Il cavaliere oscuro (The dark knight)
di Christopher Nolan, 2008
Certe volte, quando ti casca addosso un film
così, non te ne accorgi. Semplicemente, non eri preparato. Nessuno te l'aveva detto. Ti arriva alle spalle, e fa il rumore improvviso, spaventoso e affascinante di un fulmine in una tersa giornata d'estate. Certe altre volte, invece, come in questo caso, non c'era proprio nulla che non ti dicesse che sarebbe potuto (o dovuto) accadere. Tutto punta in quella direzione, per settimane, per mesi, e davanti a te quella sera, quella notte, buia, c'è la strada vuota e libera, e allora ti senti pronto,
come on, I want you do it, come on, hit me, hit me, lo vedi, arriva, ma il contatto, il tonfo vero e proprio, quello che ti scaglia a terra, è una cosa a cui non si può essere preparati.
Non si può esserlo fino in fondo, preparati a un film
così. Ed è la cosa stupenda, impagabile, dell'esserne travolti.
Certe volte, quando ti sei abituato a vedere film, parlarne, scriverne, a discernerli o ad accettarli, a sezionarli o a categorizzarli, in fondo te li lasci scivolare addosso, come gocce di pioggia su una corazza robusta.
Il cavaliere oscuro è uno di quei rari casi in cui, mentre vi stai assistendo, ti rendi conto che qualcosa si sta spaccando, in quella corazza. Che sta penetrando, bruciando, elettrizzando. Non solo te, ma tutto ciò che vi sta intorno. Dispiace quasi, per tutti i film con i quali
Il cavaliere oscuro condivide un inesauribile, popolarissimo ed eclettico macro-genere, e nei confronti dei quali si era stabilito un rapporto di simpatia, amicizia o complicità, ma questo è un uragano che tutto travolge, che fa piazza pulita, che spazza via anche il grigiume delle distinzioni, e con esse cambia radicalmente, almeno in potenza - e proprio dal momento in cui ottiene questo frastornante successo - la faccia stessa del
comic book movie. Ed era un momento che aspettavamo, credo, da sempre.
Ma se anche
Il cavaliere oscuro dovesse rimanere un unicum, poco cambierebbe del suo inestimabile valore, del suo vigore, della sua ineccepibile poderosa violenza. Dove
violenza significa prima di tutto restituire allo spettatore il piacere di uno spettacolo
totale. Dove nemmeno il tappeto sonoro di James Newton Howard e Hans Zimmer è una mera colonna sonora, ma una delle più grandi
applicazioni di un'idea di sonoro nel cinema recente, costruita spesso su una ricerca del
suono perturbante che non ha nulla a che vedere con le abitudini del cinema mainstream, e che insieme a un montaggio che reinventa l'
essenzialità come marca espressiva non lasciando
mai un minuto di respiro tra una sequenza e l'altra, trasforma alcune sequenze - soprattutto i grandissimi duetti tra Heath Ledger e gli altri personaggi - in un'esperienza cinematografica vibrante, e fisica. Parlo di mangiarsi le unghie fino alle falangi, Parlo di tremare, di sudare. Di piangere per una lettera donata, appoggiata su un vassoio, da lì sollevata, e infine bruciata con un accendigas. Sorridere sapendo che se
the only justice in an unfair world is chance, in un mondo a cui è stato dato in dono il caos in un pacchetto, tutto è destinato comunque a esplodere, prima o poi. Lasciando dietro di sé, al massimo, i martiri immolati di una speranza menzognera. E la luce che illumina la collettività non è più, come in altri film simili, la speranza ad essa legata - ma al contrario, l'ultimo dei barlumi di un'umanità pronta a scomparire, ad annientarsi, in quello stesso cupo caos.
Affrontare
Il cavaliere oscuro mette comunque in difficoltà, perché ti rendi conto immediatamente che le solite parole non bastano. Quelle di elogio della mostruosa, indicibile, uberumana performance di Heath Ledger, e di tutto il cast con lui. Di come Chris Nolan sia riuscito a trovare un equilibrio
definitive tra le due anime del suo cinema, schizofrenico e fenomenale come gli splendidi, corposi personaggi di questo film. Di come
Il cavaliere oscuro abbia ben poco del
comic book movie, ma sembri piuttosto, come molti hanno detto, l'ultimo thriller metropolitano possibile, un film complesso e adulto, nonostante le impennate e nonostante le maschere, che risente più della lezione di Michael Mann che di Tim Burton. Del fatto che quella macchina da presa che volteggia tra i palazzi fa del pipistrello un simbolo decadente, mentre la protagonista è proprio la città - una città che è impersonificata e resa carne, con il suo caos e il suo caso, il suo dolore e il suo disperato eroismo, e la sua fioca speranza. Gli occhi che ci guardano, e che ci parlano, fin dalla prima inquadratura, sono le mille e mille finestre di Gotham City. Pronte a scoppiare.
Tutte queste parole le rimandiamo un attimo, le mettiamo da parte, le consumeremo tra una birra e l'altra scambiandoci colpi di gomito con un entusiasmo irreale e revitalizzante. Quante sono, le cose che vorrei dire. E quante, ci sarebbero da dire. Ma ora, qui, ci fermiamo.