
Melinda e Melinda (Melinda and Melinda)


La mia vita a Garden State (Garden State)
Judgement (Simpan)
di Park Chan-wook, 1999
Cortometraggio con cui Park, dopo un paio di film passati inosservati, si fece notare al festival di Clermont-Ferrand, aprendosi la strada all'enorme successo di JSA. E non si fece notare per nulla: in 26 irresistibili minuti (quasi tutti) in bianco e nero, il futuro regista di Oldboy mette già in campo il suo incredibile talento registico, seppur "in piccolo" e a budget minimo. Sia nella direzione degli attori, sia nel ritmo e nella composizione dell'inquadratura, soprattutto se si considera che il film è girato tutto nella stanza di un obitorio.
Judgement mescola sapientemente i piani diegetici (la colonna sonora che si scopre spesso essere uno stereo acceso nella stanza) e gli statuti di realtà (l'atmosfera apocalittica, i filmati di repertorio, la cronaca) in una caustica riflessione sulla condizione umana, fatta però con un umorismo corvino e ghignante che da lui non ci si aspetterebbe: e in scene come quella del riconoscimento, o delle birre conservate nel frigo al posto della testa di un cadavere acefalo, si ride a bocca aperta.
E chi poteva averne già parlato, se non lui?

Batman begins
di Christopher Nolan, 2005
Abbiamo amato i batman milleriani e burtoniani di Tim Burton, abbiamo detestato i batman sghembi e plasticosi di Joel Schumacher, e infine abbiamo atteso. L'attesa non è stata vana, perché il film di Nolan, regista del mai dimenticato Memento qui in pausa rinfrescante, pur non avendo la grandezza immaginifica e il genio autoriale dei primi, è diversi grattacieli più alto dei secondi.
Ma il confronto con il passato lascia il tempo che trova, perché BB è un film che va "alle radici del mito" (E.Martini), che ricomincia saggiamente da capo a riconfigurare la mitopoiesi cercando di dimenticare chi, ignorando le svolte epocali degli anni '80, aveva di nuovo ridotto l'epica cupa del cavaliere oscuro ad una farsa colorata e bidimensionale degna nemmeno dell'ironia di Adam West e soci.
Così, Nolan concentra la sua attenzione soprattutto nella parte, affascinante e cupa, dell'addestramento e dei flashback. Facendo forse l'errore di "tirarla via", soffermandosi poco su azioni e reazioni, con una fotta riassuntiva da trailer, e sequenze che durano pochi secondi per poi staccare in fretta. Come se avesse fretta di giungere al "sodo esplosivo". Ma l'immagine della setta destrorsa che sradica le civiltà è azzeccatissima, così come la struttura temporale.
E in una seconda parte che appunto predilige la classica (ma ben congegnata) patina action ai tentativi di riflessione della prima, c'è il tocco più indovinato di Nolan e dello sceneggiatore Goyer: la scelta della nemesi. Non più un "cattivo" uguale per tutti, ma una "paura personalizzata" per ciascuno. Quasi una metafora della customizzazione informativa? E se si pensa che tutto il film gira intorno a una specie di "isotopia della paura", si capisce anche perché tanta creatività (e un pizzico, ma proprio un pizzico, di visionarietà iconografica) sia stata dedicata alla rappresentazione delle paure collettive (cavalieri oscuri, vermi e ovviamente pipistrelli).
Talentuoso Bale, nonostante il doppiaggio infausto, ma sotterrato dai comprimari: bravissimi il solito Gary Oldman, e in cima a tutti Michael Caine, lo splendido ironico Alfred che desideravamo. Katie Holmes (che personalmente ho sempre trovato deliziosa), anzi la bocca di Katie Holmes, è talmente laterale ed innocua da non risultare nemmeno così fastidiosa.
Nonostante alcune verbosità della sceneggiatura e l'impressione di un Batman un po' troppo idealista e decisamente troppo poco carogna, e i cui dilemmi sono limitati a un irrisolto complesso di colpa più che a una vera e irrimediabile crisi d'identità, questi e altri (anche sopracitati) difettucci non inficiano quello che è un lavoro con i fiocchi. Con un finale che, a scapito di timori del penultimo minuto, impara sapientemente la lezione dell'uomoragno di Raimi.
Ecco, magari è da prendersi con cura e senza esagerare (attribuzioni autoriali ed elogi sconsiderati). Ma ci si diverte davvero, e parecchio.
The killer (Die xue shuang xiong)
di John Woo, 1989
"Them Hong Kong movies came out, every nigga gotta have a forty-five. And they don't want one, they want two, cause nigga want to be 'the killer'. What they don't know, and that movie don't tell you is a .45 has a serious fuckin' jammin' problem. I always try and steer a customer towards a 9-millimeter. Damn near the same weapon, don't have half the jammin' problems. But some niggas out there, you can't tell them anything. They want a .45. 'The killer' had a .45, they want a .45." (Samuel L. Jackson, Jackie Brown)
Sembra davvero inutile fare un post su un film come questo, ma lo faccio. Prima di tutto per coerenza, e poi perché mi rendo conto che forse c'è ancora gente che non conosce il John Woo hongkonghese, gente che non ha mai visto The Killer, pietra miliare e pietra tombale. Che cosa aspettate? Il dvd della BIM si trova ovunque e a pochi euri.
Un altro di quei pochi film che mi fecero innamorare del cinema Hong Kong, tanti anni fa. D'accordo, forse Bullet in the head è più bello (ed è il suo vero capolavoro), Hard Boiled è più divertente, e gli A better tomorrow (1 e 2) sono più smargiassi: ma niente da fare, qui non ci si confronta con un semplice film, ma con la statura del mito. Per me per la prima volta in cantonese (evitate se potete il tremendo doppiaggio italiano), il film è pura commozione, così com'è puro melò.
Quest'ulteriore, ennesima visione, mi ha causato una riflessione che forse tutti voi avevate già fatto: amicizia virile, sì, certo, come sempre. Soprattutto tra i due protagonisti e i rispettivi mentori. Ma il rapporto tra i due protagonisti non vi sembra attraversato da un'evidente tensione omosessuale? Foss'anche, ben venga: invece di spegnere la pulsante fiamma di sangue che incendia il film, rende più speciale l'attaccamento puramente "morale" del killer alla cantante, e trasforma The killer in una disperata e nichilista, astratta ma caldissima, storia d'amore. E morte.
Birdcage inn (Paran daemun)
di Kim Ki-duk, 1998
Mentre un ristretto (per via della distribuzione) pubblico italiano scopre la bellezza di Samaria in sala, e mentre una nutrita cerchia di cinebloggers (che non linko per invidia) espone le sue opinioni a proposito dell'ultima fatica di Kim The bow, io, rimasto a bocca asciutta su entrambe le esperienze, faccio un passo indietro e recupero uno dei suoi primi film. Per essere esatti, il terzo.
Kim mostra già una fissazione su alcune immagini che saranno caratteristiche del suo cinema successivo (come l'acqua, i pesci, i quadri di Schiele, e via dicendo) e su motivi narrativi poi ripresi (come la prostituzione, ma non solo). Birdcage Inn è una storia di annullamento e rivalsa del sè, e al contempo racconto di un'amicizia basata su alcuni passaggi sottolineati (ostilità, distacco, emulazione, attaccamento).
Vicenda che porta infine ad una riconciliazione. Che non è solo duale ma anche sociale: la ricostituzione di uno sfatto nucleo familiare. Ma come spesso accade nel suo cinema, la catarsi finale avviene anche (o solo) attraverso l'accettazione del misto di pochezza e di poesia che è proprio dell'essere umano, e attraverso l'empatia verso inaudite formae amoris.
Birdcage Inn è un film intenso e doloroso, seppure attraversato da uno strano filo ironico che lo rende disperato e tenero al tempo stesso. Ma senza mai essere grottesco, né squallido nel suo mostrare lo squallore del mondo. E nonostante lo stile di Kim sia molto grezzo rispetto alle magnifiche prove che seguiranno (ma qui non si sa se si debba prescidere dal formato), il suo è già uno sguardo estremamente maturo. E di lancinante bellezza visiva.

La vita è un miracolo (Zivot je cudo)
di Emir Kusturica, 2004
Nell'ultimo suo film, Kusturica se la prende comoda e fa le cose facili: in pratica, rifà se stesso all'infinito, ma conservando fortunatamente quello sguardo poetico che in lui sa da sempre dosare il dramma con la farsa, gli ottoni sfrenati con le bombe, gli eccessi nervosi del "popolo yugoslavo" con una poetica dell'assurdo che ha pochi rivali (e molti referenti).
Insomma, anche qui c'è tutto Kusturica: animali a frotte, piccole perversioni, la No Smoking Orchestra, qualche volo onirico, e altre decine di cose. Maniera? Forse. Noia? A tratti. Ma forse solo perché Underground e Gatto nero gatto bianco sono davvero su un altro pianeta, e Zivot je cudo assomiglia loro un po' troppo per non deludere. In senso relativo.
Ma trovargli un difetto che sia davvero assolutamente tale è difficile. Mettiamola così: è davvero troppo lungo. E forse inutilmente, se si pensa alla semplicità della trama: metà film sono elementi contenitivi e pleonastici, materia puramente antinarrativa. Ma è materia che ci piace e che ci diverte da impazzire, e quindi soprassediamo.

Sword in the moon (Cheongpung myeongwol)
Mysterious skin
[remainders]
Esce oggi nelle sale italiane Samaria del regista coreano Kim Ki-duk, con il (corretto) titolo italiano di La Samaritana. Se l'avete già visto sicuramente lo amate o poco meno, e non potrete perdervi l'occasione di vederlo in sala, sperando in una buona (e integra, visto il tema) edizione italiana. Se siete fan di Kim ma non l'avete visto, non perdertevelo per nulla al mondo. Se invece di Kim avete visto solo Ferro 3, beh, sappiate che Samaria è a quei (altissimi) livelli, e forse anche un briciolo più bello.
Infine, anche se non uso parlare mai della programmazione televisiva, oggi faccio un'eccezione.
Last life in the universe (Ruang rak noi nid mahasan)
100 days with Mr. Arrogant (Naesarang ssagaji)
Breaking news (Dai si gein)
My summer of love
La promessa (The pledge)
The taste of tea (Cha no aji)
di Katsuhito Ishii, 2004
Una bambina tormentata da un "sè gigante", il fratello innamorato timido e sognatore, una madre animatrice come il nonno sempre "accordato", uno zio mixerista malinconico, un padre ipnotizzatore taumaturgo. E poi, uno yakuza con un talento sprecato per il baseball, un solitario e fluido ballerino sulle rive di un fiume, una disegnatrice adultera e vendicativa, Anna Tsuchiya e Tadanobu Asano, e molto altro.
Descritto così sembra un anime tenero e folle, o uno come tanti altri. E invece Ishii, che di anime ne sa qualcosa, confeziona un lento e avvolgente elogio dell'infanzia, raccontando con sapiente leggerezza le vicende di una famiglia cresciuta e istruita nella fantasia (la creazione del cartoon come marchio di famiglia, l'uso terapeutico e allucinatorio dell'ipnosi), la loro conseguente impossibilità di crescere (e di morire?), e i loro fantasmi digitali, geniali e mai troppo minacciosi.
Un po' troppo programmaticamente diluito, ma sono due ore e mezza a cui ci si abbandona volentieri: The taste of tea è un bellissimo film, commovente, dolcissimo e divertente. In una parola, magico.
Presentato alla Quinzaine de Realisateurs di Cannes 2004, nell'ultimo anno il film ha raccolto premi un po' ovunque. E ovviamente, non è prevista alcuna uscita italiana.
[che lo sforzo sia con voi]
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Lo sforzo di andare a votare. Qualsiasi cosa vogliate votare.
Forbidden city cop (Daai laap mat taam 008)
di Stephen Chow e Vincent Kok, 1996
Stephen Chow fa per la seconda volta la parodia di James Bond (stesse silhouette nei titoli - con Chow che lecca la tipica bond-ballerina - stesso tema musicale, il protagonista che si chiama Ling Ling Fat, ovvero 008). Ma questa volta invece dell'action ci mette di mezzo il wuxiapian, e i risultati sono persino migliori, e comunque più complessi, rispetto al precedente From Beijing with love.
E l'idea è ancor più corrosiva se si pensa al contrasto tra personaggio e contesto, sia storico che cinematografico: in opposizione ad un cinema che tende ad elogiare la tradizione (i mitici lottatori volanti e il rigore religioso delle arti del combattimento) contro la modernità, qui i combattenti fanno subito una brutta fine mentre la spunta Ling Ling Fat, imbranato nelle arti marziali ma intelligente e strambo inventore di aggeggi, in una rivincita dell'apollineo che è molto più destruens della semplice parodia.
Ovviamente, oltre a una forma smagliante (grazie anche alle buone coreografie), in primo piano c'è la comicità geniale e demeziale del comico Chow. E non solo, anche una struttura originalissima che parte come un wuxia, che dopo un'ora si finge commedia romantica, per poi tornare daccapo. Dopo aver preso letteralmente per i fondelli lo spettatore.
E in mezzo, un film divertente fino al mal di pancia, pieno di colpi da maestro comico: l'entrata in scena rotolante, il combattimento in cui Ling Ling Fat sconfigge un nemico grazie ad un enorme magnete, il cappellone nero, la scena in cui Chow non riesce a smettere di ridere per giorni (cosa che funziona di rado, qui fa ridere fino alle lacrime), fino al culmine geniale: la spiegazione dell'inghippo costruito ai danni della prostituta Gum Tso (Carmen Lee, meravigliosamente bella), tra surreali dissertazioni metafilmiche e la consegna (sic) di un award per il suddetto inghippo.
Ancora grezzo per alcuni versi, non irresistibile dal primo minuto, e con meccanismi ancora da rodare. Ma i difetti si contano in fretta: già strapieno di quelli che saranno le sue ossessioni future (la schermaglia amorosa - qui molto meno cinica che in futuro -, o la "evoluzione" finale dell'eroe da forze altre - qui l'elettricità), Forbidden city cop è un ottimo assaggio del vero genio di Chow.