Divided we fall (Musíme si pomáhat)Gigi
di Vincente Minnelli, 1958
Gigi è imperfetto e invecchiato, un po' immobilizzato nella sua ambientazione d'interno parigino e dalle sue (bellissime) sgargianti scenografie. Insomma, nonostante gli americani e Parigi, non è Un americano a Parigi.
Però il cinema di Minnelli è comunque una piacevole boccata d'aria (soprattutto in giorni così stressanti), anche questa anacronistica storia d'amore e di convenzioni, malinconicamente rivolta a un sentimento schiacciato dall'ipocrisia sociale e infine, ovviamente, trionfante.
E poi, ci sono le musiche di Loewe & Lerner (soprattutto The night they invented champagne e I remember it well cantata da Chevalier e la Gingold sulla terrazza). E Leslie Caron è deliziosa, ancora: basterebbe lei.
Orizzonti di gloria (Paths of glory)
di Stanley Kubrick, 1957
Rivisto ieri sera perché il dvd giuntomi nelle mani a natale era ancora sigillato, e perché Orizzonti di gloria si rivede sempre volentieri. In più, l'altro giorno era la giornata della memoria, e forse ieri era il giorno giusto per vederlo. Questa è stata la mia visione personale, perché la memoria dev'essere memoria di ogni passato.
E ricordare quel terribile passato, sì. Ma è importante anche non dimenticare il presente.
"There are few things more fundamentally stimulating that watching another man die"
Una passeggiata tra le bombe, l'attesa della morte, un canto mormorato di sottile e tragica speranza. Difficile scriverne, impossibile dire altro. La perfetta sintesi tra forma e contenuto, film di guerra forse insuperato, capolavoro kubrickiano. E assoluto.
Alexander
The chronicles of Riddick
Oldboy
Gojoe (Gojoe reisenki)
Storia di fantasmi cinesi 2 (Sinnui yauman II)
[FFF2005: un riepilogo]
FFF2005
FFF2005
Il castello errante di Howl (Hauru no ugoku shiro)
di Hayao Miyakazi, 2004
Se in qualche modo Steamboy è il miglior lungometraggio del Future Film Festival 2005, ma questo è il mio preferito. E' una bella gara, ma ho pochi dubbi.
Non è La città incantata, ma poco ci manca: Miyazaki trova pane per i suoi denti nella novella di una scrittrice inglese. In apparenza è un ritorno all'infanzia, con figure comiche di spalla (straordinario Calcifer, demone del fuoco) inedite per l'autore giapponese, meno sottilmente angosciante degli ultimi lavori, più divertente, fiabesco, romantico.
Ma in realtà continua a parlare di temi universali, dell'amore, del rispetto umano, della pace, della morte. Riprende le sue amate ossessioni, la natura, il volo: centinaia di macchine volanti, come sempre. Ma sa reinventarsi, ribaltando l'elogio dell'innocenza infantile facendo diventare la protagonista un'arzilla signora 80enne. Ed estende la sua micidiale ed immensa immaginazione alle categorie della realtà, stupendo e divertendo con geniali paradossi spazio-temporali.
Ma quello che conta è che Miyazaki sa parlare ancora direttamente al cuore dello spettatore, sa incantarci e illuminarci, sa farci ridere e piangere, senza i sensi di colpa di una regressione (Miyazaki ha parlato addirittura di un "cartoon per anziani") ma con la semplicità e la sponeaneità emozionale che è propria del genio.
Non me l'aspettavo, ma è un altro capolavoro, e speriamo non sia l'ultimo.
Nota: è un vero onore esser stato seduto alla proiezione tra due tali signori blogger.
FFF2005
Wonderful days
di Kim Moon-saeng, 2003
Non avevo mai visto un film d'animazione coreano, e ora l'ho visto. Wonderful days mescola tecnologie d'animazione in una storia sci-fi d'azione con sottotesti romantici e naturalistici. E purtroppo non mi ha convinto.
Probabilmente è anche una questione tecnica: se le parti in 3D sono davvero fenomenali, non si può dire altrettanto dell'animazione in due dimensioni, arretrata e legnosa. E non si può nemmeno parlare di integrazione, visto il divario: difficile accettarlo di buon grado, dopo una cosa come Steamboy, anche se di Corea e non di Giappone si tratta.
Ma oltre all'animazione, c'è anche una storia confusa e di scarso interesse, personaggi bidimensionali anche nel carattere, e una noia che pervade tutta la prima parte, piena di inutili sparatorie. Personalmente, ho "sonnecchiato" per qualche minuto. Si riprende un po' nella parte conclusiva, bello il volo d'angelo e il finale tragico ed enfatico. Ma non basta: peccato.
Credo che Andrea sia d'accordo con me: ha dormicchiato anche lui.
FFF2005
FFF2005
Paranoia agent (Mousou dairinin)
serie diretta da Kon Satoshi, 2004
Episodi 1-4 di 13
Le vicende di una schiera di personaggi che ruotano attorno a un misterioso ragazzino dai rollerblade dorati dipingono un affresco di una società dominato dalla schizofrenia. Il farsi altro da sè, lo sdoppiamento, è infatti marca metaforica favorita all'interno di una riflessione matura e profonda sulla solitudine, l'isolamento, e l'individualismo del giappone contemporaneo.
Shounen Bat, il "ragazzo con la mazza", è un altro "visitor q" che con la sua forza irrazionale riporta in superficie queste contraddizioni, questa violenza sociale inesplosa, e a suo modo rimette a posto i frammenti delle vite dei personaggi.
Adulto, appassionante e sconvolgente (come nel bellissimo terzo episodio, il migliore, senza nulla togliere agli altri tre), quasi sperimentale nella struttura e caratterizzato da una grande ricerca formale e psicologica, è uno degli anime seriali più interessanti che mi sia capitato di vedere in tempi recenti.
Speriamo di vederlo presto in Italia: chissà come va avanti...
MurdaMoviez, con cui l'ho visto (divisi però da una biondina) stavolta è d'accordo con me.
FFF2005
Natural city
di Min Byung-chun, 2003
Non ascoltate gli stupidi trailer, l'era di Blade runner non è finita, e se lo è non è per mano di Natural city. Però, da quel che leggevo sul web da mesi, mi aspettavo peggio. E comunque i trailer per una volta hanno azzeccato qualcosa: Natural city si rifa davvero a Blade runner. Sembra quasi un sequel, con rispetto parlando.
Niente di che, diciamolo subito. E' noiosetto: dura almeno venti minuti di troppo. E' derivativo: non c'è un'idea originale a tirarla via con le unghie, e ne fa le spese proprio il film di Scott, ma non solo. Modaiolo nelle parti più "sgame", cioè nei combattimenti: pochi ma inguardabili, fino all'ultimo, per altro interminabile.
I punti di forza, che ci sono e che lo sostengono in parte, il film li espone timidamente, quasi con senso di colpa. Ma il senso mortifero da "avvicinamento alla morte" che si respira in tutto il film mi ha in qualche modo affascinato, e la confezione tecnico-artistica è davvero un piacere per gli occhi. Probabilmente non basta a salvare il film, ma come dicevo all'insoddisfattissimo MurdaMoviez alla fine del film, è migliore di molti prodotti medi della sci-fi occidentale.
Salvato in corner, quindi. Ma potete tranquillamente evitarlo, quando uscirà. Magari aspettate il noleggio, che costa meno, e non vi tocca vederlo con questo disgustoso doppiaggio. Però di stroncarlo del tutto, no, non me la sento.
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Steamboy
di Katsuhiro Ôtomo, 2004
Mi è difficile parlarvi dell'ultima fatica di Ôtomo, perché mi è piaciuto davvero tanto. Va bene, non è Akira, perché non è sperimentale, non è estremo, è più lineare e comprensibile. Ma importa davvero?
Quel che importa è la meraviglia, quella che si prova di fronte ad un immaginazione continua e fervida, la gestione incredibile dei tempi del racconto, l'emozione che si prova nel crescendo finale. Invece di trovare lo sfogo nell'impensabile futuro, Ôtomo affronta l'iconografia occidentale della fine del diciannovesimo secolo e la rilegge a suo modo, influenzato sicuramente dai lavori di Miyazaki (Steam Tower come Laputa?).
Quel che importa è che Steamboy riesce a essere, nonostante l'apparenza di racconto picaresco, un cartone animato decisamente adulto, che raccontando una storia fantastica ambientata nell'ottocento, ci parla in realtà del rapporto tra scienza, filosofia e guerra, le basi su cui è stato costruito il terribile secolo che è appena finito. Steamboy è un film sul novecento.
Questo lo si capisce durante tutto il film, ma appare chiaro durante gli splendidi titoli di coda. Cos'è allora quel ragazzo sorridente che attraversa con sguardo stupito le guerre mondiali e vola tra i dirigibili in fiamme, se non la speranza di un secolo migliore? Speranza ancora viva in quella silhouette eroica, nonostante lo sguardo sia nero e pessimista.
Quel che importa, infine, è che 2D e 3D vanno finalmente ad amalgamarsi, senza fare a spintoni, come a nessuno (o a pochi) era riuscito in passato: certo, la 2D è di una tale qualità, che va da sè.
Accetto le critiche che ho letto in giro, ma permettetemi di non condividerle: stupendo.
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Returner (Ritaanaa)
di Takashi Yamazaki, 2002
Una cosa è la citazione, una cosa l'omaggio, una cosa il saccheggio: Returner saccheggia 25 anni di fantascienza statunitense come se fosse impossibile non farlo. Non sto nemmeno ad elencare i film saccheggiati, tanto sono i soliti.
Una sola buona idea grafica (il boeing che si trasforma in un trasformer a guisa di libellula), una sola idea narrativa decente (il finale, ma preparatissimo e forzato), una sola inquadratura originale (la morte del cattivo). Un po' pochino, no?
Effetti speciali di controcampo (di rado gli "umani" condividono l'inquadratura con la CGI) e uno stile di un piattume davvero irritante. Il doppiaggio penoso non aiuta, ma i personaggi sono comunque di carta velina: Takeshi Kaneshiro senza un briciolo di fascino, e il cattivo-che-più-figlio-di-troia-non-si-può Goro Kishitani, nonostante ce la metti tutta, fa solo sorridere.
Duecento finali uno dietro l'altro, e uno più ridicolo del precedente. E lo volete capire che i cappotti lunghi di pelle nera sono scomodissimi per salire le scale?
Che Porcheria.
FFF2005
FFF2005
Future Film Short - Programma 1
Avevo escluso i cortometraggi dalla mia whilist, ma per avvenuta disponibilità di tempo mi sono cuccato il primo dei "rulli" di corti in programma al FFF. Una valanga.
Ecco il programma:
A Brand New Psycho, di Davide Ragona, Davide Saraceno, Alien Factory, Italia, 2004; Tarzanse, di Torben Meier, Filmakademie Baden Wurttemberg, Germania, 2003; Vent, di Erik Van Schaaik, Il Luster Production, Olanda, 2004; Treibgut, di Rudiger Kaltenhauser, Filmakademie Baden Wurttemberg, Germania, 2004; Flatlife, di Jonas Geirnaert, La Big Family, Belgio, 2004; Raging Blues, di Vincent Paronnaud, Lyonnel Mathieu, Je suis bien content, Francia, 2004; The Mind's I, di Federico Mattioli, Bonsaininja Studio, Italia, 2003; No Limits, di Heidi Wittlinger, Anja Perl, Max Stolzenberg, Filmakademie Baden Wurttemberg, Germania, 2003; Tricky'n' Ducks, di Mauro Uzzeo, La Stanza, Italia, 2004; This is not an end, di Jesper Fleng, Ja Film, Danimarca, 2004; Neuron's Project, di Nicolas Duval, Francia, 2003; Le Régulateur, di Philippe Grammaticopoulos, Haidouk!Films, Francia, 2004; Zanni Trust, di Osea Cipriani, Catemore, Italia, 2004; Hell Bent for Whiskey, di Benjamin & Matthias Claeys, Sint Lukas Hogeschool Bruxells, Belgio, 2004; The Freak, di Aristomenis Tsirbas, Menithings, Canada-USA, 2003; Son of Satan, di JJ Villard, USA, 2003; Sei Nicht Blok/ Don't Be Woolish, di Max Julian Otto, Kordes Film Gmbh, Germania, 2004; Jan Hermann, di Atélier Collectif, Zorobabel, Belgio, 2003
Il migliore è senza dubbio il belga FlatLife: questo il sito ufficiale. Un corto animato di una semplicità grafica incredibile, eppure divertente fino alle lacrime. Geniale.
Niente male nemmeno il tedesco Treibgut, il più struggente, e Tarzanse, il più breve e il più assurdo.
Per la grafica, il mio inutile e non richiesto premio va al canadostatunitense The freak: ineccepibile. Son soldi.
Altre cose interessanti, alcune di nessun interesse, o addirittura irritanti.
Sugli italiani stendo un velo di pietà: si salva solo Tricky 'n Ducks, da querela Pixar, ma divertente e ben fatto.
FFF2005
La foresta dei pugnali volanti (Shi mian mai fu)
di Zhang Yimou, 2004
Zhang forse ha cercato di sistemare quello che in Hero non funzionava: guardando questo suo ultimo lavoro appaiono più evidenti le pecche del precedente.
House of the flying daggers è meno votato all'ambiguità storico-politica, più avventuroso e romantico. Il punto di partenza è sempre la menzogna; ma invece di costruirci sopra un apparato teorematico come in Hero, stavolta il falso viene usato come espediente narrativo. Magari forzando un po' la mano con il ribaltamento di ruoli, ma in modo sicuramente più funzionale.
La fotografia di Zhao Xiaoding, a sorpresa, è migliore di quella di Doyle. Non per qualità illuminografica (lì Doyle è imbattibile, e il termine me lo sono inventato adesso), ma perché non schiaccia sotto il suo peso una regia che quindi ha l'occasione di prendersi una rivincita. E lo stile di Zhang risulta sanamente più grezzo, meno votato al lirismo e con più personalità tecnica. Il risultato è un film meno plastificato del predecessore.
Certo, molte cose non funzionano, sarebbe disonesto urlare al capolav