giovedì, ottobre 02, 2008

Il matrimonio di Lorna (Le silence de Lorna)
di Jean-Pierre & Luc Dardenne, 2008


Euro. La prima inquadratura di Le silence de Lorna mostra la protagonista mentre conta dei soldi. E' di fronte a un ufficio bancario. Parla con il commesso di un prestito che potrà fare, perché sta per diventare belga. La ragazza ha un accento straniero, dell'Est Europa - giustamente conservato nell'edizione italiana. Questo è solo un esempio, e uno dei pochi affrontabili con tale distacco, della maestria dei Dardenne. Roba da manuale, si potrebbe dire: eppure in pochi secondi non veniamo soltanto inseriti in un contesto (sappiamo che la protagonista è straniera, che è si sposata per il visto, che ci troviamo in Belgio, che c'è in gioco una somma di denaro), ma ci troviamo immediatamente di fronte a una figura che sarà il nucleo semantico di tutto il film: il denaro - e più precisamente l'Euro. Nonostante gli individui siano sempre al centro della loro riflessione, mai come in questo caso infatti il cinema dei Dardenne è inserito in un contesto sociale più ampio ed espanso, che si concentra non solo i rapporti tra i personaggi e tra i personaggi e l'ambiente, ma anche tra gli ambienti stessi, regalando un'immagine dei "confini umani", e - appunto - della loro mercificazione, che mette i brividi.

Il secondo colpo da maestri dei due registi è lo scarto ellittico che accade a metà film. Un vero e proprio singhiozzo narrativo, che fa il rumore straniante e surreale di un vinile che salta per un colpo di tosse (o un colpo al cuore), e da cui si dipana una seconda parte che, discendendo nell'inferno personale di Lorna, non lascia più alcuno scampo - ai suoi personaggi e allo spettatore. E al di là dell'effettiva e impressionante precisione con cui è concepito e realizzato questo film, crudele e spietato come in passato (forse di più) e a tratti persino più rigoroso, è impossibile prescindere dall'impatto emotivo che suscita la performance della ventinovenne Arta Dobroshi. Un'attrice semi-esordiente che riesce con la sua interpretazione (e con il suo ruolo: va detto, a onore di una sceneggiatura impeccabile come un dramma sociale e implacabile come un noir) a fornire un totale ribaltamento dei meccanismi empatici che sono in gioco generalmente con film simili - prima nella dimostrazione di un'amore improvviso e letteralmente impellente che travolge l'impossibilità della felicità che si leggeva nel suo sguardo in tutta la prima metà del film, sia nella sua graduale e tragica perdita di consapevolezza.
un post di kekkoz alle ore 12:53 | Permalink | commenti (14) | tags: belgio


domenica, gennaio 06, 2008

Irina Palm
di Sam Garbarski, 2007


Una delle cose più divertenti di Irina Palm è raccontarlo poi ai tuoi amici, che non sanno che cosa sia, e godersi le loro facce: vaglielo a spiegare, poi, che questa trama - che sembrerebbe una cosa maliziosetta e un po' porcellona, a spiegarla a maglie molto larghe - appartiene a un film così quieto, sommesso, malinconico, delicato, piacevole.

Irina Palm è stato additato da molti come una delle maggiori sorprese europee dell'anno appena trascorso, un po' perché il suo regista a quasi sessant'anni è ancora praticamente un regista esordiente, ma soprattutto per la presenza inusuale di Marianne Faithfull, che uno in un ruolo così - la donna di mezza età che appende dietro il muro forato dal "buco della gloria" i piccoli simulacri della sua coscienza piccolo borghese, come il quadretto, il thermos del té - non ce la vedrebbe, e invece quegli occhi piccoli, vispi e tristi calzano alla perfezione sul ruolo di Maggie, come uno splendido grembiule adagiato su un corpo invecchiato e pieno di (bellissimi o grigi) ricordi.

Al di là di lei, ci sono molte cose che rendono Irina Palm un film da recuperare: tra queste, senza dubbio è principale il modo in cui Garbarski riesce a giocare con i suoi personaggi (soprattutto in quelli, più didascalici, del figlio e della nuora di Maggie, ma anche nel bellissimo ruolo affidato a Miki Manojlovic), ribaltandone l'identificazione senza mai prendere in giro lo spettatore, ma conducendolo per mano nella storia, con un garbo inaspettato e almeno due scene da conservare immediatamente nella memoria: la prima "lezione" tenuta da Dorka Gryllus (presenza inconsapevolmente meravigliosa: amore a prima vista) e la "rivelazione" ("I wank men off!") alle amiche del quartiere, che nascondono i loro squallidi altarini dietro l'ipocrisia perbenista del té delle cinque.
un post di kekkoz alle ore 20:22 | Permalink | commenti (12) | tags: germania, regno unito, belgio


sabato, dicembre 10, 2005

L'enfant - Una storia d'amore (L'enfant)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2005

L'ultimo film dei Dardenne, punta di diamante del cinema belga, non ha vinto la Palma d'Oro a Cannes 2005 per niente. I due registi confermano ancora una volta la purezza (la stessa di Sonia, nello scoprirsi madre) e la potenza del loro sguardo, continuando dopo il bellissimo La Promesse e lo splendido Rosetta a "stare incollati al volto e al collo dei personaggi", e raccontando questa volta una strana storia d'amore in assenza, tra un ragazzo che impara a prescindere dall'oggettivizzazione del mondo (dove tutto ha un prezzo, tutto è merce), e la ragazza che gli insegna - suo malgrado - la sofferenza, l'amore, e il senso della vita.

La sequenza della "consegna", fino alla scioccante parola "venduto" e la corsa all'ospedale, è tra le cose più forti e dolorose mai viste nel cinema due fratelli. Ma, fedeli alla loro linea di pensiero, pur lasciando a se stesse queste pedine antropologiche, non impediscono mai - anzi, fanno in modo - che ci sia per loro, esseri umani fino in fondo, spazio per un cambio di rotta, per una redenzione totale anche se improvvisa e strabordante come l'incontro - silenzioso, straziante, dolcissimo - che chiude il film.

Il loro è un cinema che non parla davvero del disagio, ma lo usa, il degrado, per acuire la portata delle scelte dei loro personaggi. Un cinema morale e umanista ma realista, consapevole della bruttezza del mondo ma altrettanto della bellezza che si nasconde tra le pieghe di un sorriso o di un pianto, di un dolore o di un perdono. Un cinema prezioso.
un post di kekkoz alle ore 19:22 | Permalink | commenti (5) | tags: belgio


martedì, novembre 23, 2004

La promesse
di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 1996

Il primo film dei Dardenne è più diretto, più "sceneggiato", e forse meno bello, del successivo Rosetta, ma contiene già tutti gli elementi del loro fare cinema. Quel mobilissimo stare incollati al volto e al collo dei personaggi, le macchine da presa come gocce di sudore, la tensione drammatica che fuoriesce da sè, da uno sguardo o da un gesto (bravissimi Rénier e Gourmet), da un'attesa o da una titubanza.

Un ritratto di un rapporto tra padre e figlio (non il primo, e non l'ultimo) di una durezza sconvolgente, e soprattutto sulla dolorosa ricerca (sacrificale) della pietà e della compassione. Della purezza, ormai perduta. E non c'è modo migliore per mostrare questo travaglio se non la crudezza del vero filtrata attraverso il melodramma, e una spietata misantropia ("tuo padre non è la sola merda di questo paese"), ma piena di sottesa speranza.

Da italico culto la sequenza del karaoke, con le note di "Marina": uno dei pochi momenti del film in cui si riesce a respirare (se si pensa a cosa si ha appena visto e cosa si sta per vedere). Snervante e disturbante, grazie al cielo. Un pugno nello stomaco e un coltello nel cuore. Essenziale.

Nota: casualmente, qualche link sui Dardenne su Finalcut

un post di kekkoz alle ore 14:50 | Permalink | commenti (13) | tags: belgio


Contatti

Socialfuffa

Cerca

Ultimi cinguettii

    Ultime Tumblerate


    [Vivere e morire a losanghe]

    PRIME VISIONI

    2008 | 2007 | 2006 | 2005 | 2004

    TUTTI I FILM

    # | A | B | C | D | E | F | G | H | I | J | K | L | M | N | O | P | Q | R | S | T | U | V | W | X | Y | Z