venerdì, settembre 05, 2008

Il seme della discordia, di Pappi Corsicato
Venezia 65, Concorso

Grazie al cielo esiste ancora qualcuno, nel panorama spesso disarmante del cinema italiano odierno dal punto di vista della ricerca visiva (poste le solite note eccezioni), che non solo si ricorda che la forma può veicolare di per sé una sostanza, ma che ci tiene a sottolinearlo in ogni singola inquadratura. Come Pappi Corsicato, che ha confezionato un film delizioso, stilizzato e coloratissimo, pieno di piastrelle, vestiti, pettinature, coperte - in cui ogni take è frutto di stupefacenti scelte di composizione e cromatiche, in cui si ha il coraggio di osare (la scena sublime dell'incontro nel parco, oppure quella dei filtri rossi in cui sono i volti a parlare insieme ai colori) in cui nulla è lasciato al caso - nemmeno il divertito citazionismo "da due soldi" (Potemkin, Via col vento, persino una vendetta tarantiniana virata in rosso). Un'autentica gioia per gli occhi, e anche per le orecchie: la soundtrack è composta quasi totalmente da un numero impressionante di colonne sonore di altri film italiani (con una prevalenza del Morricone "B"). Personalmente l'ho trovato un film (inaspettatamente) favoloso, che non dice nulla di nuovo nell'ambito di un cinema "pop" malinconico che si rifà all'immaginario degli anni '60 (basta guardare la risaputissima per quanto divertente sequenza del balletto di Martina Stella), ma che lo sa dire con un senso plastico davvero entusiasmante, una leggiadria irresistibile, uno stile inconfondibile eppure acquietato rispetto al passato, e un'amore per il "bello" (seppure sui generis) ammirevoli. E poi, Caterina Murino, cavoli. Impopolarmente, mi sbilancio: il miglior film italiano in concorso.
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venerdì, settembre 05, 2008

The hurt locker, di Kathryn Bigelow
Venezia 65, Concorso

Kathryn Bigelow, dopo aver sfoggiato le migliori intenzioni di questo mondo adattando un reportage di Mark Boal (quindi un'esperienza meno "mediata"), e promettendo un film che osserva e riferisce piuttosto che un film che polemizza e filosofeggia, fa semplicemente un film di guerra. Una guerra che forse non conosciamo ancora bene, ma che tutto sommato ricorda altre guerre. E che quindi non ha molto da dire: posto l'assunto narrativo (le vicende di una squadra di artificieri) il film non fa alcun passo avanti. Si tiene vicinissimo ai suoi personaggi, ma dimenticando di ritrarli. Azzecca almeno una sequenza magistrale (quella dell'assedio) ma poi si riassesta su un livello medio che - spiace dirlo, ma solo per la sua collocazione - è quello di tutto il film. Un film medio, dunque, senza particolari doti se non quella di osservare la realtà con un distacco (che se pure manca di autocritica almeno non sfocia nel solito criptopatriottismo del cazzo), che farà la gioia di un vostro sabato sera pizza e dvd.
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giovedì, settembre 04, 2008

Pranzo di Ferragosto, di Gianni Di Gregorio
Venezia 65, Settimana della critica

Un uomo di mezza età si ritrova a Roma da solo a Ferragosto a badare alla madre: per saldare qualche debito, si accollerà anche la madre e la zia del suo amministratore, e anche la madre del suo medico. Quella a Pranzo di Ferragosto, nell'affollata proiezione di ieri per tutti gli accreditati (era la quarta, ma è stata ugualmente presa d'assalto), è stata senza dubbio la reazione più positivamente accesa a cui io abbia assistito durante la mostra, con moltissimi applausi a scena aperta, e uno lungo e rumoroso alla fine, che è sfociato in grida di ovazione liberatoria: e se già all'esterno del Lido si parla di un "caso" come ce ne sono molti anni (l'anno scorso furono Molaioli e Zanasi), dall'interno non si può che confermare l'attenzione particolare rivolta a questo piccolo film prodotto da Garrone e diretto dal suo assistente alla regia e, almeno in occasione di Gomorra, co-sceneggiatore. Attenzione, va detto, del tutto meritata. Non poteva che essere nella sezione della SIC, Pranzo di Ferragosto: un esordio piccino, essenziale, girato in economia, basato su un'idea elementare (sfruttare l'insita comicità delle signore anziane un po' come si fa con la perfidia dei bambini) ma che risulta caldissimo e soprattutto uno spasso micidiale - forse anche perché inserito verso la fine di una Mostra in cui sono molte le storie basate (nel bene e nel male) sulla depressione e sullo scoramento. Non c'è niente di male, anzi: ma questi 70 minuti di risate esplosive, completamente prive di tratti patetici, davvero ci volevano. Una manna dal cielo: e l'impressione che possa funzionare davvero, anche nel "mondo vero" - e che quindi ne sentiremo parlare per un bel po'.
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giovedì, settembre 04, 2008

Rachel getting married, di Jonathan Demme
Venezia 65, Concorso

Con il suo ritorno al cinema di fiction dopo una parentesi documentaristica, Demme mostra di aver fatto tesoro dell'esperienza accumulata - che l'ha cambiato enormemente, professionalmente e forse anche umanamente. E sceglie di raccontare il ritorno a casa di Kym, una giovane ex modella uscita da 9 mesi di rehab per il matrimonio della sorella Rachel, con uno stile di messa in scena che ricorda più i modi del documentario che quelli del cinema tradizionale - con la camera a mano che riprende i preparativi e le nozze con una spontaneità e una libertà quasi naturalistiche, con l'aiuto del formidabile cast e dell'uso davvero geniale della musica intradiegetica. Nonostante non si rinunci a raccontare una storia persino risaputa, nel senso migliore del termine (cioè convenzionale ma per nulla rassicurante) con tutti i "movimenti" classici del caso. La forza e la bellezza di Rachel getting married, uno dei film migliori del concorso di quest'anno e tra i miei favoriti della Mostra tout court, sta proprio qui: nell'essere insieme tradizionale e sperimentale, classico e nuovissimo - oltre alla possibilità di sfoggiare interpretazioni eccezionali come quella di Anne Hataway da una parte, ma soprattutto - piccola ossessione personale - l'eccezionale prova "di sostegno" della splendida e bravissima Rosemarie DeWitt. E pensate un po', nella freddezza di questo post ho dimenticato di dire che esperienza emozionale assolutamente devastante sia, Rachel getting married. Beh, lo è.

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mercoledì, settembre 03, 2008

The sky crawlers, di Mamoru Oshii
Venezia 65, Concorso

In un futuro in cui alcuni bambini (detti "kildren") non invecchiano mai e vengono usati per combattere una sorta di "corporate war" aerea, il "giovane" protagonista cerca di risolvere il mistero che lo lega al pilota che lo ha preceduto. Uno dei film più attesi della Mostra, almeno per quanto mi riguarda: e non si può dire che abbia deluso le aspettative. Nonostante forse non sia al livello (sublime) dei suoi film più celebri come i due Ghost in the shell, non sia abbordabilissimo (è lungo, complesso e abbastanza faticoso, se non si è del tutto lucidi) e il segreto tanto celato sia abbastanza evidente già da principio (ma è cosa da poco in un film più metafisico che davvero narrativo) il nuovo film di Oshii è ancora una straordinaria digressione sui temi del corpo e dell'identità, e di conseguenza dell'anima, arricchita da una tecnica mista che abbina il tipico tratto del regista nipponico a sequenze di combattimento aereo che sfruttano al massimo l'arte dell'animazione digitale. Ci auguriamo che l'eventuale distribuzione italiana lo tratti con i guanti di velluto. In ogni caso, la compagine giapponese a Venezia ha dimostrato ancora una volta, in un momento di crisi per molte cinematografie non solo asiatiche, la ricchezza delle sue visioni e l'ineffabile lucidità dei suoi Maestri. Domo arigatoo.

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martedì, settembre 02, 2008

Teza, di Haile Gerima
Venezia 65, Concorso

Lo slot in cui è stato collocata la proiezione stampa di Teza ha spaventato i molti assenti, e anche il sottoscritto: 140 minuti di film etiope alle dieci e trenta terrorizzerebbero chiunque. Fortunatamente non mi sono fatto traviare dalla stanchezza, perché il film di Gerima è davvero un film forte e sorprendente. Costruito su un riuscito montaggio parallelo tra il presente (il protagonista ritorna nel 1990 nel villaggio etiope in cui è cresciuto) e il passato (i suoi anni '70 a Colonia durante l'ultimo impero di Selassie, e gli '80 ad Addis Abeba alle prese con il regime di Mengistu), Teza funziona sia come romanzo storico, ovvero come riflessione sulla storia etiope degli ultimi trent'anni e il doloroso rapporto tra la violenza del regime e il sogno della rivoluzione socialista - sia, ancor meglio, come romanzo popolare: la storia di un "ritorno a casa" (come sarà quello del film di Demme), e insieme della malinconia e della paura, dell'abbraccio con la propria terra e del rifiuto di essa. Ma ciò che colpisce di più è senza dubbio l'incredibile libertà espressiva del film, caratterizzato da un montaggio incredibilmente complesso e da una regia che riesce a sfruttare alla perfezione una sua particolare furia sperimentale senza rinunciare alla scorrevolezza e alla bellezza della messa in scena.
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martedì, settembre 02, 2008

Pescuit sportiv (Hooked), di Adrian Sitaru
Venezia 65, Giornate degli autori

La sezione collaterale delle Giornate, che normalmente riserva qualche sopresa e a cui sono legato per esperienze lavorative di qualche anno fa, è stata perlopiù tralasciata quest'anno - ma non mi sarei mai potuto tirare indietro di fronte a un film rumeno. E ho fatto bene: Hooked è uno di quei pochi film basati su una trovata linguistica (è girato tutto in soggettiva, dal punto di vista dei tre/quattro personaggi) che non esauriscono il loro potenziale nell'applicazione di quell'idea. Anzi: prima di tutto, la cosa smette di apparire forzata dopo pochi minuti, anzi risulta quasi naturale, dimostrando in qualche modo che le convenzioni filmiche, con un po' di lavoro, si possono superare senza troppi ostacoli. E poi, grazie alla bravura dei tre attori, il film dallo sviluppo quasi polanskiano - ma con un'ironia sardonica ininterrotta - è anche una riflessione molto divertente, non banale (e scritto davvero da dio) sui rapporti di potere all'interno della coppia.
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martedì, settembre 02, 2008

BirdWatchers - La terra degli uomini rossi, di Marco Bechis
Venezia 65, Concorso

Il film di Bechis doveva essere il gioiello brillante della selezione italiana in concorso: e se anche forse non è bello quanto si sperasse - ma le aspettative erano alte, altissime, pure troppo - senza dubbio si difende con le unghie: Bechis ha un rigore registico che dalle nostre parti spesso ci si sogna, e la capacità di imprimere un'intensità davvero impressionante anche a un singolo movimento di macchina, a un carrello in avanti. In ogni caso, anche se il film osa molto meno di quanto potrebbe, questa storia di espropriazione e riappropriazione, di contrasto tra tradizione e compromesso, funziona fino in fondo. Del tutto accessorio il cast italiano, da brividi quello guaranì.
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lunedì, settembre 01, 2008

Süt (Milk), di Semih Kaplanoglu
Venezia 65, Concorso

Pare evidente che il film del turco Kaplanoglu - tra i più benvoluti della selezione del concorso, almeno a priori - non sia la "solita fuffa festivaliera di cui si parlava in occasione di The visitor: c'è dietro un progetto, una visione del mondo, una vibrazione autentica. Lo riconosco. Ma resta il fatto che Süt è il perfetto esempio di quei film che rendono invisi i festival agli occhi del grande pubblico: campi lunghi, tempi lunghissimi, grandi silenzi, macchina fissa, una buona metà di film in cui non accade assolutamente nulla, e tutto ciò affrontato con molto di compiacimento, e come se per raccontare una storia così non ci fosse altro modo che questo. Ad un certo punto il film prende però una via più precisa, e il prefinale può vantare la bellissima sequenza della caccia, che si conclude con un campo/controcampo quasi simbolista, tra le cose più geniali viste al festival quest'anno. Peccato che si debba aspettare un'ora e mezza, per vederla.
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lunedì, settembre 01, 2008

Vegas: Based on a true story, di Amir Naderi
Venezia 65, Concorso

Tagliamo subito la testa al toro: se si esclude Miyazaki che fa un po' storia a sé, Vegas è sostanzialmente il miglior film del concorso di quest'anno. Quinto film "americano" del regista iraniano, racconta una storia di ossessione e contrappasso, una discesa all'inferno nel cuore dell'avidità umana ambientato in una Las Vegas quasi del tutto inedita - quella proletaria delle casette con il giardino, della gente che non riesce a stare lontana da quelle macchine mangiasoldi, anche se solo per giocare 5 dollari al giorno. Girato sfruttando al meglio una stupenda fotografia digitale che passa dai colori accesi (i fiori, gli occhi del figlio) dell'inizio a una lunga parte finale dominata dal fango e dalla polvere, Vegas è un film straziante e implacabile, che colpisce prima al cervello e poi allo stomaco. Uno di quei film in cui, a un certo punto, non sai più nemmeno tu se ridere o piangere.
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lunedì, settembre 01, 2008

$€11.0u7! (Sell Out!), di Yeo Joonhan
Venezia 65, Settimana della critica

Ogni festival ha i suoi film più belli e i più brutti - poi ci sono i film che ti sono piaciuti di più e quelli che ti sono piaciuti di meno - e infine ci sono i film, o meglio il film, che ti porti a casa come tuo personale feticcio. Non è necessariamente il miglior film: spesso è solo quello che è arrivato quando doveva arrivare. Il mio caso qui a Venezia 65 è $€11.0u7!: un irresistibile musical malese recitato in inglese che ha finalmente liberato tutte le risate soffocate da un programma che, nel bene e nel male, non ne forniva dalla prima sera - o almeno non in maniera così liberatoria. Da una parte, un giovane inventore per una multinazionale viene privato della sua anima sognatrice da un esorcista - dall'altra, una presentatrice televisiva vuole fare un reality show sulla gente che muore davanti alla macchina da presa. In mezzo, canzoni stupende, situazioni surrealiste, un ritmo scatenato, un gruppo di attori eccezionali. Una bellissima sorpresa. L'incipit con l'intervista al regista è un cult immediato: e vi invito a trovare i tre momenti di poesia in questo post.
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lunedì, settembre 01, 2008

Il papà di Giovanna, di Pupi Avati
Venezia 65, Concorso

Alba Rohrwacher uccide una vj, e invece di ringraziarla la internano. Si guardava con un certo sospetto all'arrivo del film di Avati, ambientato su un pianeta parallelo in cui Francesca Neri si è sposata Silvio Orlando ma ha una cotta segreta per Ezio Greggio: trailer, locandina, titolo, ambientazione, insomma, tutto volgeva al peggio. Quel che si può dire di buono funziona soprattutto infatti a un livello relativo, una cosa tipo almeno non è brutto come il film di Ozpetek. Avati azzecca il bel ritratto del personaggio principale, un soggetto ben costruito, e ha il coraggio (o il potere) di fare sempre come diavolo gli pare, a costo di fare sempre lo stesso film: purtroppo, nell'attenzione alla ricostruzione storica di questo o quel dettaglio il regista si è dimenticato per strada il film. Che è soprattutto di una povertà espressiva impressionante, per via della solita poca dimestichezza dei fratelli Avati con la post-produzione (con la solita mescolanza di pessima presa diretta e ancor peggiore doppiaggio), ma anche di una fotografia seppiata che invece di dare personalità al film lo priva di profondità facendolo ridiventare la robaccia televisiva da cui Avati sembra voler fuggire - per tacere di un cast imbarazzante, se si esclude Francesca Neri: la Rohrwacher non fa che sbraitare e fare la faccia da matta, ma il meglio lo dà la performance scultissima di Manuela Morabito. Tutto questo senza tenere conto (e ci ho provato, davvero, ma è davvero difficile) dell'ideologia spregevole e un po' ipocrita che sottende il film: visto che lo sforzo massimo di piazzare un contesto storico periodo nel film è buttato al massimo in qualche frasetta causale ("ehi cara, sai cos'è successo al lavoro oggi?, le leggi razziali!"), tutta la parte verso il finale con il ribaltamento di Roma città aperta con il fascista Greggio al posto di Fabrizi e con i partigiani che sparano a tutti indistintamente risulta ancora più inquietante di quanto non sia già di suo.
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domenica, agosto 31, 2008

Gake no ue no Ponyo (Ponyo on the cliff by the sea), di Hayao Miyakazi
Venezia 65, Concorso

Non che qualcuno ne dubitasse, ma così è stato: in un anno in cui molti (quasi tutti, sulla stampa e nelle chiacchiere di coda) lamentano un concorso assai debole a fronte di titoli più interessanti nelle sezioni collaterali, arriva ad illuminare la sezione uno dei più grandi registi viventi, tra i più enormi e autentici poeti dei nostri tempi. E con il suo Ponyo il Mastro Miyazaki accantona quasi del tutto il conflitto e l'inquietudine profonda presente nei suoi ultimi lavori per rappresentare una vera e propria apoteosi elementale, una stupenda fiaba che rappresenta una riappacificazione e insieme un canto di speranza, in cui l'uomo e la natura ricominciano a vivere insieme, si stringono la mano, si abbracciano, si baciano, si amano. 100 minuti di brividi sulla schiena, autentici - e di lacrime di felicità. Quelle lacrime che scorrono senza alcuna ragione apparente, ma solo perché, ed è rarissimo, ciò che è davanti ai tuoi occhi ti fa sentire parte di qualcosa di meraviglioso e straordinario. Un film che recupera la purezza e l'emozione di film come Totoro, e quindi un perfetto testamento spirituale: speriamo ovviamente che non sia l'ultimo. Impietoso il gap tra l'ennesimo capolavoro di un autore immortale e, nel bene e nel male, il resto della rassegna. In un mondo perfetto, e con una giuria perfetta, un film del genere si porterebbe a casa il premio maggiore senza nemmeno doverne discutere. Staremo a vedere.
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domenica, agosto 31, 2008

L'autre, di Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic
Venezia 65, Concorso

Immagini di fari di automobili riprese dall'alto, punti luminosi che si muovono nel buio, una stanza, una donna davanti allo specchio - che si dà una martellata in testa. L'inizio di L'autre è veramente favoloso, potente, suggestivo: e il film dimostra per tutta la sua durata una ricerca visiva, e un impatto plastico, che lasciano ipnotizzati. Peccato non si possa dire lo stesso del film che queste immagini raccontano: una storia di soffocata follia, di irrazionale gelosia, che nasconderebbe una riflessione sulla paura di rimanere soli - ma che purtroppo è svolto attraverso una narrazione che prima sceglie il caos - affaticando moltissimo - e quando prende vie più lineari fa sopraggiungere una noia tale che si arriva a dubitare della buona fede dei suoi autori. Ottimo quando riesce a inquietare con un incubi di schizofrenia e ossessione amorosa - ma per buona parte davvero tedioso.
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domenica, agosto 31, 2008

35 rhums, di Claire Denis
Venezia 65, Fuori concorso

Film firmato da una bravissima regista che, per un motivo o per l'altro, non conosco e di cui non avevo mai visto nulla, 35 rhums è un film molto intimo e "caldo" che con nessuna fretta sa prendersi i suoi tempi per rappresentare il ritratto di una famiglia divisa tra la l'affetto della quotidianità, l'aspirazione alla fuga, la necessità del segreto. Un piccolo film - che fan della regista mi dicono essere "minore" nella sua filmografia - ma che conquista con una naturalezza senza sforzi, senza calcare la mano, con una sceneggiatura semplice e spuria e con un cast di fenomenale intensità. A suo modo, un esempio.
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domenica, agosto 31, 2008

Un giorno perfetto, di Ferzan Ozpetek
Venezia 65, Concorso

Dopo una stagione così felice per il cinema itaiano, è triste, o meglio deprimente vedere con che passo viene iniziata quella nuova. Posto che da queste parti si è sempre difeso Ozpetek, il suo nuovo film è davvero qualcosa di imperdonabile. Abbandonate per strada pulsioni che muovevano altri suoi film, e trovata nei volti mesti di Mastandrea e la Ferrari una strada mortifera e cupa che non gli si addice, Ozpetek firma un film che sembra un episodio de Gli occhi del cuore. Davvero inconcepibile che nel 2008 si possa vedere, e lanciare in tale pompa, un film fotografato in questo modo - tutto luci di taglio e primissimi piani con occhioni lucidi - girato in questo modo, scritto in questo modo - con dialoghi assurdi che dopo un'ora di sopportazione liberano al massimo delle risate non richieste - e interpretato, infine, in questo modo: con gli attori che ci vorrebbero mettere il loro (Mastandrea in un ruolo non suo poteva essere un'ennesima conferma: non lo è) ma finiscono piegati alle pigre esigenze di un regista che vuole solo che guardino fuori da una finestra, si girino di scatto e guardino nel vuoto con gli occhioni lucidi e le luci di taglio. Piacevole eccezione la furiosa scena centrale dello stupro, e la breve sequenza dei tarocchi: tutto qui. Brutto fino all'imbarazzo.
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domenica, agosto 31, 2008

Z32, di Avi Mograbi
Venezia 65, Orizzonti

La confessione di un crimine di guerra da parte di un giovane soldato isrealiano viene raccolta dal regista, il quale si mette in campo in prima persona inscenando una sorta di musical da camera. Un film molto complesso e altrattanto interessante, che al di là della forte presa di posizione politica nei confronti dell'educazione militare dei giovani israeliani, trasformati in macchine da guerra che "godono" nello svolgere lavori sporchi come la rappresaglia, suscita stupore soprattutto per un'idea che lo caratterizza. Ovvero, grazie al computer, il volto del soldato (e della sua compagna) viene nascosto, prima con un classico "sfumino" e successivamente con una maschera digitale, una una vera e propria "seconda pelle" - diventando così una riflessione sul rapporto tra l'atrocità del reale e i limiti della sua rappresentazione artistica. Forse lungo più di quel che dovrebbe - perché dopo un po' si capisce l'antifona e non fa che ripeterla - ma senza dubbio stimolante.
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sabato, agosto 30, 2008

Dangkou (Plastic city), di Yu Lik-wai
Venezia 65, Concorso

Essendo uscito dalla sala dopo 40 minuti, non voglio parlare del film ma della fenomenologia del fughino, argomento che meriterebbe più del brevissimo tempo che gli sto per dedicare. Una delle cose più tipiche alla Mostra del Cinema è infatti il momento in cui decidi che non te ne frega niente, ti alzi, esci dalla sala. Non tutti lo fanno, e la cosa suscita inoltre una serie infinita di sensi di colpa successivi - che spariscono nel tempo in cui trovi un'altra sala in cui entrare. A volte dipende dalla stanchezza, altre volte dipende da impegni alternativi - ma a volte, diciamolo, dipende dal maledetto film: ecco, io dopo 40 minuti di questo tentativo di affresco gangsteristico di cinesi a San Paolo in Brasile (tolti i titoli di testa fichissimi), ho deciso non solo che non ci stavo capendo nulla, ma soprattutto che non mi fregava niente di capirlo - e che quello che capivo non mi piaceva affatto. Fermo restando che il mio giudizio si ferma ai primi pallosissimi 40 minuti che mi hanno messo implacabilmente in fuga (e si sa che io ai cinesi perdono di tutto, soprattutto quando c'è Anthony Wong), alla fine della proiezione mi arriva un SMS di un'amica che lo definisce "la cosa più vicina alla merda che io abbia mai visto", augurando una morte dolorosa a tutte le persone coinvolte. Chapeau. Consolante pensare al numero impressionante di erezioni provocate dalla scena erotica iniziale - quella, ehm, delle uova.
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sabato, agosto 30, 2008



Do visivel ao invisivel, Manoel De Oliveira, 7'



Heshang de aiqing (Cry me a river), di Jia Zhang Ke, 19'
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sabato, agosto 30, 2008

Lønsj, di Eva Sørhaug
Venezia 65, Settimana della critica

Scritto da Per Schreiner (lo stesso del bellissimo Den brysomme mannen), il film segue le vicende - in qualche modo intrecciate - di tre personaggi (più una pletora di facce che girano loro attorno), attraverso capitoli che ne restituiscono una sorta di unità strutturale. Da queste parti si è sostenuto più volte, alcune con forza e altre con (auto)ironia, l'impatto e la potenzialità espressiva del cinema norvegese, con l'ormai desueto slogan "norvegia nuova corea". L'opera prima di Eva Sørhaug non fa che confermare questa impressione positiva: si tratta di un film medio e dalle conseguenti ambizioni, d'accordo - e si tratta di un film corale, categoria in cui sembra essere già stato detto tutto e il contrario di tutto. Eppure Lønsj, oltre a essere visivamente davvero stupefacente, e ad azzeccare la durata giusta (immagino che con tutti quei personaggi un film di due ore e un quarto fosse una tentazione suicida), possiede una piacevolezzae un'ironia diffusa che fanno immediatamente dimenticare qualche vezzo stilistico di troppo da parte della regista. Particolarmente intelligente (e divertente) il modo in cui sono costruiti i capitoli - i cui titoli prima seguono l'effettivo svolgimento delle trame, per poi diventarne una sagace negazione, con un cinismo e un pessimismo disilluso tipicamente nordico, che si accompagna perfettamente alla messa in scena: dettagliata, algida, glaciale. Bello e crudele.
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sabato, agosto 30, 2008

Zero bridge, di Tariq Tapa
Venezia 65, Orizzonti

Il film di Tapa, newyorkese di origini kashmir, girato camera a spalla con una troupe composta anche di amici e parenti, racconta di un diciassettenne che ha rubato il passaporto sbagliato, e della ragazza a cui il passaporto appartiene. Il suo esordio, gradevolissimo, è una piccola vicenda ambientata tra le grigie strade del Kashmir occupato, una storia sull'impulso ala libertà individuale che contiene al suo interno sia un bell'approccio ai meccanismi narrativi dell'equivoco sia un impulso politico non indifferente, frustrato da uno status quo in cui i personaggi sembrano soffocare, annegare nelle nebbie e nello smog e nel fango - che però passa in secondo piano rispetto a una lieve e disperata storia d'amore impossibile tra i due protagonisti.