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Bullets over summer (Baau lit ying ying)
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The devil's backbone (El espinazo del diablo)
di Guillermo del Toro, 2001
¿Qué es un fantasma?
Un evento terrible condenado a repetirse una y otra vez,
un instante de dolor,
quizá algo muerto que parece por momentos vivo aún,
un sentimiento, suspendido en el tiempo,
como una fotografía borrosa,
como un insecto atrapado en ámbar.
Dotato di un acuto occhio commerciale, il regista messicano ha fatto la sua fortuna con alcuni film girati per le major americane negli Stati Uniti (nell'ordine: Mimic, Blade II, Hellboy), alternando ad essi opere più personali e prodotte tra il suo paese d'origine e la Spagna. Dal suo esordio con Cronos fino ad arrivare al Laberinto del Fauno presentato in questi giorni a Cannes, Del Toro ha raccolto intorno a sè un nutrito numero di fan accaniti, entusiasti anche di quel cinema mainstream che Del Toro arricchisce con un "tocco" più personale (in effetti non era da tutti rivitalizzare Blade), ma il cinema ispanofono dovrebbe essere a rigor di logica quello dove il suo talento si presenta nel modo migliore. Si dice "dovrebbe" perché per i soliti (in)spiegabili meccanismi della distribuzione italiana un film di cinque anni fa come El espinazo del diablo deve ancora trovare il suo posto in sala.
Ed è davvero un peccato, perché questo film, coproduzione ispano-messicana prodotta dai fratelli Almodóvar, è davvero fuori dall'ordinario: ghost-story dai rimandi storici, tanto ben congegnati quanto effettivamente pretestuali (sembra che l'interesse di Del Toro sia individuale più che collettivo, nonostante la sceneggiatura abbia più di un rimando metaforico alla condizione mortifera del popolo spagnolo - e europeo - post-bellico), si allontana decisamente dalle baracconate di Balagueró e si avvicina semmai al contemporaneo The others, con cui condivide più di un'atmosfera e di una suggestione, ma non le grandi-sorprese-narrative, preferendo una struttura che, rifacendosi a quella a flash-back (qui flash-forward), tende a portare il racconto verso una risoluzione dell'enigma legato alle immagini ellittiche presentate nel meraviglioso incipit ("que es un fantasma?").
Ma il film di Del Toro non soffre in ogni caso il confronto con il coevo e ben più celebre film di Amenabar, e offre a suo modo sia un horror magistrale, che trattiene gli spaventi (che comunque sono presenti) e gioca più che altro con elementi classici e contemporanei del genere - lo sguardo del bambino da una parte, la prevalenza simbolica dell'acqua dall'altro - e sulla tensione emotiva, sia allo stesso tempo una storia drammatica dove il punto di vista di un ragazzino abbandonato in una specie di orfanotrofio durante la guerra civile spagnola, grazie ad un continuo e abilissimo spostamento baricentrale, diventa quello di un gruppo di personaggi - "buoni e cattivi" - accomunati dai temi della perdita dell'infanzia.
In un film che non ha nulla da invidiare ai colleghi nipponici il cui trend stava per esplodere in quello stesso periodo, né a quelli americani da cui si riprende un certo livellamento dell'apparato filmico, molto benvoluto in questo caso perché rinuncia ad una possibile autorialità di nicchia (forse inadatta ad un simile racconto) in cambio della totale piacevolezza del racconto, Del Toro mostra però di essere anche un regista attento e maturo, capace sia di usare la splendida fotografia del sempre ottimo Navarro per restituire un coltissimo immaginario iconografico della Spagna di quegli anni, sia di lavorare con gusto con gli effetti speciali (presenti ma "nascosti" con intelligenza) e con i movimenti di macchina.
Ma la cosa che conta di più, e che finora ho perlopiù omesso, è che El espinazo del diablo non è un semplice horror, ma è un film bellissimo, vibrante, commovente. Ma per spiegare questo avrei dovuto raccontare più del dovuto: dovrete scoprirlo da soli.


Anche libero va bene
La casa del diavolo (The devil's rejects)
Scary movie 4
