mercoledì, giugno 11, 2008

L'inizio del cammino (Walkabout)
di Nicolas Roeg, 1971


Il primo film del regista inglese, dopo 10 anni di direzione della fotografia (tra cui spiccano La maschera della morte rossa e Fahrenheit 451) e dopo la co-regia di Sadismo (Performance) dell'anno precedente, racconta del viaggio nelle immense e immutabili aree selvagge australiane di una giovane e bellissima ragazza e del suo fratello minore, rimasti soli nel deserto dopo che il padre è impazzito, mettendosi a sparare loro e suicidandosi infine dando fuoco all'auto. Verranno soccorsi da un aborigeno intento a svolgere il suo "walkabout" (rito di iniziazione per cui i sedicenni rimangono sei mesi da soli) che li condurrà attraverso un percorso di immersione nella natura e - in senso più inconscio per i personaggi, palese per noi - di rifiuto nei confronti di una civiltà ritratta in veri e propri segmenti intermedi con piglio grottesco (gli scenziati italiani arrapati) quando non crudele (la fabbrica di statuine, i bracconieri).

Tra i più sorprendenti (e amati) esordi della storia del cinema inglese, il film di Roeg non solo dava un'ideale continuazione a certe istanze sollevate grazie all'avvento e al termine della New Wave britannica, ma allo stesso tempo le superava grazie a uno stile fiammeggiante e personalissimo che rende Walkabout un incredibile quanto inquietante spettacolo, soprattutto per l'eclettismo e la ricchezza linguistica che, in alcuni casi, si trasformano in ricercata ridondanza. Un uso memorabile dello zoom (soprattutto nella prima mezz'ora, per rivelare la solitudine della natura intorno ai due personaggi), ma anche di panoramiche, moltissime macro (sulla fauna selvaggia), grandangoli, persino tendine, fino ad arrivare - nella sequenza dei bracconieri, geniale e quasi insostenibile - a fermi immagine e reverse, e più in generale una varietà di piani e campi che sorprende ancora oggi.

Il film possedeva insomma un coraggio nella sperimentazione inusuale sia per un debutto sia per i tempi, che tradiva sia la sua esperienza di direttore della fotografia (in ogni singola inquadratura si respira il tentativo di far parlare l'ambiente in relazione ai personaggi, e non solo viceversa) sia aspirazioni di deciso ordine teorico - come nella celebre sequenza in cui Roeg utilizza un "montaggio intellettuale" associando la caccia e l'uccisione di un canguro all'opera di taglio di un macellaio. Ma Walkabout non è solo questo: è anche un film di impressionante e immediato impatto estetico ed emozionale, e la stupefacente storia di una scoperta di sé attraverso la scoperta della natura - e, dentro di essa, del pericolo, della paura, della più profonda sensualità, e della morte.


Non esiste un'edizione italiana in DVD. Si può ripiegare sulla edizione inglese o su quella tedesca (entrambe economiche ma senza sottotitoli inglesi) ma se non avete problemi con le Regioni vi consiglio di accaparrarvi la solita edizione Criterion (una delle prime uscite della storica Collection) che è ovviamente di qualità incomparabile alle altre edizioni in circolazione.

La splendida Jenny Agutter aveva 18 anni quando il film uscì, ma 16 anni quando lo girò: con questo sotterfugio, Roeg si permise di includere in montaggio una quantità di scene di nudo - alcune delle quali sottilmente morbose anche se sempre del tutto funzionali - che oggi sarebbe del tutto impensabile. Se la cosa vi tocca, siete avvertiti. Allo stesso modo: se vi impressionano, anche minimamente, gli animali morti nei film, statene alla larga.
un post di kekkoz alle ore 15:48 | Permalink | commenti (5) | tags: australia, regno unito


mercoledì, gennaio 10, 2007

Happy feet
di George Miller, 2006

A sorpresa, il terzo film d'animazione del 2006 dopo i coniglioni della Aardman e le automobiline della Pixar è un film di produzione Australiana. Ancora più a sorpresa, è un film di uno studio all'esordio nel lungometraggio, la Animal logic. Di più: è un film a cui non avrei dato un soldo, nonostante il buon nome di George "Mad Max" Miller, che ha pur sempre creato Babe. E infine, per concludere: è un film animato con gli animali, categoria da me ultimamente disprezzatissima. Ma nonostante gli animaletti, gli occhioni blu della diabolica versione pinguina di Elijah Wood, e la quantità di cucciolosismi e cucciolosità presenti, la visione di Happy feet è davvero un piacere. E non solo perché è tecnicamente in-cre-di-bi-le. E notare la sillabazione: non dico altro.

E come diavolo fa? Prima di tutto, azzecca l'uso del musical luhrmanniano: non solo l'incipit con Kiss, che fa venir voglia di alzarsi ad applaudire e a tirare petali di rosa sullo schermo, ma il fatto stesso che ci siano continuamente animali che cantano e ballano (anche in gruppo) e che io non mi innervosisca affatto (anzi), vuol dire davvero molto. Secondo, azzera quasi completamente le tendenze citazioniste di Dreamworks et. al. (che solo pochissime volte riesce bene) e ricostruisce la piacevolezza del racconto su basi più concrete, come per esempio i personaggi. Per esempio - almeno nella versione originale - il quintetto di pinguini sudamericani capitanati da Robin Williams è strabiliante.

Ma ciò che funziona al meglio in Happy feet è la capacità di trasmettere dei forti messaggi, politici nel senso più profondo del termine, a una platea più variegata possibile, senza sfociare mai in facile retorica ecologista, ma utilizzando come arma il semplice buon senso, e senza strizzare troppo l'occhio a destra e a manca. Mica per niente più di un Conservatore negli States si è indiavolato. Beh, se non si sanno divertire, fattacci loro. E poi dai, quando all'inizio Mumble casca su Gloria, in pochi istanti mimano almeno (dico almeno) tre posizioni del kamasutra. Ho le prove*.

A questo punto, vi importa davvero che il film sia così lineare e ingenuotto? Per dire, a me no. Peccato per l'ultima parte, un po' scialacquata, con una riconciliazione - ma decisamente onirica - a sostituire l'angoscia di una lotta senza speranza contro l'intervento umano sulla natura. Altra cosa, se il film si fosse chiuso su quella spaventosa, inquietante e - facendo il paio con An inconvenient truth - quasi horrorifica immagine della Terra dall'alto. Ma ce lo facciamo andare bene pure così.


*le prove, appunto (link sconsigliato ai più piccini)

un post di kekkoz alle ore 09:48 | Permalink | commenti (11) | tags: australia


venerdì, agosto 18, 2006

Superman returns
di Bryan Singer, 2006


Al suo sesto film, sbarcato giusto in tempo dalla nave degli X-men prima che affondasse del tutto, Bryan Singer si trova a dirigere un film che, nonostante il budget enorme e l'hype degli ultimi mesi (e quindi difficile da sbagliare, almeno economicamente), poteva essere un salto nel buio, o meglio un buco nell'acqua. Al di là delle leggende metropolitane sulla "maledizione di Superman", fare un film sull'uomo d'acciaio non è cosa da tutti. C'è in ballo la mitologia, la religione, e una ridicola calzamaglia azzurra.

Ma come già Sam Raimi prima di lui con l'uomo-ragno della Marvel, Singer riesce ad aggirare i rischi legati alla rappresentazione filmica della bidimensionalità dei fumetti DC, e confeziona un grande spettacolo di intrattenimento ed effetti speciali, un filmone ultra-pop, catastrofico ed emozionante, ingenuotto e confezionato per le masse sulla base di schemi oliatissimi quanto perfetti (Superman che arriva sempre all'ultimo momento, per dirne una), ma che fa intravedere nello spiraglio tra una CGI e l'altra una visione del mondo che non sarà inedita ma che è meno banale di quanto ci si aspettasse, e che a volte (Lois Lane che sviene sul tappeto giallo, la stessa che galleggia nell'aereo, l'affondamento della nave, eccetera) si trasforma in una ricercatezza che è solo di Singer, e che rende forse Superman returns il suo film più personale dai tempi del magnifico I soliti sospetti. E di sicuro il più compiuto e divertente.

La cosa più interessante è forse il modo in cui viene approcciata la materia cristologica, presente sì già nel personaggio, ma su cui il film calca ancora di più la mano. Abbiamo un figlio mandato sulla terra a "mostrare la luce" al volonteroso ma debole popolo umano, abbiamo la morte con tanto di "crocefissione stellare", abbiamo la resurrezione con tanto di tomba vuota ospedaliera e sudario abbandonato. Abbiamo persino una via crucis nel fango e nella kriptonite, unico tratto davvero dark di un film altrove coloratissimo, ironico e piacevolmente plasticato.

Si può discutere quanto si vuole su queste tendenze messianiche del cinema hollywoodiano contemporaneo (già presenti in moltissimi film superomistici recenti, vedasi Spiderman 2), ma che tutto questo cristianesimo spinto non sfoci nel ridicolo è già qualcosa. Anzi, è di più: Superman returns, persino nelle pieghe più geek (le battute che ammiccano agli appassionati, come la citazione ironica della famosa "è un uccello, è un aereo", oppure il nome di Gotham City che spunta da un telegiornale), e persino in quelle più morbose, un film riuscitissimo.

Merito di un reparto tecnico pazzesco (coinvolte diverse industrie di effetti speciali), di una sceneggiatura di ferro (con una sorpresa che è ovvia fin dal primo minuto ma che stordisce per metà film) per di più piena di ottimi dialoghi - quasi tutti in bocca al cattivo - e merito appunto anche di quest'ultimo, un gigionissimo Kevin Spacey che, per quanto criticato da qualche parte, è un Lex Luthor crudele e magniloquente.

Kate Bosworth con i capelli castani è decisamente più bella che in versione bionda, ma continua a non convincermi del tutto. Comunque meglio di Margot Kidder. Brendan Routh, dalla sua, è talmente legnoso che il cristone digitale che ogni tanto lo sostituisce è quasi più espressivo. Comunque meglio di Christopher Reeve.


Il film è stato proiettato ieri in anteprima in moltissime sale italiane, la sua data d'uscita ufficiale è il 1 Settembre.
un post di kekkoz alle ore 22:00 | Permalink | commenti (8) | tags: stati uniti, australia


venerdì, giugno 02, 2006

Chopper
di Andrew Dominik, 2000

Di Eric Bana tutti sanno che è australiano, e che è fico: da dove sia spuntato questo ragazzo con la faccia da provinciale sempliciotto e il carisma dell'uomo vero ha da puzza', da dove abbia cominciato il comedian a mostrare il suo innegabile talento recitativo, il trait d'union insomma, è presto detto: da Chopper. Sfortunatamente pochi lo sanno, perché Chopper, film molto celebre in Australia - vista l'enorme notorietà dell'uomo la cui vita racconta - e ben diffuso nei paesi anglofoni, da noi non è nemmeno uscito in sala. E' uscito in Dvd. E' uscito in Dvd in edicola.

Eppure Chopper, a prescindere dal suo interesse storico e dal valore filmico, entrambi notevoli pur senza troppi capelli strappati, mette sul tavolino tutte le carte giuste per un cult sublime: la storia durissima (anche visivamente: qui non ci sono i fuoricampo di Tarantino, sulle orecchie strappate) di un carcerato violento e bizzarro che diventa un romanziere da milioni di copie, vista attraverso la prospettiva di un uomo che ha interiorizzato la sua paranoia e ne ha fatta una tattica vincente sulla società (ma non su se stesso), trasformandosi in una leggenda di fronte ad un mondo che sembra modellato alla perfezione per accogliere la sua patologica mitomania, con i media pronti a celebrare - smitizzandola falsamente con l'illusione della sua poca lungimiranza - la bellezza e il fascino della sua sregolatezza.

Mark Brandon "Chopper" Read è un personaggio multisfaccettato e complesso, che Bana rende alla perfezione con un'intepretazione maniacale, di impressionante precisione, che Dominik riprende con una classe non indifferente - e non solo per un esordiente - giocando moltissimo sugli spazi (come le celle marmoree e spaziose, il buio delle case dei reietti, che siano poveracci o di successo) e anche sui rimandi cinematografici. Taxi Driver in primis: ma se Read è davvero il Travis Bickle del secolo che nasce, la sua rabbia non ha però bisogno di esplodere.

No, la sua rabbia rimane lì, chiusa in una cella insieme a lui, e ne esce solo sotto le forme culturali epresse dalla perversa scopofilia dei media, grazie al culto della persona e dei suoi trademark (le fotografie dei fan in posa fatte sul luogo del delitto). Culto che Read stesso però provvede a deridere: un personaggio sì evidentemente bipolare, ma non privo di una sua folle coerenza - anche morale - e cosciente di essere, lui in persona con le sue cicatrici e i suoi tatuaggi, un segno dei tempi.


Ovviamente il doppiaggio italiano fa pena. Questa volta persino più del solito. Un peccato.

Per saperne di più sul vero Mark Brandon Read, la solita
Wikipedia.

Il Dvd non costa pochissimo, ma nemmeno un'enormità: date un'occhiata ai prezzi.
Altrimenti c'è l'opzione Play.com: 10 eurini e vi arriva a casina [anche se probabilmente senza sottotitoli...].
un post di kekkoz alle ore 15:58 | Permalink | commenti (9) | tags: australia


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