martedì, maggio 20, 2008

Gomorra
di Matteo Garrone, 2008


Volti, passi, parole, centotrenta minuti appiccicati a loro, ai personaggi delle "storie" di Gomorra, dirette da uno sguardo tra i più maturi e sconcertanti del cinema europeo, che fa la scelta ammirevole e scioccante di rifuggire sia le sirene del genere che quelle, ancora più rumorose, del cosiddetto cinema sociale, forgiando un affresco di morte dominato dall'ineluttabile, ma non quello più consolante e tutto sommato consolatorio del destino e del fato, ma l'ineluttabile umano della causa e dell'effetto, quello insomma per cui una pistola raccolta in scena dovrà prima o poi sparare, facendone un eccezionale romanzo sulla perdita dell'innocenza di un'intera città, di un intero mondo, sul veleno e sui morti che concimano la terra su cui siamo cresciuti, ma soprattutto un vero gioiello di narrazione ondivaga, paziente nel ricostruire le sue cause alle sue conseguenze ma morbosamente teso fin dal suo mettere subito le cose in chiaro, ambientato in una realtà che è tanto dura e vera da risultare aliena e romanzesca, Gomorra è così, un ineluttabile romanzo di morte ambientato su un altro pianeta, il nostro, da cui non c'è fuga, chinati tra gli spari a vuoto e le canzoni d'amore, né riscatto tra i cuori che esplodono, quelli che implodono, e quelli che si spengono lentamente, né altro che una vaga speranza - che abbia però l'amaro retrogusto dell'immolazione, del sacrificio di sé, dove si è eroi già morti di un'epica della sconfitta urlata tra le chimere esplosive o di un levissimo prestigio conquistato con la paura e poi sussurrato in un'alba dolce e impalpabile, e infine sempre e comunque schiacciati, schiacciati dai grigi cupi degli ampi panorami, in un film preziosissimo ma non solo, unico ma non solo, davvero, un film italiano come non se ne vedevano da anni.


Non avevo nessuna voglia di scrivere di questo film - che va visto, vissuto, consumato avidamente. Questi sono solo i miei accennati venti centesimi, pallido specchio di un turbinio continuo di cose che non trovano la loro via d'uscita. Se volete invece leggere qualcuno che ha saputo scriverne davvero, ci sono UnoDiPassaggio e Chamberlain.
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martedì, maggio 20, 2008

Semi-Pro
di Kent Alterman, 2008


"In the annals of history people are going to be talking about three things: the discovery of fire, invention of the submarine, and the Flint, Michigan Mega Bowl. "

Già ce ne fu il sentore nel piacevole Blades of glory, ma in Semi-Pro suona più come una conferma: il vero e proprio "canone" del film costruito intorno a Will Ferrell, cristallizzato nella forma e ormai quasi immutabile negli sviluppi, sia linguistici che narrativi, sta perdendo colpi. O almeno, ha il fiatone. Uno si può anche accontentare - se è in serata, se è di bocca buona. Ma Talladega nights era davvero su un altro pianeta - e la cosa si fa ancora più grave se si pensa a un ipotetico confronto con il coevo e bellissimo - e ferrelliano - Walk hard. E anche la critica in patria, stavolta, ha voltato le spalle.

Le ragioni del declino sono molteplici, e non imputabili unicamente a Ferrell e alla sua indefessa reiterazione del modello Ron Burgundy - perché in fondo è lui la cosa che funziona meglio, e pur mettendosi più in disparte del solito sa infilare qua e là ancora perle d'assurdo come "If you see an opposum, kill it, it’s not a pet". Prima di tutto, l'assenza di una spalla degna di questo nome: André Benjamin degli Outkast fa del suo meglio, ma Woody Harrelson è davvero fuori posto, e sono lontani per lui i tempi di Kingpin. Ma non solo: non aiuta la regia spaesata di Kent Alterman, executive prestato alla regia che non sa star dietro alla furia di Ferrell, e lo sceneggiatore Scot Armstrong (con un curriculum poco glorioso alle spalle) si limita ad addizionare gli elementi preesistenti, giocando molto su riferimenti alla cultura della pallacanestro americana (non certo diffusissimi nel nostro paese) e perdendosi persino l'occasione di giocare con gli anacronismi del period movie che arricchivano un film come Anchorman.

Come al solito, Semi-Pro gareggia per le gag più tirate per le lunghe di sempre: quella della pistola scarica, per esempio, o quella dell'orso - lo stesso orso che un mesetto fa ha ammazzato un addestratore a morsi, e che sta aspettando ancora il verdetto che pende sulla sua testa. E come al solito, sono queste irrispettose lungaggini a strappare le risate migliori. In ogni caso, davvero pochine.



Non c'è ancora una data d'uscita italiana, ma seguendo l'onda di Blades of glory (uscito a fine Luglio 2007), il film potrebbe finire nell'infame calderone dei ripescaggi estivi. Ma è solo un'ipotesi.
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venerdì, maggio 16, 2008

Trivial matters (Por see yee)
di Pang Ho-Cheung, 2007


Il settimo film di uno dei migliori "giovani" registi hongkonghesi apparsi negli ultimi anni, nonché presenza fissa (anche quest'anno) al friulano Far East Film, è un film a episodi: è tratto infatti da una raccolta di racconti, molto celebre in patria, scritta dallo stesso Pang. Le brevi storie hanno un qualche tipo di (sottilissimo) filo conduttore, che va al di là della narrazione, e che ha una costante nella presenza della tematica sessuale (in modo molto più "spinto" di quanto non ci abbia abituato Hong Kong) - ma per semplicità è il caso di trattarlo pezzo per pezzo, anche se a rischio di banalizzarlo.

In Vis maior uno psicologo confessa i suoi problemi sessuali alla videocamera uno studente, ma il punto di vista della moglie sembra più realistico: basato su una premessa piuttosto banale, il corto lascia il tempo che trova ma regala diverse risate - di cui almeno una fragorosa - ed è recitato con una dose irresistibile di ironia. Segue un segmento davvero brevissimo in cui un giovane abborda una ragazza sostenendo che il massimo della civicità sia pisciare sulle macchie di sterco nei bagni pubblici. In It's a festival today, segmento stralunato e riuscitissimo, forse il più semplicemente spassoso del film, un ragazzo inventa un modo creativo per ricevere quotidianamente una fellatio dalla sua castissima fidanzata - con conseguenze inaspettate.

Tak Nga è un documentario realizzato da abitanti di un pianeta colonizzato tra centinaia di anni, che tenta di spiegare l'origine del nome del pianeta stesso. Un divertissement, anche abbastanza ambizioso, ma in definitiva noiosetto: il segmento più debole del gruppo. In Recharge, un produttore va con una prostituta, e condivide con lei un momento di tenerezza ricaricandole una scheda telefonica: per quel misto di inconsistenza e la poesia che sbuca improvvisa - appunto - dal "triviale", forse il corto più "panghiano" del film - comunque, davvero bello. Ma è il malinconico e stupendo Ah Wai The Big Head la vera perla del film: ambientato dagli anni '90 ai giorni nostri, una storia di amicizie, ipocrisie, affetti, bugie e destini incrociati che risulta persino toccante - e tra le cose migliori girate da Pang, in assoluto. Infine c'è Junior, che inizia con un ammiccamento cinefilo (un dialogo grottesco e assurdo tra il regista Feng Xiaogang e il compositore Peter Kam) e che termina con una storiella leggera leggera - con tanto sberleffo finale.

In definitiva, un godibile affresco di "questioni di poco conto" che si trasformano in incontrollati giochi del fato, giocoso e un po' paraculo, ma che conquista senza fare troppi sforzi, grazie a un cast ricco e divertito, una regia dalla mano leggerissima, e la solita ineccepibile fotografia di Charlie Lam. Un film che, se nulla aggiunge alla carriera di un regista ormai maturo e sempre più bravo (basta pensare a film come Isabella e Exodus) allo stesso modo nulla vi toglie.
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giovedì, maggio 15, 2008

[avete un impegno]



Non ve lo dovrei nemmeno dire, ma ve lo dico. Su Friday Prejudice.
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mercoledì, maggio 14, 2008

Chocolate
di Prachya Pinkaew, 2008


Dopo essere diventato un guru del cinema di arti marziali grazie ai due film di enorme successo interpretati dall'incredibile Tony Jaa (Ong-Bak e The protector, usciti anche da noi) l'ex architetto, scenografo e produttore thailandese Prachya Pinkaew con il suo terzo film non cambia di certo rotta: anche Chocolate è un film di arti marziali lievissimo e spettacolare, un'altra storia di vendetta e riscatto contro i soprusi di criminali senza scrupoli.

Quello che cambia, prima di tutto, è l'assenza di Tony Jaa, pronto a debuttare a breve come regista con il sequel di Ong-Bak (ne vedremo delle belle). Ma la protagonista di Chocolate, l'irresistibile Yanin "Jeeja" Vismistananda, classe 1984, non è molto da meno: mingherlina campionessa di taekwondo, convince completamente, con una prova atletica ambiziosa e faticosissima (si vedano i soliti impressionanti titoli di coda), ma assolutamente esaltante. Se l'ingenuità coraggiosa e spavalda di Jaa si trasforma in una forma di autismo, narrativamente più scontata e insieme più rischiosa, la tenerezza ispirata dal suo faccino lascia presto il posto al tifo più sfrenato. E nella sequenza in cui Jejaa - che ha imparato le arti marziali proprio guardando Ong-bak - incontra l'altro ragazzo disturbato, che combatte con uno stile a lei (e a noi) sconosciuto, Pinkaew riesce persino a "superare", con autoironia (e autocritica?) il dilagante "modello Jaa".

C'è un'interesse maggiore di Pinkaew per la storia e per lo sviluppo dei suoi personaggi: è evidente già dal fatto che le sequenze d'azione vengano rimandate così tanto, in favore di una lunga prima parte introduttiva e anche, in un certo senso, che lo script sia stato stato affidato a terzi, con una quantità di pieghe melodrammatiche che cercano di andare oltre agli elefanti morti di The protector. Ma tutto viene in secondo piano di fronte a sequenze d'azione che - come al solito - lasciano senza fiato: l'alchimia delle due parti arriva a tanto così da fare di Chocolate il miglior film thailandese di genere mai visto finora. E se The protector aveva "quel famoso piano sequenza delle scale", Chocolate ha un combattimento finale davvero senza precedenti, che merita già un posto nelle antologie del genere: una vera e propria "verticalizzazione" dello scontro, che butta alle ortiche per 10 minuti il modello del picchiaduro contemporaneo mettendo in scena una sorta di live action platform che si rifà all'antico modello di Donkey Kong - oppure, se preferite, a Snakes and ladders.

Non si pretenda quindi un capolavoro di scrittura, e nemmeno - per dire - una profondità che vada al di là di ciò che qualcuno potrebbe definire pretesto: il cinema di Pinkaew è effettivamente un cinema di corpi danzanti che riempiono lo schermo con i loro balletti di calci e di lividi. Ed è così, che il suo cinema ci piace da matti.


Visto il successo e la notorietà dei film precedenti del regista, non escluderei un'uscita italiana. Nel frattempo, l'edizione thailandese del DVD (è in circolazione da un mesetto, e si può comprare qui. Non avendo mai avuto tra le mani un DVD thailandese non garantisco nulla: ma costa davvero pochi euro, e si legge in tutte le regioni.
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martedì, maggio 13, 2008

The cottage
di Paul Andrew Williams, 2008


Dopo essersi fatto notare con il thriller indipendente London to Brighton, esordio apprezzato in diversi festival internationali (New Director's Award a Edimburgo) e in lista d'attesa da queste parti, Williams prova con il suo secondo film a confrontarsi con un sottogenere che negli ultimi anni va per la maggiore - quello dell'horror che si mescola con la commedia, ma senza rinunciare ad alcuna delle sue due metà, riportato in auge in Regno Unito da Shaun of the dead e - assai similmente - da Severance.

Anche qui ritroviamo una situazione tipica del cinema horror - in questo caso, trattasi di una fattoria isolata: non diciamo altro - che viene stemperata da situazioni da commedia, ma senza trasformarsi (ma nemmeno da lontano) in una parodia. Non solo con la struttura del rapimento malriuscito, con la popputa biondina che si rivela essere ben più minacciosa dei rapitori stessi, ma soprattutto attraverso dialoghi pungenti e riuscitissimi, dominati dal ruolo del salaryman, tipicamente british, dell'ex Gentleman Reece Shearsmith (Papa Lazarou, anyone?) e dal collaudatissimo stile deadpan di Andy "Gollum" Serkis, a cui si aggiungono i personaggi dei due gangster coreani - per la verità un po' forzati e wannabe cult nel loro profilo grottesco.

C'è un po' di dissociazione, è vero, tra gli elementi horror (rimandati molto più della media: gli squartamenti arrivano dopo metà film) e quelli da commedia, e l'alchimia non si può dire riuscita al 100%. Ma The Cottage è un film davvero divertente, magari poco "pauroso" in senso stretto ma che (almeno nella versione unrated del DVD) si diverte a giocare spingendo parecchio sul pedale del gore - con colonne vertebrali strappate dai capellim, teste mozzate longitudinalmente, cose così. E poi, stare a cercare la perfezione di un Edgar Wright dietro ogni angolo, ogni volta, è un esercizio sterile, oltre che frustrante: accontentiamoci di un film che è comunque superiore alla media degli slasher odierni, e che - anche per una confezione davvero luccicante - suscita una simpatia inarrestabile, fin da subito (o da prima?) e fino all'ovvio scherzetto finale.

O forse è davvero un abbaglio, e la colpa è di Jennifer Ellison. Ex attrice di Brookside, ex soubrette, ex footballer's wife di Steven Gerrard, ex pop idol, con le sue treccine e le decine di volgarissimi improperi urlati con l'accento di Liverpool, la Ellison è tanto bòna quanto insopportabile: ma nella migliore delle accezioni. Impossibile non amarla alla follia, e insieme esultare come dei bambini per la fine (davvero ingloriosa) che le fan fare.


Difficile che lo si veda nelle nostre sale, a scanso di sorprese: se nel Regno Unito è uscito a Marzo e in Francia esce quest'estate, negli USA è uscito direttamente in DVD, unrated e già acquistabile.
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lunedì, maggio 12, 2008

Be Kind Rewind
di Michel Gondry, 2008


Il film si chiamava Murder: c'era un tizio che suonava The show must go on al pianoforte in accappatoio, arrivava un tizio e lo pugnalava alle spalle, poi non mi ricordo bene cosa succedeva, ma entravano in scena un maggiordomo e un investigatore che nonostante l'accento bresciano diceva di essere il nipote di Sherlock Holmes, e che andava in giro con una pipa e un cane (Fido, pron. fàido) al guinzaglio: in realtà il guinzaglio era un bastone appendiabiti, e il cane era una ciabatta. Tra una scena e l'altra era rimasto in mezzo un secondo, forse due, in cui si intuiva un litigio nella crew per l'attribuzione dei ruoli. Alla fine l'assassino era il maggiordomo, e finiva tutto in un ingiustificato bagno di sangue. Era un pomeriggio del 1994, avevo 13 anni - forse nemmeno compiuti - ero in seconda media, e Murder, girato nel mio soggiorno, era la mia prima regia.

Per questo, e per una successiva - e imbarazzante - sequela di motivi, la buffa poetica di cui è rivestita spesso l'amatorialità più ingenua trova in me una porta aperta, spalancata. Chi non riesca a condividere questa suggestione di base, troverà probabilmente Be Kind Rewind una sciocchezza che sancisce il definitivo (o il primo) caso di appiattimento del cinema gondriano, qui peraltro sottomesso al volere overstated - a tratti insostenibile - di Jack Black. Nel mio caso, probabilmente perché rivesto inconsciamente il VHS di questa scema patina magica, insieme ambigua e inquietante, o molto più probabilmente perché non avevo più alcuna aspettiva, mi sono divertito e l'ho trovato una cosetta innocua ma deliziosa.

Pieno com'è di cose à la Gondry, farà felice metà dei suoi fan e imbestialire l'altra. Come il fatto che tutto il film sembra un pretesto per quell'incredibile piano sequenza in cui i personaggi corrono - letteralmente - di film in film ribaltando in modo curioso e genialoide le prospettive spaziali dell'inquadratura. Tutto il resto è invece più piatto, e in qualche modo - a parte qualche idea sostanzialmente schizzata, come quella della pellicola di Be Kind Rewind stesso che si "magnetizza" - accomodato, così come lo è l'automatizzata struttura narrativa. In un certo modo, insomma, Gondry accetta tutte le regole del gioco, decide di intervenire senza ribaltarle troppo. Essendo sé stesso in un contesto invariato. Una cosa che fa - appunto - arrabbiare molti, fan o meno, e che mi ricorda un caso non dissimile di qualche anno fa: Tim Burton e Planet of the apes.

Ma se vi farete il favore di andare al cinema a cuor leggero, troverete una commedia gradevole e divertente, un testamento analogico che è a suo modo disperatamente cinefilo: ma è un modo opposto a quello che il cinema postmoderno ci ha abituato negli ultimi anni. Ovvero, non è innamorato di ciò di cui son fatti i sogni, ma del materiale - fisico, tangibile, "magnetico", in tutti i sensi - con cui sono costruiti, e sopra cui sono scritti.


Nei cinema dal 23 Maggio 2008


Dopo alcuni aggiustamenti, pare sia sventato il pericolo di avere come titolo l'orribile Rewind - Gli Acchiappafilm: il titolo italiano pare essere proprio Be Kind Rewind, con Gli Acchiappafilm come sottotitolo. Ma sono sottigliezze, no?

La versione italiana è decorosa, o almeno non troppo fastidiosa. L'adattamento dei dialoghi e il doppiaggio, invece, come al solito, prendono parecchie - inevitabili? - cantonate.
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domenica, maggio 11, 2008

Bottle Rocket
di Wes Anderson, 1996


Ignoto ai più dalle nostre parti, Bottle rocket è il film che ha lanciato la carriera di Wes Anderson da una parte - e dei fratelli Luke e Owen Wilson dall'altra - qualche anno prima che i riflettori internazionali puntassero tutte le loro luci su Rushmore e sui Tenenbaum. E se anche risulta più involuto e imperfetto di quei titoli, è ancora irresistibilmente divertente, e possiede una freschezza che ne fa una piccola perla all'interno del vasto panorama del cinema indipendente americano degli anni '90.

Merito del cast, ma anche del talento innato di Anderson, ai tempi ventisettenne. E sarebbe inutile aggiungere che il piccolo film d'esordio del regista texano contiene in nuce molti degli elementi che renderanno così riconoscibile (e amato) il suo cinema successivo. Sia da un punto di vista grafico e compositivo (i carrelli improvvisi, i movimenti di macchina, i ralenti, il gusto proveniente dai fumetti per la composizione dei corpi nell'inquadratura), sia per una narrazione ondivaga e stralunata che fa eco (anche esplicitamente) al cinema di Jarmusch e al primo Godard, sia per elementi che torneranno in tutti i suoi film come veri e propri marchi di fabbrica. Kumar Pallana compreso.

Solita colonna sonora da capogiro dell'habitué Mark Mothersbaugh, accompagnata da alcune perle: un paio di pezzi di René Touzet e persino Zorro is back degli Oliver Onions.


Esiste un'edizione italiana che circola in televisione con il titolo assai poco stimolante Un colpo da dilettanti: purtroppo però non è mai (o ancora) stata pubblicata in DVD.

L'edizione inglese invece si trova a poche sterline: per esempio, su Amazon. Pare però che il master sia insoddisfacente: e infatti presto o tardi vedrà la luce una edizione Criterion.

Il cortometraggio originale dello stesso Anderson, da cui il film è tratto, si trova tutto intero ma a bassa qualità su Youtube.
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giovedì, maggio 08, 2008

[sob]



Il nuovo episodio di Friday Prejudice è online.
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mercoledì, maggio 07, 2008

Diary of the dead
di George A. Romero, 2007


E cinque. A quarant'anni dal primo, epocale, La notte dei morti viventi, George Romero aggiunge un altro capitolo a quella che è divenuta quindi "la pentalogia degli zombi". "Saltati" gli anni '90, sostituiti in qualche modo dal poderoso e retroattivo Land, Romero cerca di produrre lo zombie flick definitivo per gli anni zero. E se il suo cinema è sempre stato profondamente (e politicamente) radicato nel presente, Diary non fa eccezione: si tratta infatti di un film sul declino - per ridondanza e conseguente autoconsunzione - dell'informazione mainstream, che aggiorna la riflessione sui media già presente, in nuce, in Dawn.

Ma laddove tutti i film precedenti della "saga" sintetizzavano la riflessione politica - crudelmente satirica - con una capacità di ottenere il massimo dall'effetto orrorifico (rendendo Dawn, per esempio, ancora difficilmente digeribile a distanza di trent'anni, ed è ancora la vetta del cinema horror di tutti i tempi), costruendo intorno ai personaggi esponenziali apocalissi di angoscia, in Diary si fa una fatica tremenda, a volte preccupante, a separare le due cose. Si intenda subito: il problema non è che di film con premesse simili a Diary (che lo apparenta, suo malgrado, con Cloverfield e soprattutto con il romerianissimo [Rec]) ne esce ormai uno a settimana, anche perché le intenzioni di Romero sono molto più chiare e delimitate - come il suo budget - e la maestria del regista non è certo svanita nel nulla da un giorno all'altro.

Il problema semmai è appunto lo scollamento impressionante tra questa rilettura d'autore del teen horror, che grazie a decisi e rigorosi aggiustamenti è qui assolutamente funzionale, e quest'applicazione di tesi forti romeriane al genere stesso - e a quel sottogenere coltivato negli ultimi anni dalle radici (più forti di quanto potessimo immaginare) di The Blair with project. E questo scollamento si palesa nel più banale dei modi: non solo con la "scopertura" dei procedimenti metanarrativi (la trovata scricchiolante della "mummia", per dirne una), ma soprattutto attraverso un'alternanza zoppicante tra il riuscito racconto di una fuga per la sopravvivenza, più consapevole che in passato ma altrettanto disperata, e la sentita necessità di "mettere le cose in chiaro", con molti, troppi segmenti in cui la voce fuori campo di Michelle Morgan ("chiamata" a finire il lavoro iniziato dal suo testardo ma lungimirante fidanzato) spiega per filo e per segno ciò di cui il film - anzi, i film: Death of death e Diary of the dead - tratta.

La soluzione non è solo fastidiosetta e declinata con scelte estetiche discutibilissime, ma ha la conseguenza - con l'inclusione di segmenti televisivi, come visto in infiniti altri horror negli ultimi anni - di riportarci ogni volta all'istanza della comunicazione, rispettando sì alla lettera il credo postmoderno (con una mistura di statuti di realtà che non crea vera confusione, ma che rimane, comunque e sempre, nel territorio della fiction), ma al tempo stesso azzerando la tensione creatasi. Ogni volta si ricomincia da capo, insomma: e in questo modo, spaventare lo spettatore diventa una vera sfida - a volte una sfida vinta: ma davvero, fin da principio, una sfida non necessaria.

In ogni caso, va da sé, come si dice sempre in questi casi, siamo diversi gradini sopra la maggior parte del "cinema horror da scaffale basso" con cui i piccoli studi si tengono in piedi, spesso con budget simili a quello di questo minuscolo, indipendentissimo - e liberissimo - film. Ma in un periodo in cui l'horror stesso se la passa davvero benino, spesso costruendo cose che fanno tesoro proprio dell'impareggiabile esempio romeriano, Diary è un'inattesa e parziale delusione. Perdonabilissima, ma anche tranquillamente accantonabile.

Applausi a scena aperta per l'incipit e per tutta l'inspiegabile sequenza - quasi cartoonesca - del pastore amish sordo.


Da leggere, i pezzi di Manohla Dargis sul NYT e di Nathan Rabin su A.V.Club.

Ah, da noi non esce: mettetevi il cuore in pace. Il DVD inglese invece esce il 30 Giugno.
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lunedì, maggio 05, 2008

Iron Man
di Jon Favreau, 2008


Facciamo finta, pur non potendo o sapendo quanto sia pretestuoso e limitante, di poter dividere i comic-movie statunitensi in due file distinte, in cui, da una parte, troviamo i film con una spessa impronta personale, e dall'altra quella degli adattamenti volti al massimo dell'intrattenimento, più vicini a prospettive circensi che autoriali. In questo senso, possiamo sia dire con tutta tranquillità che Iron Man sia il miglior film tratto dal fumetto di Stan Lee e soci che potessimo sperare, e nella sua fila tra i migliori tout court. Ma - e qui sta la differenza, e il motivo per cui le distinzioni crollano - non solo perché è uno spasso davvero indicibile. Anche se già è stato difficile arrivare alla fine di questo paragrafo senza dire la parola "ficata".

Insomma, Iron man non è solo un baraccone come tutti gli altri altri, ma al contrario possiede un sacco di cosette importanti di cui altrove si sente la mancanza. Prima di tutto, una sceneggiatura vera, di ferro: scritta a otto mani, con dialoghi perfetti e degni di una screwball comedy. Secondo aspetto, e più rilevante, attori veri: in primis un Robert Downey Jr. al solito miracoloso, ma anche Jeff Bridges che sembra uscito fresco da una tavola degli Ultimate e l'adorabile Pepper Potts con cui Gwyneth Paltrow è tornata tutto d'un tratto nelle nostre grazie. Altra cosa, e non meno importante, una vera e decisiva scelta stilistica: quella di non tralasciare tutto il film che sta intorno alle scene action - queste ultime, da far risvegliare i morti. Facendo tesoro del loro substrato da commedia, Favreu e Downey trasformano le parti statiche della saga di Stark in una sorta di divertentissima pochade, con sequenze incredibili come quella cronenberghiana dell'operazione "allegro chirurgo" - e sul graditissimo alleggerimento di tutto il dualismo corpo/macchina attuato da Iron Man (fin dal titolo?) bisognerebbe scrivere un pezzo a parte.

Certo, con un attore come Downey, sbagliare del tutto era difficile: il suo Tony Stark, oltre agli ovvi aspetti personali che con lui condivide e su cui la stampa si sbizzarrisce fin troppo, è davvero un personaggio eccezionale proprio perché antitesi del modello marveliano riportato in auge dai Batman burtoniani e dagli Spiderman di Raimi. Ovvero, l'eroe compassato, il perdente alla rivalsa o il vincente demolito dai complessi. Invece il sotteso dilemma del geniale e spocchioso Tony Stark - che, va bene, è edipico pure qui - è secondario rispetto alla sua strabordante personalità: un tale abnorme narcisismo da ributtare alle ortiche tutte le manfrine sulla responsabilità civile dei propri poteri - che in un film così volutamente scoppiettante sarebbero stati fuori posto - con una chiusa, poi, da mettersi in piedi sulle poltrone e sbraitare.

Qualche paura dell'ultim'ora, nonostante l'acclamazione globale, c'era eccome: vuoi per la paura di un eccesso di hype, vuoi per l'inesperienza di Favreau, vuoi per un personaggio che avrebbe potuto raschiare nella peggio retorica patriottica e/o antimilitarista - qui lasciate del tutto a un funzionale secondo piano. E invece, guardate che roba. E invece, guardate che senso del ritmo, del racconto, che stile. E invece, lasciatemelo dire, guardate che ficata.


Rimanete fino alla fine dei titoli di coda. Fidatevi.
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lunedì, maggio 05, 2008

Teeth
di Mitchell Lichtenstein, 2007


E' facile fare battute di spirito su un film che racconta di un'adolescente che scopre di avere la vagina dentata, lo è già meno determinare in che modo il film in questione riesca a cogliere pienamente nel segno - ed è il caso di Teeth. Perché il film d'esordio del figlio di Roy Lichtenstein (già attore, e non propriamente un ragazzino) è un'operetta piccola piccola ma davvero sorprendente, sia per il modo in cui è realizzato sia per i temi che solleva. E non sorprende affatto che abbia fatto parlare tanto di sé - nonostante sia un film prevedibilmente sundanciano, per molti versi - alla sua presentazione al Sundance nel 2007.

Oltre a essere infatti un film di genere molto riuscito, una sorta di timido slasher che gira intorno a fobie arcinote come lo stupro e la castrazione, ma costruito su un irresistibile miscuglio di gore e sarcasmo, cinismo e ironia (aiutato dall'enorme centrale nucleare iperrealista che incombe sui sobborghi dove è ambientata la storia), è anche una riflessione per nulla banale su un argomento che negli States è sempre molto caldo: ovvero, le lacune di educazione sessuale in contesti, spesso provinciali ma non solo, in cui è forte l'ingerenza del pensiero integralista - in questo caso, quello cattolico. Non un tema leggerissimo, quindi: ma affrontato con grande chiarezza e senso dell'umorismo.

Quello che ne esce è un film insieme divertente e sottilmente inquietante, schematico nella costruzione dei personaggi ma mai banale nella rappresentazione dei loro rapporti (quello tra Dawn e il fratellastro, per esempio), e dominato dalla performance-rivelazione, divertita ma impeccabile, della semi-esordiente ventiseienne Jess Weixler. Comunque sia, aspettatevi qualche brivido in più se avete (o se avete ancora) un pene tra le gambe, e un tifo sfegatato per la nostra sfortunata eroina in caso contrario.


Il DVD americano Regione1 sarà in vendita su Amazon tra poche ore.

E se volete anche voi una vagina dentata, accomodatevi.

Ne ha parlato anche hellbly.
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domenica, maggio 04, 2008

Forever the moment (Woo-ri Saeng-ae Choi-go-eui Soon-gan)
di Lim Soon-rye, 2007

L'avete mai visto un film sulla pallamano? Ecco: io sì.

Da principio, ho visto Forever the moment (che circola anche con il titolo, altrettanto moscio, Our finest hour) per poter esordire in questo modo: tra gli sport meno cinematografici che si possano immaginare, la pallamano sullo schermo non ha nemmeno quella piccola tradizione che il calcio, per dirne un altro, prova da sempre a crearsi intorno senza risultato. Molti non sanno nemmeno che esista, la pallamano. E no, non si gioca in acqua. Quella è pallanuoto, e quello nella locandina è sudore.

Però, grazie alla mano della regista Lim Soon-rye, le avventure di alcune giocatrici ultratrentenni in cerca di una seconda rivalsa nel mondo competitivo e spietato di uno sport che nessuno si fila - si intuisce già dalle primissime inquadrature, e la cosa segna moltissimo il tono sempre disilluso dell'opera, ma anche un contesto in cui è dato per scontato che si lotti per sé stessi e non per la gloria - diventa un film che riesce a funzionare alla perfezione pur all'interno della sua programmatica medietà. Cinema emblematicamente vaginale - ma non per forza nella peggiore delle accezioni - Forever the moment non dice mezza parola che fuoriesca dallo steccato del film sportivo, ma mostra per tutte le sue due ore ottime intenzioni. Soprattutto, per dirne una, nell'ottima caratterizzazione dei personaggi.

Poi c'è tutto il resto, quelle cose che danno sempre una marcia in più al cinema medio coreano rispetto al cinema medio di altri paesi: come la confezione eccellente, il cast perfetto (tra cui un'autentica star come Moon So-ri, anche se la mia preferita è Kim Jeong-eun), e la capacità e il coraggio di saper mandare tutto in vacca quando è il caso - anche se qui è la realtà, e i fatti notissimi in patria a cui è ispirato il soggetto, ad aver dettato le regole.

Non del tutto memorabile, quindi: ma non c'è nemmeno alcun motivo per dimenticarsene.


Presentato all'ultimo Far East Film di Udine.
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mercoledì, aprile 30, 2008

[is it a bird?]



Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth. Gwyneth.

E pure il nuovo episodio di Friday Prejudice, con un giorno di anticipo.
un post di kekkoz alle ore 17:20 | Permalink | commenti (4) | tags: friday prejudice


mercoledì, aprile 30, 2008

Shoot 'em up
di Michael Davis, 2007


Fermiamoci un attimo, e riflettiamo: vogliamo davvero prendere sul serio un film che si intitola programmaticamente come una delle più celebri categorie di videogame? Un film del regista di Monster man? Un film in cui il protagonista, come prima cosa, ammazza un cattivo ficcandogli una carota in gola, che trapassa la nuca, e dicendo poi "eat your vegetables"? La mia risposta è ovviamente un rumoroso no.

Questo non vuol dire che non se la si possa godere in santa pace: se avessimo scartato Crank solo perché era improbabile e esagerato, ci saremmo persi una roba come Crank. Ma il film di Neveldine e Taylor aveva uno stile che l'inglese Davis nemmeno avvicina, e Shoot 'em up non è che un altro divertito tentativo - un po' ritardatario - di fare l'action-cartoon definitivo. Con le carote di Bugs Bunny, appunto, ma anche con una sequela di situazioni inverosimili ed esagitate che non rasentano affatto il ridicolo, ma ci sbattono volutamente dentro tutta la testa.

Posto questo, mi risulta difficile condannarlo in toto: è un'allegra puttanatina, e se l'idea di costruire l'intera sceneggiatura sulle catch phrase per ironizzare sulle catch phrase stesse è già vecchiotta e annoia in fretta, almeno non è dannoso come altri titoli simili. Anzi, è un cinemino abbastanza innocuo, scemo e giocherellone, e finché il gioco tiene (direi per una mezz'oretta, poi si comincia a guardare l'orologio - mi rendo conto che in un film di un'ora e venti non sia il massimo) ci si diverte quanto basta.

Monica Bellucci, se vi farete il favore di vederlo in lingua originale, ha un modo di dire vaffanculo pezzo di merda che non può non conquistare. Paul Giamatti per quella battuta su Sideways è meglio che vada a nascondersi. Colonna sonora da denuncia penale: no, dico, Breed?


Imperdibile e già storica la contro-recensione di Blueblanket.
un post di kekkoz alle ore 11:35 | Permalink | commenti (12) | tags: stati uniti


mercoledì, aprile 30, 2008

Big bang love, Juvenile A (46-okunen no koi)
di Takashi Miike, 2006


La cosa bella di un regista eclettico come Miike è che ognuno è libero di scegliersi il proprio Miike: quello furioso ed estremo di Izo, quello giocoso e irrefrenabile di Yokai Daisenso, oppure quello più intimista e cauto di film come Big bang love. E l'altra cosa bella è che nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a un cinema fiammeggiante, stimolante, sperimentale.

Questo film, pur essendo una sorta di detection che prende vita da una storia d'amore e di interdipendenza nata dietro le sbarre di un carcere, prende grandi distanze sia dal film carcerario che dall'investigazione, utilizzando i generi - il detective, la scazzottata - per sostenerne l'essenza narrativa, ma basando l'intero film su un linguaggio assolutamente differente. Big bang love è costruito infatti su una totale abnegazione all'astratto, con scenografie teatrali in cui è negato qualunque tipo di orpello (sfondi, e a volte interni, compresi) e una fotografia contrastata (di Masahito Kaneko) in cui gli abiti, spesso divise, dei personaggi sembrano sembrano davvero galleggiare nel buio - e la loro inconsistenza quasi fantasmatica è rivelata dalla capacità della luce, letteralmente, di penetrari.

Visivamente contiene alcune tra le cose più stupefacenti girate dal regista giapponese, ma Big bang love è anche un film arduo, da affrontare con cautela. Lontano dalle sue opere più celebri, e forse più ammiccanti, possiede anche un'ardita deriva simbolista, abbastanza scioccante anche se assai affascinante. Ma come quasi tutti i film di Miike, alla fine ti lascia a bocca aperta, con il desiderio di averne ancora. Da recuperare.


Non sarà difficile recuperarlo: il film è uscito in Italia in DVD già da qualche tempo, in giapponese sottotitolato, nell'ottima collana Queer curata da Dolmen, e lo si trova un po' ovunque a pochi euro.

Il titolo originale significa, circa, Un amore lungo 4.600 milioni di anni. Anno più, anno meno.
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martedì, aprile 29, 2008

Lontano dal paradiso
(Far from heaven)

di Todd Haynes, 2002


"I've learned my lesson about mixing in other worlds. I've seen the sparks fly. All kinds."

Tra i casi più clamorosi di omaggio cinefilo applicato a una sceneggiatura originale (dello stesso Haynes), Far from heaven fu, qualche anno or sono, la conferma che il regista di Velvet goldmine era ben più che un'interessante mina vagante del cinema americano, e molto più che un nome da tenere d'occhio - promessa di recente mantenuta con l'eccellente I'm not there.

Su cosa sia e su cosa racconti e su cosa rappresenti Far from heaven è inutile spendere troppe parole: Haynes restituì alle sale lo splendore dei melodrammi di Douglas Sirk, ma facendo affiorare alla superficie, ed esplodere infine (ma con un garbo e un tatto quasi miracolosi), tutti quei caratteri che in film come Lo specchio della vita erano - per motivi di ordine culturale, e non solo - soltanto sotterranei. In particolare, conflitti di classe legati al confronto razziale, alle dinamiche di coppia, alla repressione sessuale, e alla questione femminile.

Accompagnato dall'incredibile tappeto sonoro di Elmer Bernstein (che non fece che riproporre i suoi stessi stilemi, quasi 50 anni dopo - e superandosi) e dalla fotografia davvero filologica (l'uso del colore, dei dolly, delle sghembe) di Edward Lachman, uno tra i più enormi film sull'incontro, lo scontro e il collasso di mondi differenti - e un'opera di sensazionale, millimetrica, smodata, svergognata meticolosità. Eppure, spudoratamente commovente.
un post di kekkoz alle ore 13:59 | Permalink | commenti (5) | tags: stati uniti


lunedì, aprile 28, 2008

Frontière(s)
di Xavier Gens, 2007


Alla curiosa rassegna itinerante 8 films to die for si accennò già scrivendo di Ian Stone: ma in realtà lo scorso Novembre vennero proiettati solo 7 film sugli 8 previsti, perché Frontière(s) si beccò un divieto ai minori NC-17 che lo rese inutilizzabile ai sensi del "festival", e vide costretta la After Dark a costruirgli intorno un'uscita a parte: sarà infatti nelle sale statunitensi il prossimo 9 Maggio. Ed è chiaro che un film troppo violento per una rassegna del genere non può non sollevare qualche curiosità.

Ed effettivamente il film di Xavier Gens, opera prima anche se uscita quasi in contemporanea con il bessoniano Hitman, a causa del quale si è già reso inviso alla critica internazionale, è costruito impilando uno sopra l'altro una buona quantità di topoi che, messi così tutti insieme, potrebbero sfiorare il ridicolo: i postadolescenti ribelli, il gerarca nazista, aborti affamati che vivono nel buio del sottosuolo, un'antologia del cannibalismo (ma senza scene di cannibalismo), aperte metafore politiche (riferite, come già in À l'intérieur, alla crisi nelle banlieu parigine). Anche le situazioni giocano al rilancio, e in questo senso c'è davvero da divertirsi: qui mettiamoci un lago di sterco suino, se non bastasse vai con la pioggia di sangue, e per finire una rotolata nel fango - catfight compreso - che non fa mai male.

In un certo senso però, se è vero che il film non è altro che uno slasher abbastanza tradizionale (lo scheletro è ancora quello di The Texas Chainsaw Massacre), sul sadismo applicato alla protagonista Karina Testa trova davvero una soluzione inventiva: quella di un personaggio che, da un certo punto in avanti (per la precisione dalla sequenza della cena), si muove esclusivamente per inerzia inconscia, mescolando il più classico "spirito di sopravvivenza" con un vero e proprio crollo psicofisico davvero convincente - tant'è che poi la risoluzione e la salvezza possono essere portate solo da un brutale livellamento, dall'abbraccio (parziale) con quella stessa furia animale che caratterizza i suoi personaggi.

Per il resto, rigetti di stomaco permettendo, una robetta che senza dubbio si fa vedere e che si fa pure dimenticare in fretta - ma davvero bella tosta, gradevolmente faticosa, e comunque assai meglio della maggior parte delle ragazzate prodotte oltreoceano. Che loro un NC-17 così se lo sognano.


Anche in questo caso, Valido era arrivato prima degli altri.
un post di kekkoz alle ore 15:05 | Permalink | commenti (8) | tags: francia