Gone baby gone
di Ben Affleck, 2007
Una delle questioni su cui ricordo di aver più dibattuto parecchio tra umili e illetterati blogger come me, e di sicuro uno delle scelte più facili per introdurre un post su un film diretto da Ben Affleck, è quella della relatività: se un film può avere per noi un valore in qualche modo - diciamo - "stabile", vero è anche che bisogna fare i conti per forza con le aspettative che il film crea, soprattutto - e qui veniamo al film - per i nomi in gioco.
Insomma, sarà effettivamente un ingiusto pregiudizio, ma se qualche mese fa mi avessero detto che Ben Affleck, attore recentemente sdoganato per via di un'interpretazione effettivamente molto convincente all'interno di un bruttissimo film, avrebbe diretto di lì a poco un film tratto dal Dennis Lehane di
Mystic river, avrei storto il naso. E così feci, storsi il naso, e ancora mi fa male. Tanto più che - ma l'avevo capito già dal trailer - avevo preso una madornale cantonata: abbiamo dovuto aspettare più di dieci anni di martirio per renderci conto, noi con lui, che il giusto posto per Ben era dietro la macchina da presa. Non davanti. Dopotutto, chi ha mai detto che un regista deve essere una persona brillante, gradevole e intelligente? Nessuno. Anzi.
E qui entra in gioco la relatività di cui parlavo da principio: ci ho pensato qualche giorno, perché non ero sicuro di averci visto bene, ero talmente frastornato dal fatto che Ben Affleck avesse realizzato un film così sincero, disilluso, maturo, ma anche incalzante, emozionante, commovente, che mi sono chiesto se in fondo il mio entusiasmo non fosse che una timida espiazione per tutto il male e la derisione volta in direzione del grosso mastino californiano.
Gone baby gone invece è proprio così, ve lo posso garantire: e in un certo senso, la deformazione soggettivista ha dato i suoi frutti, trasformando l'esordio di Affleck da un semplice bellissimo film a una delle più straordinarie sorprese degli ultimi tempi.
Tratto dal quarto libro di una vera e propria saga letteraria noir pubblicata da Lehane, i cui protagonisti sono i detective privati Patrick Kenzie e Angela Gennaro, qui ritratti con sommesso affetto ma con l'invididiabile capacità di non darli mai per scontati, il film parte come la risaputa storia di un rapimento malriuscito (la cui vittima è la bravissima Amy Ryan, che con questa perfetta e insostenibile interpretazione
borderline ha preso una scorciatoia per uno sfacelo di premi), ma diventa presto - anche grazie a una narrazione ondivaga che predilige la dilatazione dell'innecessario, proseguendo anch'esso sulla strada intrapresa da
Zodiac, e se mi permettete la divagazione, mostrando una volta di più l'importanza forse sottovalutabile ma capitale del film di Fincher per il cinema di
detection - un racconto corale fondato sul ribaltamento tematico (verità/giustizia) e sull'ambiguità morale, che ci lascia (con un'immagine finale malinconica e straziante nella sua ricercata banalità) con l'amaro in bocca per giorni interi.
Che rimanga dietro la macchina da presa, Ben Affleck, ma che lo faccia davvero: perché adesso da lui ci si aspettano grandi cose, là dietro. Se l'è cercata. Tanto, a sostituirlo dall'altra parte c'è suo fratello Casey: dopo l'exploit impressionante in
Jesse James, un'altra interpretazione dolorosa, bofonchiante, magistrale.