
Crash - Contatto fisico (Crash) di Paul Haggis, 2004 In poche ore a Los Angeles si incrociano i destini di un trafilone di personaggi, divisi dall'etnia e dai rapporti di potere, e accomunati da dolori che esplodono in un attimo, all'interno di una città che sembra stia per scoppiare anch'essa. E' facile tirare fuori i nomi, e nemmeno ingiustificatamente: Altman e Anderson, Inarritu e Tarantino, e chi più ne ha più ne metta. Il meccanismo è quindi, anche se complesso, ben oliato. Ma siamo sicuri che basti ribadirlo per creare un racconto corale?
Ma la questione è un'altra: è il manicheismo del film a non convincere del tutto. Manicheismo a doppia mandata, certo. La struttura può essere semplificata così: tutti hanno una lezione da imparare, e allo stesso tempo una lezione da insegnare. Tutto qui. Non ci sono quindi buoni contro cattivi, ci sono bensì persone buone
e cattive. Ma non ci sono nemmeno vie di mezzo tra l'essere vittima immolata e spietato carnefice. Mancano tutti i mezzi toni, e la sensazione potrebbe sfociare nell'eccesso ridicolo (il film è decisamente troppo breve per la carne che mette al fuoco) se non fosse per il bilanciamento dato dalla sceneggiatura.
Non che sia tutt'oro in fase di scrittura: se Crash non è di sicuro un film verboso (e ringraziamo di cuore) è di sicuro un film urlato. Cosa che può irritare facilmente, e lo fa. Ma è anche politicamente coraggioso, spavaldo, esplicito: ne facessero di più, di dialoghi così. Rende perfettamente l'idea-base del film fin dal titolo, quella di una città-mondo in cui, paradossalmente, il solo valore per combattere il caos e la confusione dei mille corpi che si passano accanto senza toccarsi sia appunto l'interazione micro,
peer to peer potremmo dire, il contatto, anche se scioccante come un crash. Anzi, solo se scioccante e violento, solo se in condizioni traumatiche. D'altra parte, la forza distruttiva (e poi costruttiva) dello script non è ben accompagnata da una regia adeguata. Sembra strano: a volte manca il cinema, a volte ve n'è fin troppo.
Si intenda, non si può dire che sia un brutto film. Sarebbe inappropriato, persino forzato. E' anche un film che si farebbe rivedere volentieri. Ma prendiamo ad esempio la massima scena-madre del film, quella del secondo incontro tra Dillon e la Newton: emoziona, turba, commuove. Uno sguardo indietro, un perdono con la coda dell'occhio. Straordinario. Allo stesso tempo, non possiamo che osservare quanto la suddetta scena sia costruita in un modo che stride con l'intensità del momento. Succede anche in altre belle sequenze (quella dello scudo antiproiettili, per dirne una). Uno sguardo derivato e impreciso, grezzo e furbetto, che fa sognare che Haggis torni a scrivere per qualcun altro. Che so, per Michael Mann, che sulla città aveva detto molto di più con due, due soli, personaggi.
Un film con innegabili luci e con tante ombre, e posta la difficoltà affrontata per scrivere qualche riga su di esso, chiudo con un meritato elogio per gli attori. Tutti bravissimi, sia le conferme (Matt Dillon, Don Cheadle, la bella-quanto-brava Thandie Newton), sia quelli che non ci aspettavamo e ci hanno sorpreso (Ryan Philippe, Sandra Bullock), senza dimenticare Michael Peña. Un cast favoloso insomma, e per una volta non banale. Da godere, magari, in lingua originale: altrimenti che senso ha tesserne tanto le lodi?