Laputa, il castello nel cielo (Tenkû no shiro Rapyuta)
di Hayao Miyazaki, 1986
Il cinema di Miyazaki Hayao ha una capacità quasi unica di suscitare meraviglia. [Sembra una banalità, ma la meraviglia non è uno di quegli effetti che si possono calcolare e sputare in faccia. Ci vuole sangue caldo, per suscitare meraviglia.] "Laputa" è, come la gran parte della sua opera, altrettanto meraviglioso.
Al di sotto di quest'inspiegabile stupore che riempie il cuore alla sola vista di una bambina che ondeggia illuminata da una pietra azzurra (con quelle bellissime musiche, ah!, Joe Hisaishi), c'è come sempre un'opera estremamente complessa, che si rifà alla letteratura occidentale (Swift in testa, ma non solo), alle atmosfere industriali anglosassoni (con la visione della città-miniera), e che riempie infine lo schermo con quella geniale visione magrittiana che è il "castello nel cielo" (ancor più stupefacente quando la sua "anima vegetale" viene liberata).
E nonostante il tumulto cardiaco provocato da questa inventiva grafica ed emotiva che lascia a bocca aperta, non si dimentica il messaggio - il rapporto con la terra e con la natura - trattato in modi simili e comunque sempre in primo piano in tutto il cinema del maestro giapponese.
Le opere successive a questa, soprattutto le più recenti, sono forse a un livello superiore: ma è tutto da discutere, perché se indubbiamente in quelle opere il discorso è meglio cristallizzato, qui c'è pura poesia, più disinibita che in La città incantata e meno tragica che in Princess Mononoke (l'abbinamento è piuttosto con Nausicaa, altro capolavoro), anche se la morte e la coscienza della perdita sono sempre presenti. E a tale poesia si aggiunge un'irresistibile comicità slapstick (mai, e dico mai, infantile) e un ritmo davvero forsennato.
Nota: a Venezia c'era Howl's moving castle. Non ci hanno fatti entrare. Per un pelo: mi mangio le mani. Sala piena? Bastardi.