
La guerra dei mondi (War of the worlds)
di Steven Spielberg, 2005
Qualche anno fa Franco La Polla, parlando di Minority Report (cardine della mia tremenda tesina di laurea triennale) scrisse che "Spielberg se ne infischia del problema etico-sociale relativo alla preveggenza e all’evitabilità dei crimini" e che "al regista interessano i romanzi familiari, i bambini, gli struggimenti" (Cineforum 420, 2002).
La guerra dei mondi non fa che riconfermare questa ipotesi: visto in questo senso, l'ultimo blockbuster del più celebre regista/produttore al mondo è un altro melò, e non è altro che un cammino (per di più "on the road") di ricongiungimento familiare, la storia di un uomo che recupera il "mancante" (in senso proppiano) statuto di padre attraverso l'autosopravvivenza, il sacrificio, e persino il rifiuto della morale in vista della conservazione della famiglia.
Ma fortunatamente (perché l'insistenza di Spielberg su queste tematiche può risultare alquanto fastidiosa, lo capisco), non c'è solo questo. C'è anche e soprattutto un cinema della meraviglia come pochi al giorno d'oggi: meno ambizioso dei recenti passaggi di genere del regista, più horror che non limpida fantascienza, La guerra dei mondi emoziona e terrorizza per buona parte del suo tempo con effetti speciali (visivi e sonori - goderselo in un multisala ha il suo peso) incredibili e un senso del cinema che, nonostante i buchetti della sceneggiatura deboluccia e qualche sonora cantonata, funziona ancora da dio.
Molto merito dello spaventoso divertimento (soprattutto nella prima parte) è però da attribuire soprattutto alla scelta di Spielberg e soci di puntare sul contrasto tra l'orrore e il quotidiano, tra gli ottimi effetti e la dimensione realistica di cui sono fatti i primi minuti di film. Se Tom Cruise in questo ruolo e con quei vestiti riesce a convincervi, c'è da rimanere sconvolti da quel tripode che sbuca dall'asfalto: ma i fulmini e le "cenerizzazioni" fanno comunque saltare sulla sedia.
La cosa che forse dà più valore all'opera, che mette i brividi, è l'immagine che Spielberg dà di questa umanità privata della sua amata modernità elettrica. Non proriamente idilliaca, anzi durissima e spietata: da lui non ci si aspettava un ritratto così nero e violento della regressione umana, anche se quella stessa umanità avrà poi il tempo per rifarsi e ritrovare la strada della solidarietà (anche militare? qualche strascico dubbioso). Alla fine, una mano salva l'altra.
Comunque, uno spettacolo con i fiocchi, con alcuni momenti degni, finalmente, dei grandi capolavori spielberghiani: il lago di sangue, il fiume di morti, la pioggia di vestiti nel bosco, un infinito piano-sequenza circolare intorno alla macchina di cui faccio persino fatica ad immaginare il concepimento. Sopportatele, le stracotte ossessioni dello zio Steven, e troverete grande cinema.
Ed è inutile tacciare i percorsi melò del regista e in questo caso la loro virata finale, di eccessiva bontà d'animo (lo si fa spesso - mio cugino la chiamava "la pregiudiziale Spielberg"): sì, il ricongiungimento c'è, ma chi vi scrive non è per nulla convinto della realtà di quell'abbraccio. Anzi, si tratta di un sogno, di un simbolo, di una felicità effimera come un fantasma. Ma poco importa, visto che nell'ottica spielberghiana conta solo che il personaggio principale abbia terminato il suo percorso iniziatico. Tanto gli esseri umani sono comunque trascinati da meccanismi trascendenti, per cui agli uomini non resta che lottare per le piccole cose e cercare di stare in piedi.
Resta una domanda: ma dove diavolo aveva parcheggiato?