Terra di confine (Open range)
di Kevin Costner, 2003
"I didn't raise my boys just to see 'em killed."
"Well you may not know this, but there's things that gnaw at a man worse than dying."
Open range è stata una piacevole sorpresa: un western "classico" ma non revisionista, alternato tra il fango della cittadina e i colori delle immense pianure, e colorato da una malinconia nei confronti del progresso e da una disillusione (non anarchica) nei confronti della società delle communities ("uccidi degli uomini per delle vacche?") talmente fuori dal tempo che mette simpatia. E mette voglia di fare il tifo per i "nostri", che difendono l'ultimo onore possibile a costo della vita, e a costo di uccidere.
La sceneggiatura è solida e semplicissima, con i bei personaggi del saggio Duvall e di Costner, grezzo, incupito e in cerca di redenzione. La regia è fatta di lunghe attese e tempi morti che servono per ambientarsi con un mondo che non esiste più, e di cui Costner canta, ancora una volta, la morte. Anche se con uno sguardo più speranzoso rispetto ai tempi di Balla coi lupi, e rivolto infine alle gioie del "settling down".
La fotografia di James Muro, esperto steadycameraman (ma non si vede) non inventa assolutamente nulla di nuovo: eppure il film è una gioia per gli occhi, ed è bello emozionarsi ancora per l'immagine di un grande spazio aperto, di un cane che aspetta i suoi padroni di fronte a una pianta sempre uguale.
Spettacolare la sparatoria finale, proprio perché fortunatamente in controtendenza rispetto a qualsiasi tendenza modaiola.
Bugie - Lies (Gojitmal)
di Jang Sun-Woo, 1999
Il penultimo film del regista di The resurrection è una cosa totalmente diversa: una storia d'amore e soprattutto di sesso ("tradizionale" e non) tra uno scultore quarantenne con qualche pulsione sadica e una vergine diciottenne segnata da tristi vicende personali.
L'intento è chiaro e trasparente, coerente fino alla nausea ma sostenibile: la condizione morale decadente dell'uomo coreano (per di più un artista, nel dettaglio), svincolata però dal senso comune, in quanto il rapporto sadomasochistico tra i due è visto con tenerezza e uno sguardo empatico, non come una malattia sociale, che forse è altrove. Ma ciò non impedisce di ritenere che l'interesse di Jang sia ricercare lo scandalo a tutti i costi.
Volutamente grezzo e diretto, Lies è quasi porno, sicuramente qualche passo oltre il soft-core. Sarebbe anche una buona cosa, o almeno coraggiosa visto il contesto: ma il progetto non è sostenuto da una regia quanto meno decente (qui stupidamente effettata, e con una colonna sonora da ergastolo), né da buone decorose, anche se è notevole l'abnegazione con cui i due attori si "dedicano" al progetto.
La sceneggiatura regala perle su perle come "è quando hai assaggiato la mia merda che ho capito quanto mi ami".
Davvero brutto.
[some news from Hollywood]
(miei commenti nei commenti)
5
The aviator - Attrice n.p. (Cate Blanchett), fotografia (Robert Richardson), scenografie (Dante Ferretti), costumi (Sandy Powell), montaggio (Thelma Schoonmaker)
4
Million dollar baby - Miglior Film, Miglior Regia (Clint Eastwood), Attrice (Hilary Swank), Attore n.p. (Morgan Freeman)
2
Ray - Attore (Jamie Foxx), Missaggio del suono (Scott Millan, Greg Orloff, Bob Beemer, Steve Cantamessa)
Gli incredibili - Miglior film d'animazione, Sound editing (Michael Silvers, Randy Thom)
1
Eternal sunshine of the spotless mind - Sceneggiatura or. (Charlie Kaufman)
Sideways - Sceneggiatura non or. (Alexander Payne & Jim Taylor)
Neverland - Colonna sonora (Jan A.P. Kaczmarek)
I diari della motocicletta - Canzone "Al Otro Lado Del Rio"
Lemony Snicket's A Series of Unfortunate Events - Makeup (Valli O'Reilly, Bill Corso)
Spiderman 2 - Effetti visivi (John Dykstra, Scott Stokdyk, Anthony LaMolinara, John Frazier)
Mare dentro - Miglior film straniero
Ladri di barzellette
Neverland - Un sogno per la vita (Finding Neverland)
11 settembre 2001 (11'09''01 - September 11)
Million dollar baby
di Clint Eastwood, 2004
Ho visto un film sulla boxe, e ho pianto.
Quello di Eastwood è l'ultimo cinema classico possibile, ma è allo stesso genere (oltre che allo spettatore) che sono riservati i colpi più duri. Dopo aver costruito la storia dei tre personaggi con un incredibile rigore senza sbavature, Eastwood trova una svolta narrativa che distrugge la linearità, sospende il tempo e i moti del cuore. E non si può scrivere altro.
L'affezione nei confronti dei personaggi che il regista crea nella prima, lunga e bellissima parte, è straordinaria: impariamo a conoscere i personaggi di Maggie e Frankie proprio dai loro lati oscuri, e ci appassioniamo a questa storia americana di rivincita sulla vita. Americana perché inserita appunto in canoni classici, ma lo sguardo in realtà è quello dei reietti, del sommerso della società che vive ai margini, dove una Los Angeles senza palme è un bugigattolo polveroso dove gli angeli sono degli illusi che inseguono un sogno sempre lontano, sempre altrove.
La svolta della seconda parte spezza la parabola ascendente negando il classico percorso discendente, e si precipita all'improvviso in una chiusa dove i temi sollevati (il rispetto reciproco, l'occasione per uscire dallo schifo, e che rende la vita degna di essere vissuta) trovano una sistemazione coerente e dolorosissima, che fa quasi paura nella sua lucidità, e che commuove (anche la mente) per la sua profonda dolcezza.
La Swank riconferma finalmente la sua bravura degli esordi, e Freeman riesce a non sembrare inessenziale (perché in effetti non lo è, seppure come presenza fantasmatica e narratologica). Eastwood, basta la presenza: divino. E la sua regia è persino più matura che altrove: per quanto non corrisponda perfettamente ai miei canoni estetici, ne riconosco la grandezza.
Personalmente, ho trovato Mystic river più complesso e affascinante, più lancinante e crudele. Ma poco manca, siamo decisamente "da quelle parti", e qui c'è in più un calore che riempie il cuore, per poi straziarlo. Fiumi di lacrime (e ve lo scrive uno che odia il patetismo, qui assente), e uno dei finali più belli degli ultimi anni: un film straordinario.
Link: Cinebloggers Connection.
[remainder]
Esce oggi in Italia il nuovo cartone 3D della Dreamworks Animation, Shark Tale, diretto da Bibo Bergeron, Vicky Jenson e Rob Letterman.
L'ho già visto in occasione del Future Film Festival: ecco il mio post.
Tra le righe: "sicuramente divertente, decisamente ben fatto, ma siamo lontani anni luce dai capolavori della Pixar. Non è una questione grafica, che poi è quella su cui la Dreamworks si accanisce: è proprio una questione di scrittura". Per di più, io l'ho visto in inglese, e visto il "cast" italiano, non mi sento di consigliarvelo caldamente.
Fate voi. Potete anche non darmi retta, ormai si sa che sono un pixiariano.
Manhattan
di Woody Allen, 1979
Le immagini di Gordon Willis, le musiche di Gershwin, la sequenza della tempesta elettrica e del planetario.
"Why is life worth living? It's a very good question. Um...Well, There are certain things I guess that make it worthwhile. uh...Like what... okay...um...For me, uh... ooh... I would say ... what, Groucho Marx, to name one thing... uh...um... and Wilie Mays... and um ... the 2nd movement of the Jupiter Symphony ... and um... Louis Armstrong, recording of Potato Head Blues ... um ... Swedish movies, naturally ... Sentimental Education by Flaubert ... uh... Marlon Brando, Frank Sinatra ... um ... those incredible Apples and Pears by Cezanne... uh...the crabs at Sam Wo's... uh... Tracy's face ..."
E poi una corsa per la città, e la ritrovata purezza in un mondo corrotto. Un capolavoro.
[come non detto]
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Il post lo scrivo domani.
Lasciatemi asciugare le lacrime in santa pace.
[simpatiche revisioni]
Il post, qui
Ghost in the shell (Kôkaku kidôtai)
Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (Willy Wonka & the chocolate factory)
The resurrection (Resurrection of the little match girl) (Sungnyangpali sonyeoui jaerim)
Una lunga domenica di passioni (Un long dimanche de fiançailles)
di Jean-Pierre Jeunet, 2004
L'ultimo film del co-autore di Delicatessen, a dispetto delle critiche d'oltralpe (per le eccessive aspettative) è un'opera appassionata e appassionante, un viaggio roboante nella mente di un'innamorata cocciuta, una mystery tale affascinante e complicata che risolleva zolle di storia indimenticate eppure troppo spesso tralasciate. Per quanto le tricee kubrickiane siano altrove: qui è il gusto romanzesco e melò a trionfare, non certo la cruda realtà o il senso storico.
Si vede comunque che Jean-Pierre Jeunet teneva particolarmente a questa storia: non è Mathilde ad essere un'altra Amélie, come si legge da qualche parte, ma era forse quest'ultima ad essere una "Mathilde preparatoria": i due personaggi condividono infatti l'approccio incessantemente gioioso al mondo, la testardaggine con cui perseguono gli obiettivi del loro istinto, la loro smania di cambiare i destini della gente.
Ed entrambi i film giocano in modo simile con la struttura, lavorando sui personaggi di contorno, raccontando le storie personali, divagando sul loro passato. Forse per questo la scelta della Tautou è particolarmente infelice, perché l'identificazione porta a un "agganciamento seriale" non richiesto, e dannoso per tutto il film. Più facilmente, si può dire che lo sia per l'incapacità evidente dell'attrice.
Molto ma molto meglio Marion Cotillard, che nelle poche manciate di scene a lei dedicate si mangia letteralmente lo schermo e gli spettatori (rimpiangiamo una "Mathilde Cotillard"). Sue tutte le scene migliori, dalle due "esecuzioni", alla sequenza più intensa e commovente, quella del messaggio nascosto nell'orologio.
Nutro qualche altra riserva su questa "lunga domenica di passioni", il cui titolo è ancora per me un mistero. Prima di tutto Jeunet mostra una certa difficoltà nel gestire la mescolanza di forma filmica e narrazione romanzesca: il libro di partenza sembra molto bello (un po' baricchiano o sbaglio?), ma il regista, innamorato pazzo del liguaggio di Japrisot, si abbandona troppo spesso ad una narrazione fuoricampo in terza persona, che stona come fosse un "copia e incolla". Soprattutto in scene che "parlano da sole", come il bellissimo finale "in levare" e quindi in controtempo con il resto del film,
Le riserve tuttavia non sminuiscono il valore di un film che, per quanto si possa facilmente trovare irritante (come poteva succedere con l'adorabile Amélie), è davvero difficile criticare. Prima di tutto da un punto di vista estetico: una gioia per gli occhi, magari con ridondanze espressive e qualche plongé di troppo (ma è Jeunet, lo conosciamo, ci piace così), ma anche con momenti di puro godimento. In secondo luogo, per il modo in cui Jeunet riesce a tenere le fila di un racconto intricatissimo e incasinatissimo, pieno di personaggi mai ridotti a macchiette, con una maturità superiore al passato, senza mai annoiare.
Nonostante ciò, si sente la mancanza dell'intensa e infantile emozione che chi aveva amato Amélie si ritrovava nel cuore alla fine del film, perché l'emozione è in generale asciugata spesso dalla complessità del racconto. Ma proprio per questo motivo ho l'impressione che Un long dimanche de fiançailles sia un film che cresce con le seconde (e terze) visioni: quando si abbandona il cervello al turbinio estetico ed emotivo che Jeunet ha voluto (ed in fondo, saputo) regalarci.
[remainder]
Il bel documentario "Passaggi di tempo - Il viaggio di Sonos 'e memoria", diretto da Gianfranco Cabiddu con (tra gli altri) Paolo Fresu e Elena Ledda, evento di chiusura delle Giornate degli Autori allo scorso Festival di Venezia, esce oggi in alcune sale, purtroppo solo in Sardegna. Queste sale.
Vi rimando al mio breve commento, forse troppo entusiasta, ma che non smentisco. Se qualcuno legge questo blog dalla Sardegna (non credo proprio), se ama le tradizioni della sua terra, e se ama il jazz (e di prima scelta!), glielo consiglio vivamente. E mi assumo la responsabilità.
Ricomincio da capo (Groudhog day)
di Harold Ramis, 1993
Una delle commedie più belle degli anni '90 (anche se il termine generico è riduttivo), con un plot da puro colpo di genio che sembra uscito da un film di René Clair e una storia di riappacificazione con la strampalata e naif provincia americana che ricorda l'universo di Frank Capra.
Ma non solo: è anche un gioco ad altissimi livelli sugli statuti recitativi, e Phil non è solo condannato a rivivere sempre lo stesso giorno, ma anche lo stesso script negli stessi set, ed è l'unico ad avere un'evoluzione (morale e attoriale), mentre il mondo intorno gira a vuoto intorno ad un mondo che rimanda all'ipocrisia e alle convenzioni sociali, ma anche alla fissità stessa e agli schemi spaziotemporali della commedia americana.
Bill Murray è straordinario, dai tentativi di suicidio a un'enorme fetta di torta ingoiata in un boccone, e Ricomincio da capo è uno di quei film che è un peccato siano così noti: sarebbe bello "riscoprirlo da capo", come la cosa sempre nuova e soprendente (e spassosa, e toccante) qual è, ad ogni visione.
Ramis riprovò a buttarsi un progetto simile qualche anno dopo: a mio avviso, gli riuscì miracolosamente bene, ma senza nemmeno sfiorare (Murray contro Keaton?) la millimetrica precisione ritmica di questo piccolo capolavoro.
Tokyo godfathers
di Kon Satoshi (e Furuya Shôgo), 2003
A partire da un riferimento narrativo fordiano, Kon e Furuya costruiscono una favola moderna natalizia sulla seconda occasione, mettendo in campo tre personaggi di strada e il loro tentativo di riscattare gli errori e i dolori della propria vita con un'azione modesta ma eroica.
Che, per di più, per qualcuno di loro significa una rinuncia (la sognata maternità), o il rischio di tornare su passi che si credevano abbadonati da tempo. Non si pensi ad un approccio (termine abusato e spesso fuori luogo) buonista: i tre emarginati di non hanno intenzione di rinunciare alle loro personalità, al loro linguaggio e alla loro diversità, ma solo recuperare un po' della loro umanità infreddolita.
Tokyo godfathers è un cartone davvero adulto, ma non tanto per il linguaggio e le situazioni, piuttosto per la sensibilità che Kon mette nella descrizione dei suoi irresistibili (tutti) personaggi, prendendo un punto di vista che è quello dei reietti e delle baracche, della strada fredda e innevata. E' anche la storia di tre esclusi che ricominciano a fatica a comunicare con la società, e l'occhio di Kon è impietoso nei confronti del giappone contemporaneo, ma il suo intento è comunque dedicato alla costruzione di una strada di speranza nascosta nel cuore degli uomini, più che alla critica sociale.
Una cosa seria, quindi, ma anche piuttosto divertente, per la verve dei protagonisti e la brillante sceneggiatura. E non solo: c'è un inseguimento che toglie il fiato (e tutta la seconda parte è in "ascesa" emozionale), e le "scene madri" (tra cui il finale) sono davvero commoventi.
Link: what about Cinebloggers?
Adua e le compagne
di Antonio Pietrangeli, 1960
"Venitemi a trovare alla latteria"
"Sì, così facciamo un'orgia con le mozzarelle"
Il ritratto allegro e commosso, ma anche duro e partecipe, di quattro prostitute che cercano di ricostruire una vita dopo la loro deistituzionalizzazione. Adua e le sue compagne scoprono che c'è una vita anche fuori dalle "case", ma possono solamente guardarla da lontano, anzi viverne una fetta (che è ancora più frustrante che saperne solo l'esistenza), per poi venire schiacciate da un mondo e da una società che le vuole solo così, meri oggetti di piacere: la società del maschio.
Pietrangeli era davvero un grande regista, non solo per la capacità di rendere vive sceneggiature perfette come questa (scritta con Scola, Pinelli e Maccari), ma anche tecnicamente, con una costruzione delle persone nello spazio e un uso della macchina da presa, dei set e de