mercoledì, marzo 26, 2008

Fido
di Andrew Currie, 2006


Avevamo davvero bisogno di un'altra commedia sugli zombie? Peraltro canadese? Il fatto che il film di Andew Currie, regista dall'aspetto simpatico giunto all'opera terza, non faccia porre questa domanda neanche per un secondo è già più che una vittoria, per Fido. Merito di un contesto oltremodo geniale: cioè, un "passato alternativo" post-apocalittico in cui i sobborghi residenziali colorati pastello degli anni '50, altrove dipinti come illusioni metonimiche intorno a cui si cela la cupezza degli Stati Uniti del dopoguerra, sono effettivamente delle oasi rinchiuse al di fuori dalle quali l'Apocalisse non è affatto finita. Mentre dentro i recinti si consuma la più grande delle illusioni: la convivenza pacifica con la forza dirompente della morte.

E il contesto è talmente azzeccato da far dimenticare qualche difettuccio, al di là della confezione non ricchissima anche se del tutto soddisfacente: primo tra tutti, il fatto che una volta introdotte con divertita precisione le coordinate che regolano questo universo possibile, ovvero nella prima mezz'ora, il film smette del tutto di inventare, di reinventarsi - almeno fino al finale, in cui la natura del mondo fuori viene rivelata con improvvisa violenza. Per il resto, Currie e compagnia si limitano a un divertissement gastrico e riuscitissimo, perlopiù familiare e rassicurante ma con delle punte di ferocia simbolica che scatenerebbero l'entusiasmo di qualsiasi amante del cinema horror - o del cinema americano tout court. Non sorprende il fatto che lo sguardo sia "esterno": e cinico, in qualche modo. Forse ingenuo, ma profondamente sagace.

Davvero magnetica, e irriconoscibile, la presenza di Billy Connolly, nel ruolo che dà il titolo al film.


Il film non ha una data di rilascio italiana. Per procurarvelo, se non avete problemi di regioni, c'è già il dvd americano, a pochi euro. Se invece volete aspettare, dal 3 Aprile potete accaparrarvi l'edizione francese, oppure, dal 23 Aprile - se proprio siete ricchi e ambiziosi - quella giapponese, buffamente rititolata Zombino.

Grazie a Valido per la segnalazione/consiglio.
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domenica, febbraio 24, 2008

Away from her - Lontano da lei (Away from her)
di Sarah Polley, 2007


Schiacciato in una programmazione tanto entusiasmante quanto insolente, è scivolato tra le dita di molti questa bellissima opera prima della giovane e fascinosa attrice canadese Sarah Polley: ed è un peccato, visto che si tratta di un film veramente intenso e commovente, girato con grande semplicità ma anche con notevole carattere, e senza alcuna spocchia da esordiente prima della classe. Anzi, con l'intelligenza di evitare l'imbarazzo e gli scivoloni del poco utile piagnisteo in cui film simili in passato si sono immersi fino al collo.

Anzi, colpisce la capacità della Polley di spezzare i momenti di imbarazzo, non già con il cinismo e il distacco che altrove avrebbero funzionato, ma grazie proprio a un uso, seppur cosciente, di forme empatiche quali la tenerezza e il calore, ma anche di un'ironia leggera e funzionale (incredibile quanto perfettamente appropriato, ad esempio, l'intervento dell'ex commentatore sportivo nel momento più rischioso del film) e soprattutto una maturità ed un'umiltà incredibili per una regista esordiente. Aiutata in questa dalle performance davvero ineccepibili di Julie Christie (classe 1941) e di Gordon Pinsent (classe 1930), perfetti nella rappresentazione di un amore e di un addio che per una volta includono sentimenti di cui gli ultrasessantenni (e ultrasettantenni) al cinema vengono privati: non solo la malinconia e l'affetto, ma anche l'erotismo e il profondo senso di colpa.

Ma la cosa che colpisce più del film è il modo in cui la Polley è riuscita a trasformare l'incontro con la malattia in un vero e proprio viaggio nel tempo. La memoria, tema centrale del cinema dei nostri giorni, lo è anche in Away from her, dove diviene materia malleabile, delicata e relativa proprio come il tempo, la cui privazione lascia il protagonista sperduto e straniato, mentre osserva il mutare implacabile delle cose intorno a lui nell'attesa di un ultimo abbraccio che - forse - non farà mai in tempo ad arrivare.
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sabato, agosto 26, 2006

C.R.A.Z.Y.
di Jean-Marc Vallée, 2006


Fattosi strada quasi a sorpresa spuntando dalla scorsa selezione delle Giornate degli Autori di Venezia, e lanciato nelle ultime settimane con una campagna pubblicitaria insolita, che ammicca soprattutto - e sbagliando il tiro - al pubblico più giovane (davvero tremendi gli spot radiofonici sulle frequenze nazionali), il film del 43enne regista canadese racconta la storia di un ragazzo che tra gli anni '60 e gli anni '70 vive la scoperta della propria identità in mezzo alla totale incomprensione del suo ambiente familiare, con un padre omofobo e quattro fratelli che sono più categorie mentali che veri personaggi, e sociale, il castrantissimo Quebec. Nel frattempo, già che c'è, ascolta della musica.

C.R.A.Z.Y., per quel poco che è stato visto - ora si attende il responso del pubblico italiano - è piaciuto davvero moltissimo. Mi aspettavo in realtà qualcosa di diverso, più vicino al cinema fanciullesco ed esagitato dell'Amelie di Jeunet o alla filologia esasperata di period film come Velvet Goldmine, vista anche l'importanza che la colonna sonora riveste. E invece C.R.A.Z.Y. ha almeno una dimensione tutta sua, abbastanza originale, che si barcamena tra le due indoli, tra un realismo estremo (come tutta la sequenza del funerale, lungi da me dirvi di chi) e l'epressione colorata e giocosa di una vitalità creativa, molte volte soffocata - un po' come quella del suo protagonista. Ma non è per queste altalene stilistiche, non sempre azzeccate, che il film ha funzionato tanto. Ma perché, in tempi in cui la ruffianeria al cinema non si spreca, quella di C.R.A.Z.Y. ha davvero dello straordinario.

Come hanno scritto molti, "un buon film" e "molto godibile" lo è: ma spiace davvero che con una storia così non si riesca a dire nulla di davvero nuovo: un film che è risaputo fino alla nausea, e - mi ripeto - terribilmente ruffiano. Senza alcuna infamia, certo, perché tutto sommato si segue piacevolmente, è ben recitato e realizzato (e con pochi soldi, tolti i diritti per le canzoni); ma anche senza lode, perché vergognosamene compiacente in ogni piega della sua buona sceneggiatura stracolma di riferimenti mistico-cristologici. E se la buona fede di Vallée e soprattutto la sua sensibilità nell'approccio alla materia sono innegabili, lo sono anche tutti i cliché del caso, e un certo fastidio per un'occasione parzialmente sprecata (o per un eccesso di hype), troppo spesso affogata nella melassa.

Più stimolante semmai, seppur ancora banalotto, il percorso di fuga dalla realtà del giovane protagonista, dalle visioni adolescenziali (la scena del coro di Sympathy for the devil in chiesa sarà anche una bufala, ma è favolosa) fino a quel viaggio in terra santa (arricchita da uno dei più brutti zoom digitali che io ricordi), che dimostra una certa maturità degli autori nel sostenere che il viaggio alla ricerca della propria sessualità e della propria religiosità sono un tutt'uno, che si chiama identità. Sono certo che il pubblico giovane apprezzerà moltissimo: e come dargli torto?
un post di kekkoz alle ore 16:26 | Permalink | commenti (16) | tags: canada


venerdì, agosto 18, 2006

Silent Hill
di Christophe Gans, 2006


A dispetto di un trailer che aveva fatto alzare a molti - me compreso - le orecchie dall'entusiasmo pregiudiziale, anche per la prestigiosa firma dello script a cura di Roger Avary, l'adattamento del celeberrimo videogioco della Konami non è stato accolto alla sua uscita nel migliore dei modi. Anzi. Eppure, così com'era successo nell'interessante versione cinematografica della nemesi storica di Silent Hill, ovvero il Resident Evil della Capcom diretto da Paul Anderson, anche il film del francese Gans fa meno danni di quanto si potesse temere. Questo perché, nonostante la durata davvero eccessiva (due ore di survival game che non fa nemmeno troppa paura sono un po' indigeste) e una parte centrale in cui si tende a ripetersi e a fare dell'horror risaputo (molti si lamentano dell'eccesso di bimbe dai capelli lunghi neri, e non a torto: qui c'è pure l'odiosa bimba di Tideland), Avary e Gans riescono a cogliere più volte nel segno.

Il primo grazie a intelligenti invenzioni narrative che incastrano tra di loro le suggestioni di tutta la serie ludica non limitandosi a "rifare" il primo episodio (il non-incontro tra Rose e Chris nei corridoi della scuola, la polvere che sale da terra come i rewind di Rules of attraction, il flashback un po' didascalico ma inquietante), restituendo così l'originale senso di inquietudine dell'opera originale e parlando (senza strafare, ovviamente) di come di fronte agli abissi dell'essere umano persino il diavolo sia un male minore. Il secondo grazie ad una messa in scena a tratti inetta e esagitata ma altre volte davvero fulminante (le infermiere-zombie, l'uomo con la testa a piramide e lo spadone), che inizia con la riproposizione della nebbiosità tipica del gioco e che termina con un pre-finale che più barocco non si può. Chiude il tutto un finale silenzioso e malinconico che sembra uscito da un film coreano, e che si fa apprezzare non poco.

Non sono qui a sostenere che tutto vada per il verso giusto, perché ci sono mucchi di banalità, cumuli di ingenuità e parecchia noia, frasi insulse e senza significato messe in bocca ai personaggi solo perché suonano bene o perché suonano minacciose. Siamo ancora lontani insomma da un'interazione artistica compiuta tra cinema e videogioco sul grande schermo, persino in casi (come Silent Hill, appunto) che si presterebbero alla perfezione. Forse la sintesi migliore la si è ottenuta non allontanandosi troppo dalle dinamiche videoludiche (e sto parlando di Advent Children). Ma senza dubbio lo spettacolo non manca di un certo fascino.
un post di kekkoz alle ore 15:37 | Permalink | commenti (7) | tags: francia, canada


mercoledì, giugno 28, 2006

[Le Parole dello Schermo 2006]

Tideland
di Terry Gilliam, 2005

C'è una parola inglese, facilmente traducibile in italiano ma che nella nostra lingua non rende abbastanza bene, che meglio esprime il sentimento provato durante e soprattutto dopo la visione dell'ultimo film di Terry Gilliam. Premesso necessariamente che chi vi scrive è un fan accanito e che ho trovato I Fratelli Grimm un film divertente e molto riuscito, la parola che balena nella mente immediatamente è una sola: disappointment.

Tideland non è solo un film brutto e noioso: è un film di Terry Gilliam brutto e noioso. Bisogna tenerne conto, subito. E tenendo anche conto che questo è il film che Gilliam si è pagato con i soldi dei Grimm, bisogna chiedersi seriamente se il regista americano abbia ancora qualcosa da dire all'esterno dei meccanismi dell'establishment hollywoodiano che critica sempre così veementemente (e giustamente, visto il modo in cui l'hanno sempre trattato). Forse non è il caso di piangere lacrime amare solo per un film sbagliato, perché un errore può capitare a tutti. Anche se - nel caso di questo film - è appunto un tale unicum su cui forse è meglio sorvolare e dimenticare in fretta. Insomma, Tideland sarà anche autoriale, coraggioso, e gilliamiano quanto volete, ma se per "gilliamiano" intendete "solo inquadrature sghembe + grandangoli + qualche intervento animato", allora io ho un altro termine per voi. Ed è maniera.

Venendo al film, si tratta di un testo di partenza probabilmente ottimo, sia nell'idea dell'immaginazione al potere che è anche al centro (in modo non del tutto dissimile) dell'ultimo Del Toro sia per il gusto del macabro e dell'orribile che lo caratterizza (estremo persino per i canoni di Gilliam), che però a sua volta, forse per colpa di un'eccessiva attenzione a non tradire lo spirito del libro e la sua "altezza-bambino", si riduce per gran parte della durata ad una serie interminabile di dialoghi tra Jodelle Ferland, insopportabile bambina canadese che nasconde il suo posh imitando il bellissimo accento del sud degli states, e le sue stramaledette teste di bambola che tiene sulle dita.

C'è un bell'inizio, durissimo, con la bimba undicenne che droga il padre e ruba il cioccolato alla madre morta, c'è qualche svolazzo onirico degno del miglior sguardo visionario di Gilliam, c'è un'idea corretta, crudele, e raccontata con un piglio appassionato, sulle responsabilità del mondo degli adulti nei confronti degli innocenti e sulla salvezza legata alla fantasia e soprattutto allo storytelling, che si sa, è un tema pregnante nel cinema di Gilliam. Sul resto, è bene fare più silenzio possibile. Perché Tideland ha degli input eccellenti ma i suoi output sono tutti sbagliati. Ecco, è un film tutto sbagliato, un film che bisognerebbe riprendere in mano e rifare daccapo, a partire dal montaggio. E poi magari togliere Brendan Fletcher e mettere un attore vero.

Poi sono sicuro che questo film troverà qualche sparuto ammiratore, anche se l'accoglienza finora è stata meno che disastrosa. Per quanto mi riguarda, mi sento invece tradito, profondamente tradito. Brutto. Ma brutto brutto brutto, eh.
un post di kekkoz alle ore 13:05 | Permalink | commenti (30) | tags: stati uniti, regno unito, canada


lunedì, giugno 12, 2006

[biografilm festival 2006]

Selezione ufficiale, fuori concorso
The life and hard times of Guy Terrifico (Canada/2005)
di Michael Mabbott (86')

Guy Terrifico, senza aver davvero inciso nulla di considerevole, era uno dei cantanti country più importanti della scena canadese. Questo prima di morire, ucciso durante un concerto. Aveva tutto: una chitarra con la foglia d'acero, una fidanzata corista petomane, una guardia del corpo violenta, i soldi di una lotteria, un albergo-locale, e una bella manciata di dipendenze. 30 anni dopo, una lettera misteriosa annuncia il suo ritorno: dunque non era morto? Anche se il film inizia con Kris Kristofferson che ricorda Guy su un palco, ci vogliono una manciata di secondi a capire che Guy Terrifico è una bufala. Insomma, almeno un mockumentary nel biografilm l'hanno infilato, e con mio sommo gradimento: il musicista Matt Murphy interpreta Terrifico come un comico navigato, molti mostri sacri del country ci mettono la faccia con ammirevole stoicismo, e Mabbott utilizza le forme più abusate del documentario sulla dissolutezza dei rocker, deridendole dall'interno, ma raccontando anche, per quanto possibile, la vita e le contraddizioni del suo personaggio. Si sono divertiti un sacco a girarlo, ne sono certo: il pubblico gradisce, a sua volta.
un post di kekkoz alle ore 12:14 | Permalink | commenti | tags: canada, biografilm 2006


domenica, maggio 07, 2006

False verità (Where the truth lies)
di Atom Egoyan, 2005

Con un occhio, quello del canadese che vive la cultura del vicinato, e con l'altro, quello dell'outsider armeno che può permettersi un maggiore distacco, Egoyan racconta un triangolo sensuale di misteri e menzogne per parlare della cultura americana, della smania (e della paura) di apparire, dell'incapacità (e dell'impossibilità) di amare. La prima parte sembra uno Scorsese sotto tono (quello stesso uso degli spazi, gli stessi scatti di rabbia, la stessa voce off - però una voce sussurrata in una stanza), la seconda si accomoda sui più tipici dettami del film a incastro / film a sorpresa.

Peccato che il film di Egoyan sia allo stesso modo un film che funziona solo a metà: la sceneggiatura ondivaga tra passato e presente è ben concepita ma è confusa, e i suoi pezzi a volte sembrano appiccicati a casaccio, addirittura forzati nel finale; i dialoghi sono affascinanti ma peccano di presunzione e sono - spesso - eccessivamente letterari e didascalici, gli attori sono molto bravi (Bacon soprattutto Firth: la Lohman è una presenza angelica ma del tutto inconsapevole) ma alla lunga le loro performance sono ripetitive; i finali si susseguono - appunto, come da tradizione - stancamente e con un notevole calo d'interesse.

Comunque sia, grazie anche alle luci sovraesposte di Paul Sarossy e alla regia molto misurata di Egoyan (che pure sferra un attacco alla MPAA - coerentissimo con i temi del film - con scene di sesso assolutamente insolite per un film nordamericano), ne esce un ritratto delle bugie radicate in una cultura - che diventa poi un affronto alla sua ipocrisia omofoba - morbido e insinuante. Era forse consentito attendersi di più?
un post di kekkoz alle ore 14:36 | Permalink | commenti (5) | tags: canada


domenica, settembre 12, 2004

Styker
di Noam Gonick, Canada
Venezia Orizzonti

Ultimo giorno di festival, poco tempo da dedicare alla visione di film, una scelta a caso. Ma Stryker è un pessimo film, rovinato in primo luogo dalle interpretazioni degli attori, ma anche dalla terribile sceneggiatura (tra un fuck e l'altro, nemmeno un pensiero intelligente) e dalla regia di un piattume inumano. Tempo buttato via. Peccato, perché quello del giovanissimo (piromane e quindi anarchico) che guarda con distacco i reciproci razzismi di due bande rivali era un punto di vista interessante. Bleah.

Passaggi di tempo
di Gianfranco Cabiddu, Italia
Giornate degli autori

L'ultimo film visto in questo strano e incasinatissimo baraccone che è il Festival del Cinema di Venezia è un documentario. Non proprio un caso strano, vista l'attenzione ultimamente viene data a questo genere (ed è un documentario Darwin's Nightmare, il vincitore delle Giornate degli Autori...).

Detto questo, il film di Cabiddu è proprio bello. E' un documentario sul bellissimo progetto "Sonos e memoria" di Paolo Fresu, Elena Ledda e molti altri musicisti sardi (e non). Ma, da questo punto di partenza, monta e sale, fino a diventare un film sull'incontro tra uomini diversi per uno scopo comune, e infine nella seconda parte (bellissima) anche un ritratto della sardegna e delle sue tradizioni che tra vecchio e nuovo, filmati d'archivio e recenti mischiati insieme, vengono mostrate come elementi di una cultura affascinante e immutabile.

Nota: ieri sera, alla festa di chiusura del festival alla Villa degli Autori. Fresu e la Ledda ci hanno deliziato (splendidi, grandissimi, pelle d'oca). Lui era appollaiato a due metri d'altezza su una decina di cubi da arredamento. Io ero sotto di lui, a sperare che non mi cascasse addosso.

un post di kekkoz alle ore 20:05 | Permalink | commenti (17) | tags: italia, canada


Friday Prejudice


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