Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles)
di Jean-Pierre Jeunet, 2004
L'ultimo film del co-autore di Delicatessen, a dispetto delle critiche d'oltralpe (per le eccessive aspettative) è un'opera appassionata e appassionante, un viaggio roboante nella mente di un'innamorata cocciuta, una mystery tale affascinante e complicata che risolleva zolle di storia indimenticate eppure troppo spesso tralasciate. Per quanto le tricee kubrickiane siano altrove: qui è il gusto romanzesco e melò a trionfare, non certo la cruda realtà o il senso storico.
Si vede comunque che Jean-Pierre Jeunet teneva particolarmente a questa storia: non è Mathilde ad essere un'altra Amélie, come si legge da qualche parte, ma era forse quest'ultima ad essere una "Mathilde preparatoria": i due personaggi condividono infatti l'approccio incessantemente gioioso al mondo, la testardaggine con cui perseguono gli obiettivi del loro istinto, la loro smania di cambiare i destini della gente.
Ed entrambi i film giocano in modo simile con la struttura, lavorando sui personaggi di contorno, raccontando le storie personali, divagando sul loro passato. Forse per questo la scelta della Tautou è particolarmente infelice, perché l'identificazione porta a un "agganciamento seriale" non richiesto, e dannoso per tutto il film. Più facilmente, si può dire che lo sia per l'incapacità evidente dell'attrice.
Molto ma molto meglio Marion Cotillard, che nelle poche manciate di scene a lei dedicate si mangia letteralmente lo schermo e gli spettatori (rimpiangiamo una "Mathilde Cotillard"). Sue tutte le scene migliori, dalle due "esecuzioni", alla sequenza più intensa e commovente, quella del messaggio nascosto nell'orologio.
Nutro qualche altra riserva su questa "lunga domenica di passioni", il cui titolo è ancora per me un mistero. Prima di tutto Jeunet mostra una certa difficoltà nel gestire la mescolanza di forma filmica e narrazione romanzesca: il libro di partenza sembra molto bello (un po' baricchiano o sbaglio?), ma il regista, innamorato pazzo del liguaggio di Japrisot, si abbandona troppo spesso ad una narrazione fuoricampo in terza persona, che stona come fosse un "copia e incolla". Soprattutto in scene che "parlano da sole", come il bellissimo finale "in levare" e quindi in controtempo con il resto del film,
Le riserve tuttavia non sminuiscono il valore di un film che, per quanto si possa facilmente trovare irritante (come poteva succedere con l'adorabile Amélie), è davvero difficile criticare. Prima di tutto da un punto di vista estetico: una gioia per gli occhi, magari con ridondanze espressive e qualche plongé di troppo (ma è Jeunet, lo conosciamo, ci piace così), ma anche con momenti di puro godimento. In secondo luogo, per il modo in cui Jeunet riesce a tenere le fila di un racconto intricatissimo e incasinatissimo, pieno di personaggi mai ridotti a macchiette, con una maturità superiore al passato, senza mai annoiare.
Nonostante ciò, si sente la mancanza dell'intensa e infantile emozione che chi aveva amato Amélie si ritrovava nel cuore alla fine del film, perché l'emozione è in generale asciugata spesso dalla complessità del racconto. Ma proprio per questo motivo ho l'impressione che Un long dimanche de fiançailles sia un film che cresce con le seconde (e terze) visioni: quando si abbandona il cervello al turbinio estetico ed emotivo che Jeunet ha voluto (ed in fondo, saputo) regalarci.