venerdì, marzo 17, 2006

L'incubo di Darwin (Darwin's nightmare)
di Hubert Sauper, 2004

L'ultimo formidabile film del documentarista tirolese è sia una conferma, dopo quanto se n'è parlato e per tutti i premi che ha vinto in giro per il mondo, sia una sorpresa. Perché sviluppandosi da un dato "interessante", che sembra quasi la "curiosità" che molti spettatori cercano svogliatamente in un documentario (ovvero la presenza nel Victoria Lake di un pesce estraneo che si è mangiato l'intera fauna locale), si autoalimenta con un meccanismo quasi inconscio diventando infine qualcosa di molto diverso. E molto più doloroso.

Diventa insomma un ritratto a tutto tondo dei rapporti tra l'occidente capitalista e il sud del mondo, un affresco nerissimo, come poche volte ci è stato concesso nel passato prossimo, che ci parla di ragazzi che sniffano pesce bruciato sulle spiagge, di bambini che si picchiano per un pugno di riso, di ragazze che per sfuggire alla povertà trovano la morte sotto i colpi di una lama straniera, di uomini che sognano la guerra perché "sotto la guerra c'è lavoro per tutti". E sopra le loro teste gli aerei che rombano.

Portano in Europa la vita, e riportano in Africa la morte.

Di premi ne ha vinti tanti, ma l'Oscar se l'è fatto fregare dai pinguini di Jacquet. Va detto, però, non c'era lotta.
un post di kekkoz alle ore 11:55 | Permalink | commenti (4) | tags: austria


giovedì, ottobre 20, 2005

Niente da nascondere (Caché)
di Michael Haneke, 2005

Data la complessità di questo film e l'impossibilità di dire qualcosa di sensato a proposito di esso a prescindere da alcuni elementi narrativi, avverto che potrebbero esserci degli "spoiler". Mezzi salvati.

Questa non-analisi si vuole programmaticamente e provocatoriamente fredda su materiale caldo proprio quanto le note di ghiaccio dell'opera danzano silenziosamente sui corpi dei personaggi, sulla città di Parigi, sulla Storia. Dunque, l'ultimo film di Michael Haneke si costruisce su tre percorsi narrativi.

Il primo è un mistery: il giornalista televisivo Georges Laurent riceve delle videocassette che riprendono l'esterno della sua casa; indaga per sapere chi e cosa ci sia nascosto dietro. Agli occhi dello spettatore, non lo scoprirà. Il secondo è una vicenda familiare: il figlio dei Laurent sparisce; i genitori pensano ad un collegamento tra il rapimento con le videocassette, ma il ragazzo era solo nascosto per gelosia nei confronti della madre, che crede adultera. Agli occhi dello spettatore, si sbaglia. Il terzo e più rilevante è un dramma personale che traccia una linea concreta e Storica tra il passato e il presente, sia da un punto di vista personale (l'errore fatto da Georges nell'infanzia e poi nascosto - consciamente alla moglie, inconsciamente nell'inutile negazione del sensodicolpa - che condiziona la vita di un altro uomo) sia collettivo (la guerra franco-algerina e lo schermo che sullo sfondo racconta della guerra in Iraq e della crisi mediorientale). Agli occhi dello spettatore, inermi, si risolve in improvvisa tragedia e in una catarsi solo verbale, una condanna legata alla potenza del marchio morale.

Tracciate queste linee essenziali del film e distintene le parti, si possono individuare nel film due opposizioni fondamentali. La prima è diegesi esterna / diegesi interna: data fin dalla prima inquadratura, è la continua confusione - e tensione quasi insostenibile - tra ciò che vediamo sullo schermo, ciò che vede il protagonista in soggettiva, e ciò che il protagonista vede - e modifica, con il telecomando - sullo schermo della sua televisione. La seconda, strettamente conseguente, è la - ben più risaputa - vero / falso. O meglio, manipolazione del vero: determinante la scena in cui il programma televisivo di Laurent viene creato - montato, letteralmente - di fronte agli occhi dello spettatore. Ma non solo.

Ne consegue che Caché, straordinaria (ora possiamo dirlo) opera teorica, metateorica, e allo stesso tempo fisica e metafisica, è un film sul vero e sul falso, sullo sguardo e sugli schermi, e quindi un trattato a-cinefilo sul cinema stesso. E ne conseguono talune e talaltre ipotesi sui vari misteri del film; ma subito schiacciate dalla potenza del linguaggio, che si crede assente ed invece è composito e strabiliante, steso come un pensiero lockiano sul piano bianco dello schermo e reso corpovivente nonostante - limiti, questi, ma dichiarati - la decisa glacialità, l'assenza di un termine ultimo, il nulla esplicativo, l'esautorazione dell'emozione. Se non per quell'urlo - nostro - soffocato dallo shock e dal colore del sangue, in una stanza vuota e attraverso lo sguardo di chi, di non sappiamo più chi.

Per definizione, in ogni problema in cui si presentino dei dati e delle ipotesi, si prevede una soluzione. Ebbene, parte del fascino di questo asciutto e bellissimo film è proprio l'assenza di tale soluzione. O almeno, così crediamo. Oppure possiamo pensare e credere che "agli occhi dello spettatore" sia stata negata, sia stata nascosta, proprio quella verità che abbiamo aspettato invano; che quel trauma, zampata implacabile di un autore geniale quanto bellamente sadico, sia un flashback negato e quindi privo di veridicità; che quel bambino ci abbia preso in pieno, su sua madre; che in quella "camera fissa" finale, su cui scorrono i titoli di coda, accada qualcosa che ci è sfuggito. Sarà la frustrazione dell'attimo, o l'autoconvinzione, ma io ci ho visto qualcosa - che non so spiegare e di sicuro non mi aiuta ad uscirne.

E la cosa che sembra - sembra solo - più rilevante: il mistero delle videocassette. Possiamo credere che dietro a quella telecamera, a spiare i personaggi, non ci sia - metafisicamente - nessuno? Ma è davvero metafisica, se siamo noi, noi spettatori, costretti e piegati alla coercizione visiva di Haneke, ai suoi imprescindibili infiniti piani-sequenza, a spiare la famiglia Laurent?
un post di kekkoz alle ore 20:50 | Permalink | commenti (15) | tags: francia, austria


giovedì, aprile 14, 2005

Canicola (Hundstage)
di Ulrich Seidl, 2001

La provincia austriaca, con i suoi viali dominati dagli onnipresenti centri commerciali e le sue villette bianche, è un posto dove è impossibile essere felici, ed è impossibile non essere infelici. Tra altarini e vite segrete, squallori quotidiani e solitudini perverse, appare una sorta di angelo della purezza, sorta di nuova visitatrice pasoliniana, capace con la sua insopportabile logorrea di far uscire le contraddizioni e i piccoli orrori quotidiani che nascondono le vite della media borghesia.

Il film di Seidl non si ferma davanti a niente nella rappresentazione impietosa del suo zoo umano, e i suoi personaggi si scaldano al sole (i titoli di testa sono straordinari, ricordano il miglior Lynch) come animali in attesa della caccia, o della morte. Magari lo fa con un po' di scorrettezza, spingendosi nei territori del porno e della sgradevolezza ricercata a tutti i costi, ma conservando uno sguardo antropologico di rara coerenza e di impressionante crudezza.

L'affresco infernale dipinto da Seidl non cerca l'abbellimento o la ricercatezza strutturale di Inarritu o di Tarantino. Lascia invece che siano gli eventi, messi lì apparentemente alla rinfusa e solo di rado incrociati, a parlare da soli. Magari perdendo valori formali che l'avrebbero reso più digeribile, ma la patina grezza non arriva alla depravazione degli idioti vontrieriani, fa parte del progetto e non si può di certo condannare.

Canicola non è un capolavoro, è un film imperfetto e massacrante, per le ragioni suddette ed altre. Ma sa parlare, con durezza e con sardonica ironia, della vecchiaia, della perdita, e dell'impossibilità di comunicare e di amare. E ne parla direttamente alle viscere.
un post di kekkoz alle ore 14:45 | Permalink | commenti (19) | tags: austria


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