The history boys
Sunshine
Le vite degli altri (Das leben der anderen)
di Florian Henckel von Donnersmarck, 2006
Non sono nemmeno il primo a farlo, ma anch'io devo chinare la testa: avrei avuto un pregiudizio negativo, o almeno, diciamo così, una buona dose di diffidenza, nei confronti di qualunque film abbia strappato di mano l'Oscar come miglior film in lingua straniera a Il Labirinto del Fauno. Ancora di più, trattandosi in questo caso di un film tedesco, nazione da cui negli ultimi anni sono usciti davvero ben pochi titoli che abbiano destato la mia attenzione. Invece, Le vite degli altri è un film assolutamente eccezionale.
E non solo: è un film di grande successo, non solo in patria e non solo nel circuito dei festival (dove ha comunque ricosso una quantità innumerevole di premi), diretto da un regista emergente, cosa ammirevole in un continente spesso troppo restio a "spingere" sui nomi nuovi. La ragione vive nella dote rara di riflettere su un dolorosissimo passato recente senza limitarsi ad un registro da "cinema civile", ma appassionando e coinvolgendo come un grande e complesso romanzo. In tutte le sue manifestazioni, sia visiva che narrativa, grazie anche a un tono che non rifugge i "comic reliefs" e una certa ironia mai forzata, e soprattutto grazie a una ricercatissima essenzialità che permette di tuffarsi in veri e propri varchi emozionali quando quella libertà e quella verità, spesso solo tratteggiate a parole, diventano azione, e diventano speranza.
Resta pochissimo da dire su un film che (quasi) tutti hanno già, giustamente, elogiato, impreziosito da una delicatissima e forse irripetibile armonia alchemica tra esigenze d'autore e cinema popolare. Una delle interpretazioni più incredibili e allo stesso tempo misurate degli ultimi anni (quella di Ulrich Mühe, enorme), alcune sequenze impressionanti (sopra tutte quella della doppia ispezione, che si conclude tragicamente, e il finale malinconico, catartico e perfetto) e la sceneggiatura di Henckel stesso, equilibrata e a tratti davvero sorprendente, fanno il resto.
The good shepherd - L'ombra del potere (The good shepherd)
The illusionist

The last kiss
di Tony Goldwin, 2006
Rifare negli States un film come L'ultimo bacio non era propriamente un'impresa eccezionale: solo per la sua impostazione "corale", il soggetto di Gabriele Muccino si prestava facilmente ad un remake americano. Motivo in più per rimanere delusi da questo film bruttino e - soprattutto - sostanzialmente inutile. Molti anti-mucciniani potranno pensare "ecco, questo mostra che il suo cinema non è che una grandissima fregatura". Al contrario, la mia idea è che il fallimento del film di Goldwin sia da addebitare all'abbandono, quasi sistematico, di tutto ciò che di buono c'era nel film originale.
The last kiss non è solo un filmetto insignificante, vagamente pruriginoso - sicuramente più del film del 2001 - e privo di un'idea di regia (a dirigere c'è un caratterista dal volto noto, al terzo film dopo molti episodi di serie tv, e non particolarmente brillante con la macchina da presa), ma un film i cui momenti "forti" ricalcano con esattezza la versione originale, e intorno a questi tutto crolla irreparabilmente. Le storie secondarie (compresa la più interessante, quella dei genitori) diventano quasi completamente irrilevanti, la giovane seduttrice è troppo figa e intrigante (non un'ochetta qualunque come Martina Stella) per rendere credibile il cedimento "ingiustificato" del protagonista, e potrei andare avanti per ore.
Ma la cosa più inquietante è l'autentico ribaltamento morale della parte finale. Laddove Muccino, dopo aver reinterpretato (a suo modo) un giocoso - anche nel senso di compiaciuto - decadimento della famiglia portato dall'impossibilità di una generazione di accedere alle responsabilità dell'età adulta, "rimettendo le cose a posto" e poi sferrando un ammiccante attacco-beffa nel celebre (scorrettissimo ma indimenticabile) take finale, Goldwin praticamente decide di non chiudere affatto il film. Ovvero: lo lascia sospeso sulla carta, ma in realtà lo chiude esplicitamente, per di più con una catarsi familiare "fuoricampo" (ma fino a un certo punto) che ha lo stesso valore della riappacificazione più conciliante che si possa immaginare. Un bacio sul tramonto, roba così.
The last kiss lascia in qualche modo sgomenti, perché se è vero che la cura tecnica c'è, qualche attore fa il suo porco lavoro, la colonna sonora (Zachbraffiana in tutto e per tutto - leggasi: indiefrocia) è interessante, e Rachel Bilson di O.C. è talmente bella da perdonarne la visione intera, quasi tutto il resto è approssimativamente da buttare. Soprattutto la pessima sceneggiatura del premiatissimo Paul Haggis: insicura che il messaggio del film possa "passare" attraverso situazioni che - lo sappiamo - non potrebbero essere più esplicite, mette persino in bocca ai personaggi vere e proprie didascalie che spiegano le banalissime metafore portanti del film.
Bisognerebbe forse prendere il film così com'è, considerandolo solo in sé e non in confronto all'opera da cui è tratta: ma anche allora apparirebbe un gap enorme tra intenzioni e risultati. Un film squilibrato e semplicistico, e sotto sotto di una superficialità sconcertante. Tutto quello che si molti additavano a Muccino, appunto, già a quei tempi. Ma molto peggio.
UPDATE
Il sunto della parte finale sul blog di Eskimo. Imperdibile.
Un ponte per Terabithia (Bridge to Terabithia)
Epic movie 
Dog bite dog (Gau ngao gau)
Stay alive