responsabile di In the mood for love), e un gran lavoro d'attori.

Ad un certo punto mi sono chiesto se fosse la classica fuffa da esportazione festivaliera (è passato anche alla Viennale e ha vinto per la miglior regia a San Sebastian). Mi sono risposto di no, perché tra le righe della prevedibilità e della (vuota per alcuni, non per me) perfezione formale, si vede una vera personalità, uno sguardo autentico e dolente sul mondo femminile.

[nota]

Mi devo vergognare: ieri sera ho perso almeno due film che avrei potuto "fisicamente" vedere: il coreano Green Chair e il filippino Pa-Siyam. Purtroppo avevo delle ore di sonno da recuperare. Mea culpa.

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mercoledì, gennaio 19, 2005

FFF2005
La foresta dei pugnali volanti (Shi mian mai fu)
di Zhang Yimou, 2004

Zhang forse ha cercato di sistemare quello che in Hero non funzionava: guardando questo suo ultimo lavoro appaiono più evidenti le pecche del precedente.

House of the flying daggers è meno votato all'ambiguità storico-politica, più avventuroso e romantico. Il punto di partenza è sempre la menzogna; ma invece di costruirci sopra un apparato teorematico come in Hero, stavolta il falso viene usato come espediente narrativo. Magari forzando un po' la mano con il ribaltamento di ruoli, ma in modo sicuramente più funzionale.

La fotografia di Zhao Xiaoding, a sorpresa, è migliore di quella di Doyle. Non per qualità illuminografica (lì Doyle è imbattibile, e il termine me lo sono inventato adesso), ma perché non schiaccia sotto il suo peso una regia che quindi ha l'occasione di prendersi una rivincita. E lo stile di Zhang risulta sanamente più grezzo, meno votato al lirismo e con più personalità tecnica. Il risultato è un film meno plastificato del predecessore.

Certo, molte cose non funzionano, sarebbe disonesto urlare al capolavoro. Prima di tutto, non c'è niente di nuovo sotto il cielo: non è detto che debba essere un difetto, ma una certa risaputezza è innegabile. E innamorato com'è del gesto plastico, dell'estetizzazione del combattimento (qui vera danza, molto più che altrove), e anche della protagonista, Zhang indugia un po' troppo sui rallentamenti, e da un uso del digitale a volte un po' eccessivo.

Nonostante ciò è un deciso passo avanti, senza arrivare ai risultati di Ang Lee, ma guardando al wuxia con più onestà e meno ambizione che in Hero. Forse provandoci ancora, Zhang potrebbe partorire fuori un ottimo film. Ma da quanto so, ha già rinunciato.

Se fossi una donna, Takeshi Kaneshiro me lo farei di brutto. E invece sono uomo: Zhang Ziyi non è mai stata così bella.

Di diverso parere l'amico FedeMc di SecondaVisione, che era dietro di me.

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lunedì, ottobre 11, 2004

Hero (Ying xiong)
di Zhang Yimou, 2002

Due donne che lottano nella natura e con la natura, le foglie gialle che si fanno arma e scudo, e infine la ferita e la caduta. Una goccia di sangue cade a terra, e sembra corrompere il mondo. I colori dell'autunno si fanno rossi, e tutto all'improvviso diviene del colore del sangue, come la veste della donna che cade, e che muore.

Questa sequenza, forse la più bella del film, è metonimicamente esemplificativa dell'ultimo film di Zhang Yimou. Grazie al genio di Christopher Doyle (direttore della fotografia), che non mi stancherò mai di incensare, ma anche alla grande personalità e professionalità di Zhang, il film è un'esperienza visiva