L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (The assassinaton of Jesse James by the coward Robert Ford)
di Andrew Dominik, 2007
Per una volta, non sappiamo se sia il caso di condannare davvero fino in fondo l'ingerenza di uno studio su un'opera cinematografica: se le intenzioni strabordanti di Dominik, tanto più ambiziose perché all'opera seconda da quel gran bel
Chopper che lanciò Eric Bana, rimaste in questi interminabili, bellissimi 160 minuti, sono state stemperate dalla WB che ha imposto un'accorciatina e un po' di "pragmaticità" nei ritmi, l'equilibrio che se n'è ottenuto - forse perché non ne compromette l'aria e l'indole - è davvero qualcosa di miracoloso.
Insomma, quello che è rimasto è un film incredibile e affascinante che, acquisita la lezione degli western "contemporanei" dagli
Spietati in poi, la porta su un livello ulteriore, con uno stile folgorante che rimescola i suoi modelli nel segno di uno stile nuovo, che farà scuola (sempre se qualcuno oserà tanto) e che prima o poi potrà essere considerato - già viene detto, da qualche parte - un passo capitale nel percorso dell'intero genere,. Recuperando peraltro elementi basilari spesso perduti, come il gusto del panorama, dell'immagine della sterminata pianura americana, qui ricoperta da una coltre di neve, ghiaccio, quando non di grano e brina.
Ma al di là dei panorami e delle immagini, splendidamente fotografati da Roger Deakins, quello che travolge del film di Dominik è il ritratto, contorniato da un bel cast corale ma secondario di comprimari dagli occhi mortiferi e sommessi, dei suoi due personaggi principali: un gioco di verità, tradimenti e identità, un duetto amoroso grande come l'intero continente, in cui si distinguono peraltro le prove di due attori - un mefistofelico e gigantesco Brad Pitt e soprattutto il sorprendente Casey Affleck dal volto emaciato e solcato da lacrime di eterna inconsiderazione - che nessuno aveva forse mai utilizzato con tale intelligenza e profondità.
Vista l'esperienza in sala, che richiede pazienza e abnegazione (e che ripaga fino in fondo), è senza dubbio un film poco adatto a grandi masse di spettatori: ma il sospetto, forse, è che il problema non sia nel film, che nonostante la lunghezza, e anche grazie all'ipnotica colonna sonora di Nick Cave (che appare come menestrello da saloon) e Warren Ellis, è davvero uno dei film più appassionanti, nel suo genere, degli ultimi anni.
L'ultima mezz'ora, e in particolare gli ultimi dieci minuti, è roba da inscrivere nel marmo, da raccontare ai nipoti.