
Bobby
di Emilio Estevez, 2006
Siete convinti che le buone intenzioni e il buon senso del messaggio che viene veicolato da un film non bastino a farne un ottimo film, ma che ci voglia anche una spiccata capacità in cabina di regia, soprattutto se ci sono 300 storie e 600 personaggi? Siete amanti di Altman e ammiratori di Anderson (come si usa dire al suono della parola "corale") e non sopportate più che cani e porci facciano film con 300 storie e 600 attori di buon nome che si incrociano nel punto "x", dove "x" è "fatto cruciale, storico e/o immaginario e/o metaforico", e che la maggior parte dei quali attori non siano che funzioni di qualcun altro o di un twist narrativo, e prestino il loro buon nome forse inconsapevoli della loro (vedi Heather Graham: come diavolo fa a essere ancora così bella?) pretestualità e - pressapoco - inutilità? Siete stanchi di una delle seguenti cose: (a) coppie di mezza età che si tradiscono o che vanno in crisi e/o in analisi, o entrambi, ma sempre e comunque in salsa soap, che in un film spiccatamente e volenterosamente politico non fanno questa gran figura (b) pensionati che vanno in depressione perché con il lavoro hanno perso anche il loro posto nel mondo e/o il senso della loro vita (c) la retorica politico/sociale e il pathos sonoro che vanno ormai indissolubilmente a braccetto, e spesso male, tipo qui (d) Linsday Lohan (e) personaggi che dopo mezzo bicchiere di whisky cominciano a parlare - almeno nell'orrido doppiaggio italiano - come Melanie Griffith nel remake di
Nata ieri, per poi riflettere a voce alta sulla vecchiaia e/o sulla morte e/o sulle donne che sono tutte troie (sic) (f) i messicani fieri e/o vittimisti?
Se vi riconoscete in toto in questo profilo, state pure a casa.
Ma forse fareste un errore. Perché è vero che finora sono stato apparentemente cattivo, eccessivamente e sicuramente per gioco, ma le buone intenzioni di cui sopra, per me, in un caso simile, un valore ce l'hanno eccome. E sappiate che Bobby ha un potentissimo proiettile nel suo pistolone (o pistolotto, fate voi) dall'ambizione corale: cioè, la parte più normalmente irritante, ovvero il punto "x" di cui sopra, è qui spaventosamente commovente. E se vi siete ritrovati a deridere certe scelte (come i due vecchi scacchisti o i due giovani fattoni - e detta così suona ancora più deridibile) e ad accettarne altre (come la struggente vicenda che lega la Lohan a Elijah Wood) ma sempre con la bocca un po' storta, vi ritroverete nel finale con tutte le mani nella bocca, e mentre la testa dice "ma non vorrai mica commuoverti, non senti che retorica blanda, e quel discorso off con quella musica lì, no, e non vedi come svacca quando si appiglia al presente, e suvvia, Nick Cannon che esce dallo studio di Kennedy illuminato di bianco dall'alto non ti sembra un po' troppo?", il cuore batte ed esce pure la lacrimuccia. Per quanto mi riguarda, ci siamo. Ci sono cascato.
E dire che mi ci riconoscevo anch'io.
Nota di servizio
Ci sono almeno due (ma quanti, ce ne sarebbero!) cineblogger attivi, bravi e competenti, che per pigrizia mia (e altrui) non fanno ancora parte della grande famiglia di Cinebloggers Connection. Li invito io ora, ufficialmente.
Ricordo che per le semplici e democratiche regolette del "nostro" blog serve l'appoggio di soli 2 giudici, da esprimere nei commenti di questo post.
I blog sono i seguenti: Delirio cinefilo e Breaking news.