sabato, settembre 09, 2006
INLAND EMPIRE
di David Lynch
Fuori Concorso
Il nuovo film di uno dei più grandi maestri del cinema americano, ora Leone d'Oro alla carriera, va al di là di ogni più rosea aspettativa, e soprattutto sfata le paure legate alla scelta del regista di liberarsi volutamente della questione formale girando in un digitale a tratti davvero rozzo (ma è evidente che questo è l'unico modo in cui questo film poteva essere girato): INLAND EMPIRE è il cinema di Lynch, anzi, è tutto il cinema americano, anzi, è tutto il cinema che scoppia ed esplode frantumandosi in molteplici frammenti, che vanno a ricomporre in una sorta di caos razionalizzato una storia di (lo diranno tutti, ma di più è impossibile rivelare e tantomeno raccontare) "cinema e vita, sogno e realtà, passato e presente", in cui il set e la vita si mescolano con una tale geniale e perversa complessità da far sembrare il magnifico Mulholland Drive un'opera preparatoria. E nel finale questa tesi non sembra nemmeno più così campata in aria. Ma al di là di ogni possibile interpretazione, di quelle che abbiamo già fatto e di quelle che faremo alla prossima attesissima visione (sempre che, come si vocifera, la BIM non faccia tagliare questo film immenso, mastodontico e invendibile), INLAND EMPIRE è anche e soprattutto un'esperienza cinematografica immensa, quasi senza precedenti, che fa impallidire qualunque cosa sia potuta apparire sullo schermo in questa Mostra, non solo per una delle orette - quella centrale - più spaventose della mia vita di spettatore, ma più in generale per quel senso di angoscia che ti stringe lo stomaco, e che ti farebbe urlare o scoppiare in lacrime, che ti farebbe rimanere in quella stanza tutta la notte, con quelle donne, in quella sala dalle luci intermittenti, a danzare. Quel senso di inesplicabile inquietante gioiosa irrequietezza che si prova soltanto di fronte ai Veri Capolavori.