Once
di John Carney, 2006
Una delle cose più belle di
Once è che ha un'aneddotica sterminata, e nella maggior parte dei casi molto curiosa: Carney, ex bassista dei
The Frames divenuto regista, propone all'amico Glen Hansard (cantante del gruppo e fresco di esordio solista) di fare un film costruito sulle sue canzoni. Tira su una cifretta irrisoria con i fondi statali irlandesi e rimpinguando con i propri risparmi, coinvolgendo nel progetto chiunque, familiari e amici compresi, mette la collega di disco (la meravigliosa giovane musicista ceca Markéta Irglová) a fare il ruolo femminile, e - visto che Hansard dopo il suo celebre ruolo in
The Committments non ne aveva più voluto saperne, del cine - scritturano l'amico Cillian Murphy per quello maschile: ma quest'ultimo si ritira per insufficienza di estensione vocale. Cosa vuoi, non son mica buoni tutti, a cantare come Glen Hansard, che infatti, seppur titubante, accetta di interpretare il film.
E infine, dopo un'altra manciata di curiosità (tra cui l'inatteso successo di critica e di pubblico), la stessa storia d'amore che nel film viene negata da un malinconico sguardo fuori dalla finestra e da un biglietto per un'altra città (ma ribadita da un pianoforte nuovo,
che avrà il suono della sua voce, dentro) è divenuta, nella realtà, una cosa vera. Superando di gran lunga la nostra filosofia, accontentando invece i nostri sguardi.
Ma per l'aneddotica c'è la ricca pagina di Wikipedia. Parliamo del film.
Una delle cose più belle di
Once è che è fatto di nulla, e che quindi può permettersi tutto. Può fare di necessità virtù intraprendendo dolly e carrelli, può insistere perlopiù sulla camera a mano che più si addice alle insistenze malinconiche e alle desistenze romantiche dei nostri (una giovane colf con figlia a carico e un orecchio micidiale, e un
busker abbandonato che ripara aspirapolveri), può come in un vero musical far parlare le canzoni - le incredibili canzoni di Glen Hansard, che nella strana dimensione simil-live data loro dal film acquistano ancora più vigore, forza, commozione - ma senza stare lì a incastrarne le semantiche bensì facendo parlare le voci, i toni, i suoni. E poi, perché no, le parole. Può permettersi di vagare distrattamente per un'ora e un quarto tra le strade di Dublino, e nei cuori dei due protagonisti, tra frasi dette di troppo e frasi dimenticate, tra simbiosi necessarie e armonie improvvisate, tra vicini teledipendenti e aspirapolveri al guinzaglio, senza annoiarti un attimo.
Once è uno di quei film di cui non
comprendi il fascino. Ti avvolge, e basta.
Ma per il film ci sono decine di voci entusiaste. Parliamo di Glen Hansard.
Io, quasi un anno fa, ho visto Glen Hansard e ho pianto. Non me lo ricordo più, se uscivano proprio lacrime, non me lo ricordo più, che pezzo fosse, ma ero sotto di lui, sotto la sua chitarra, mentre la sua voce - un pezzo solista, senza amplificazione, solo lui, la sua voce, la sua chitarra,
tutte le nostre orecchie - riempiva il locale spalancando bocche, spezzando cuori. Spalancando cuori. E piangevo, ah sì, ne sono certo, magari solo dentro. Ero a Milano da poco, e conoscevo la musica dei
The Frames da pochi giorni: ma quel concerto,
quella sera non la dimenticherò facilmente. E lì, cosa vuoi, Hansard passa un po' in secondo piano, perché va bene che è un artista eccezionale, che è un simpatico marpione e un puccissimo pezzo di pane, ma il resto, tutto il resto, l'abbiamo fatto
noi.
Questo non toglie che da queste parti sia soliti dargli qualche merito. Forse perché ha spalancato pure il mio, di cuore. O almeno, gli ha dato una spintarella.