L'inventore di favole (Shattered glass)
di Billy Ray, 2003
Tra i non pochi "ritardi eccellenti" della stagione cinematografica in corso, esce anche in Italia il film, tratto da un celebre articolo di una rivista americana online, che racconta la storia vera di Stephen Glass, giovane promessa del giornale americano "New republic", rivelatosi poi un talentuoso raccontapalle ("The fabulist" è il titolo della sua autobiografia).
Ovviamente il film mette in gioco diversi temi fondamentali, come il labile confine che separa realtà e menzogna, e il rapporto del reale con la comunicazione, il discorso sulla "narrazione per immagini", tema che riguarda anche il cinema, soprattutto documentario (basta pensare ai "September tapes"). Ma soprattutto il potere affabulatorio di un atteggiamento conformista: in un mondo (lavorativo e umano) in cui si è abituati ad essere trattati a pesci in faccia, si è disposti a fare un eroe di chiunque si comporti in modo gentile, di chiunque ci dica quello che ci si vuole sentir dire. Di chiunque insomma, come dice uno dei protagonisti, sia semplicemente "divertente".
Da una vicenda simile, così paradigmatica di un "punto di rottura" per il mondo della comunicazione, e anche solo così "bella", qualunque buon regista avrebbe tratto un capolavoro. Billy Ray, disastroso sceneggiatore de "Il colore della notte" e di "Vulcano", sceglie una via discorde ma tutto sommato originale: in un caso, raro, dove la storia dice più cose dei suoi personaggi, Ray sceglie di stare attaccato a quest'ultimi, di parlare soprattutto dei loro rapporti interpersonali, dell'affezione, dell'inganno individuale, più che far fuoriuscire le metafore sottese alla trama.
Lo Stephen Glass di Hayden Christensen è perfetto: Christensen è assolutamente nella parte, nato per questo ruolo. Altro che Anakin Skywalker. Ma a metà film ci si rende conto che in realtà il vero protagonista è Chuck Lane (Peter Sarsgaard, bravissimo anche lui), perché è l'unico a non cadere nella trappola affabulatoria di Stephen, ed è l'unico a non sembrare rimbecillito dalle sue tattiche comunicative.
Billy Ray sceglie anche di dare una giustificazione alla sua illuminazione: riprendendo il personaggio di Sarsgaard con moglie e figlio. Sembra inspiegabile questo attaccamento al privato, che si pone ben al di fuori delle situazioni strettamente "narrative", ma in realtà il messaggio è trasparente: Chuck possiede dei valori (rappresentati simbolicamente dalla famiglia) che Stephen non ha. Tutto qui. Una tendenza moralizzatrice e livellatrice che abbassa il tono di un film che si sarebbe voluto (e potuto) vedere più acido, più lucido, più attento alla contemporaneità, e che invece sembra già invecchiato.
Tuttavia, è molto piacevole dall'inizio alla fine, ben recitato, con qualche ottimo passaggio (come la scoperta della "verità" da parte di Chuck) e con una trovata narrativa fondamentale (che riguarda il finale, e non racconto), in cui Ray, mescolando i piani diegetici, riesce finalmente a trasmettere quel senso di confusione tra realtà e immaginazione che domina la mente di Glass.