
Quando sei nato non puoi più nascondertidi Marco Tullio Giordana, 2005
Non vorrei dire nemmeno una parola sul nuovo film di Giordana. Perché sembra stato fatto apposta per essere analizzato e distrutto (cosa che non ho intenzion di fare), non mi sento di innalzarlo all'esempio che non può e non dev'essere, ma nemmeno di demolirlo. Si pone (purtroppo) su un livello di medietà, forse fastidiosa per chi apprezza il regista milanese, accettabile per chiunque altro.
Quando sei nato è un film decisamente politico, e strettamente legato alla realtà (altra cosa che il realismo, si intenda), più che ai personaggi e al senso storico come il meraviglioso La Meglio Gioventù. Ed è proprio per questo marcato disinteresse che i suoi personaggi non funzionano a dovere: la Cescon è un'anima pia, il Popy insopportabile ma solo perché stupido, non perché cattivo. E poi, Boni è buono solo perché devastato dai sensi di colpa nei confronti della moglie o gli si è davvero aperto il cuore? Speriamo nella prima ipotesi. Perché?
Perché dall'altra parte (gli "ospiti", spesso indesiderati) non c'è altro, o meglio non c'è nulla. Di qui, Boni, la Cescon, il Popy, il prete, e chi più ne ha. Di là, due ragazzi rumeni: che ci fanno davvero una figuraccia. E quindi, per procedimento metonimico (che funziona sempre bene, o sempre facilmente) ci farebbe una figura di merda l'intera "categoria". Narrativamente è un bel colpo di coda, che "sporca" l'oggetto dal "buonismo" (come altri lo chiamano), ma se davvero si vuole parlare alla classe rappresentata (gente che abita sul colle Maddalena a Brescia, gente con i soldi e il Carrera4), allora bisogna tenere conto anche dei loro pregiudizi, invece di buttare benzina sul fuoco. Altrimenti usciranno dal cinema convinti che gli immigrati siano davvero tutti ladri e tutte puttane.
Questa è solo la cosa più fastidiosa di un film altrimenti di strana ma innegabile bellezza, con almeno una sequenza lunga e meravigliosa (quella notturna e angosciante, spinta ai limiti), molte altre memorabili (citandone una, l'identificazione al centro di accoglienza), attori splendidi e una sceneggiatura che, a partire da una bella storia, non sa bene che strada prendere (soprattutto alla fine) ma almeno sa, per una volta, prendere di petto il presente. "Non è giusto, ma non è colpa mia" dice Boni, mostrando sia una condizione legislativa indecorosa o semplicemente confusa e paradossale (rincarata dal manifesto elettorale esposto fuori da una specie di bolgia dantesca di clandestini), sia la visione che la "classe dominante", anche se illuminata o progressista, ha dei problemi e della realtà che le sta intorno.
Quindi il mio consiglio è: andate a vederlo, in giro c'è di peggio, anche se è la seconda (su due) delusione (di fila) sulle opere che aspettavo più con ansia in questo periodo.
Concludo bonariamente: ammetto che il mio giudizio è sporcato dalla rarità dell'ambientazione bresciana. E da buon bresciano forse mi sono distratto con le parlate delle mie parti e gli esterni luoghi (le piazze, le colline, i panorami) in cui sono cresciuto. Le due vecchiette in autobus sono impagabili. Perdonatemi. "Té, gnaro. Ma ta set té quel gnaro lé che l'era cascà 'n mar? Mamamia, che bruta 'speriènsa che ta gh'et fat, 'n mes a tuti quei négher!"