lunedì, ottobre 06, 2008

Mamma mia!
di Phyllida Lloyd, 2008


Ci sono cose che in un film faccio veramente fatica ad accettare. E il film tratto dall'omonimo spettacolo teatrale, ispirato a sua volta alle canzoni degli ABBA, ne è una buona antologia. Perché una cosa è la difficoltà di una regia, magari inesperta, a trovare un'idea, un progetto da portare a termine, o almeno una strada da intraprendere. Si può perdonare, la disattenzione. Certo, magari a patto di trovarsi di fronte a un film riuscito, o quantomeno divertente - cosa che Mamma mia! non è.

Altra cosa invece è che della regia, di una qualunque regia, si senta la totale assenza. Mamma mia! è un film in cui sembra succedere tutto a casaccio. E probabilmente è proprio così. Basta vedere il modo in cui sono organizzate le scene musicali, di una legnosità sconcertante - e non parlo solo del profilmico, che è imbarazzante approssivamente quanto atteso da copione, e che fa persino meno danni del previsto. Parlo della messa in scena, della direzione degli attori, e di tutto ciò che competerebbe ad un regista, e che qui è completamente messo da parte. Inesistente. Nella convinzione errata, mostruosamente quanto banalmente errata, che una ventina di canzoni e il carisma di quattro attori possano bastare a sé stessi.

Ma diamine, queste sono lezioni che la produzione di un musical per il grande schermo dovrebbe aver ormai imparato - come ha fatto la maggior parte di esse: non tutto ciò che funziona sul palco funziona sullo schermo. Il testo va ripensato, non basta cambiare gli attori e metterci quattro nomi di grido, magari giocando furbescamente sul loro essere del tutto inadatti al ruolo musicale, e illuminare tutto con un'orripilante fotografia da cartolina. Non è una questione di valore aggiunto: sono testi diversi, che lavorano con linguaggi diversi. Il climax di questo approccio malato al testo d'origine è Meryl Streep che canta The winner takes it all sulla roccia: immobile come uno stoccafisso, con due o tre movimenti di macchina, e Pierce Brosnan che sta lì e se la ascolta tutta.

L'edizione italiana ce la mette tutta per inasprire una pillola già amara, ma il problema non è il doppiaggio, ma sta alla radice, ed è un problema di progetto, di concetto. Oltre che di risultati, va da sé: due palle così. Ma chi lo vuole vedere un film in cui per metà secca del tempo - e non credo di esagerare - tutto ciò che vediamo sullo schermo sono personaggi che si danno il benvenuto e si salutano urlando?

Menzione d'onore per il petto di Amanda Seyfried. E io che non credevo più nel potenziale sessuale del costume intero. Stolto.
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giovedì, ottobre 02, 2008

[meet me on my vast veranda]



C'è anche questo popò di ragazza nel nuovo episodio di Friday Prejudice.
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giovedì, ottobre 02, 2008

Il matrimonio di Lorna (Le silence de Lorna)
di Jean-Pierre & Luc Dardenne, 2008


Euro. La prima inquadratura di Le silence de Lorna mostra la protagonista mentre conta dei soldi. E' di fronte a un ufficio bancario. Parla con il commesso di un prestito che potrà fare, perché sta per diventare belga. La ragazza ha un accento straniero, dell'Est Europa - giustamente conservato nell'edizione italiana. Questo è solo un esempio, e uno dei pochi affrontabili con tale distacco, della maestria dei Dardenne. Roba da manuale, si potrebbe dire: eppure in pochi secondi non veniamo soltanto inseriti in un contesto (sappiamo che la protagonista è straniera, che è si sposata per il visto, che ci troviamo in Belgio, che c'è in gioco una somma di denaro), ma ci troviamo immediatamente di fronte a una figura che sarà il nucleo semantico di tutto il film: il denaro - e più precisamente l'Euro. Nonostante gli individui siano sempre al centro della loro riflessione, mai come in questo caso infatti il cinema dei Dardenne è inserito in un contesto sociale più ampio ed espanso, che si concentra non solo i rapporti tra i personaggi e tra i personaggi e l'ambiente, ma anche tra gli ambienti stessi, regalando un'immagine dei "confini umani", e - appunto - della loro mercificazione, che mette i brividi.

Il secondo colpo da maestri dei due registi è lo scarto ellittico che accade a metà film. Un vero e proprio singhiozzo narrativo, che fa il rumore straniante e surreale di un vinile che salta per un colpo di tosse (o un colpo al cuore), e da cui si dipana una seconda parte che, discendendo nell'inferno personale di Lorna, non lascia più alcuno scampo - ai suoi personaggi e allo spettatore. E al di là dell'effettiva e impressionante precisione con cui è concepito e realizzato questo film, crudele e spietato come in passato (forse di più) e a tratti persino più rigoroso, è impossibile prescindere dall'impatto emotivo che suscita la performance della ventinovenne Arta Dobroshi. Un'attrice semi-esordiente che riesce con la sua interpretazione (e con il suo ruolo: va detto, a onore di una sceneggiatura impeccabile come un dramma sociale e implacabile come un noir) a fornire un totale ribaltamento dei meccanismi empatici che sono in gioco generalmente con film simili - prima nella dimostrazione di un'amore improvviso e letteralmente impellente che travolge l'impossibilità della felicità che si leggeva nel suo sguardo in tutta la prima metà del film, sia nella sua graduale e tragica perdita di consapevolezza.
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domenica, settembre 28, 2008

[goodbye]



E' morto Paul Newman.
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giovedì, settembre 25, 2008

[avete cantato vittoria troppo presto]



Rigurgiti di stagione estiva? Il nuovo episodio di Friday Prejudice.
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giovedì, settembre 25, 2008

Parigi (Paris)
di Cédric Klapisch, 2008


Contro di me si pone il fatto che non avevo mai visto un film di Klapisch - no, nemmeno quel film che nel periodo in cui vivevo a Bologna impazzava tra moltissimi miei coetanei, forse per una sorta di suggestione emulativa dell'erasmus-pensiero che però, dal canto mio, non ho mai trovato così attraente. O forse era solo invidia per chi in Erasmus ci era andato sul serio, chissà. Detto questo, suppongo non sia necessario essere un filologo dell'opera di Klapisch per uscire dal suo ultimo film sensazionalmente insoddisfatti.

Quello che mi sconforta di Paris, oltre al minutaggio davvero fuori dall'ordinario che renderebbe il film indigesto anche a spettatori più avvezzi a cose simili o più semplicemente al mito sempiterno della capitale francese, è che Klapisch dà l'impressione, per tutta la durata del film, di non saper bene dove andare a parare - forse convinto che basti riempire lo schermo di personaggi per fare del cinema corale, che basti farli incontrare per puro caso per parlare del Caso, mettendo in scena, più che quest'ultimo, un vero e proprio Casaccio. Poi, ovviamente le idee ci sono, e i personaggi pure. Ma l'impressione è che tutti questi volti, scaltramente variabili sotto il profilo sociale - che almeno ci venga risparmiata la solita manfrina altoborghese! - funzionino benino da soli e facciano solo disastri quando si incontrano o si scontrano.

Insomma, il fatto che la storia più riuscita del film - il professore di storia Fabrice Luchini che si innamora della studentessa Mélanie Laurent, peraltro una delle ragazze più fiche di Francia - sia basata su un tale polveroso cliché, dice molto sul resto delle vicende. Poi, il film ha i suoi alti e i suoi bassi, e senza dubbio sa migliorarsi e aggiustare il tiro, nella seconda parte, dopo un incipit ipermontato e furbetto e una prima metà in cui sulla stramaledetta Parigi ti verrebbe voglia di tirare una bomba. Ma sequenze orride come quella onirica in 3D ambientata nel software d'architettura (sic) o quella, telefonatissima, dell'incidente al ralenti, sono davvero difficili da digerire persino in un film che ad un certo punto sembra almeno saper ammettere i suoi stessi limiti.
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mercoledì, settembre 24, 2008

Speed Racer
di Andy and Larry Wachowski, 2008


Se c'è una cosa che hanno dimostrato i fratelli Wachowski, alla loro prima - attesa e difficile - prova dopo la trilogia di Matrix, è che non hanno molte paure. Non temono la polvere del pop, il turbine del kitsch, l'abuso del camp. Il fatto che il loro Speed Racer sia costruito intorno a una struttura così risaputa - romanzo di formazione di un'eroe che guidato dall'emulazione di una figura familiare deve trovare un posto nel mondo al proprio talento innato - dice ben poco sulla bellezza folgorante del film. Così come non sorprende che il film stesso, caramelloso e iperattivo, segnato da maliconie retrò e allo stesso tempo da ambizioni innovative (quindi spiccatamente postmoderno, si sarebbe detto un tempo) non abbia convinto né da una parte, né dall'altra.

Ma con tutte le sue ingenuità, i piattissimi campo/controcampo che si alternano con regolarità alle più sottolineate - moltissime, pazzesche - sequenze sportive, e posto che il tutto va affrontato con uno spirito tale da sopportare per più due ore la tremenda scimmietta Chim Chim (messa lì per accontentare un pubblico di giovanissimi, uno dei tantissimi compromessi del film) e un insopportabile ragazzino che sembra il mini-me di Enzo Salvi, Speed Racer è davvero uno spettacolo incredibile. Soprattutto le sequenze "di azione", certo - ma lo dice il titolo stesso (e il nome del suo protagonista) Speed Racer è poco altro che un cantico della velocità e del colore. Hai detto niente. E in ogni caso si tratta di sequenze che implementano in modo talmente maturo la cultura videoludica, quella del manga e quella del cartoon, da impallare ogni critica sull'onda dell'entusiasmo espressivo che fuoriesce dall'ipercinesi del film. E a patto di poterselo gustare su uno schermo di dimensioni decorose, Speed Racer è anche un graditissimo recupero del piacere del "cinema immersivo", discorso che circolava e impazzava tempo fa e il cui interesse con gli ultimi anni si era un po' affievolito.

Christina Ricci, capelli a caschetto e tute pastello, Trixie fedele e virginale, è illuminante quanto il raggio che colpisce Joliet Jake Blues durante il sermone del reverendo Cleophus James. Ho visto la luce. E ho detto tutto.
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giovedì, settembre 18, 2008

[billo]



Il nuovo episodio di Friday Prejudice. Tipo adesso.
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lunedì, settembre 15, 2008

Sparrow (Man jeuk)
di Johnnie To, 2008


Una bellissima donna si intromette nelle vite di un gruppo affiatato di borseggiatori, dapprima seducendoli e rivelando poi le sue intenzioni - e la sua richiesta d'aiuto.

Quando mi capita di vedere un nuovo film di Johnnie To, mi chiedo sempre quale potrebbe essere, di fronte a un film come Sparrow, la reazione di uno spettatore che non sia stato iniziato ai film del grandissimo regista hongkonghese. Poi mi ricordo della mia reazione, ai tempi di A hero never dies, e mi rendo conto che To non riesce mai a stufarmi. E chino il capo, sempre, di fronte a questo stile che ha raggiunto ormai un assoluto livello di riconoscibilità - ma che non si trasforma mai in maniera. Sia per le sue spaventose capacità tecniche (che sono in ogni singolo movimento di macchina, ma bucano lo schermo grazie ad alcuni piani-sequenza in cui il lavoro degli attori e sugli attori è altrettanto impressionante), sia per la capacità di raccontare, in questo modo, rarefatto ma immediato, un film costruito apparenemente sul nulla - e su un quadrangolo amoroso che, a raccontarlo, sembrerebbe non dire niente di nuovo.

Invece anche quest'ultimo Sparrow, presentato all'ultimo festival di Berlino, film breve e affascinante anche da un punto di vista produttivo (perché girato nel giro di ben tre anni, tra il 2005 e il 2008, nei ritagli di tempo del cast tra un progetto e l'altro), è un ulteriore tassello della sua maestria cinematografica - nonostante rientri in qualche modo nel circuito del To più "lieve" in cui a predominare sono al massimo conflitti di sconfitta e riscatto. Ma Sparrow fa con i pickpocket ciò che era già stato applicato nel cinema di To, più spesso al mondo gangsteristico delle triadi ma anche (come in Throw down, per esempio) in contesti più specifici: ovvero, un film in cui i rapporti tra i personaggi, anche le comunicazioni più profonde e sentimentali (come la fascinazione, il senso di colpa, il tradimento, la fedeltà), sono raccontati, più che a parole (poche, e scelte con cautela), quasi esclusivamente attraverso il posto che i corpi occupano nello spazio, e attraverso il modo in cui gli stessi corpi si relazionano tra di loro, in un'alternanza di stasi e di movimento reciproco che è ormai il più forte dei marchi testuali del cinema di To.

Il risultato è un'operetta leggiadra che assomiglia più a un lungo brano musicale che a un film - o piuttosto, a un'avvolgente, ironica e irresistibile suite di corpi danzanti.
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lunedì, settembre 15, 2008

[ma milan l’è un gran milan]



Con perdonabile ritardo, segnalo che dallo scorso venerdì, e fino a domenica prossima, si svolge a Milano il Milano Film Festival, rassegna cinematografica - e non solo - organizzata da Esterni che ha come centro nevralgico il Teatro Strehler. E che negli anni sta facendo davvero dei passi da gigante: la monumentale retrospettiva completa dell'opera di Terry Gilliam (compresi tutti i film girati con i Monty Python) è solo la punta dell'iceberg di un'edizione ricchissima di sottosezioni - consultabili sul sito ufficiale.

Di quest'edizione non ho ancora visto nulla, limitandomi a scroccare il loro vino all'aperitivo di inaugurazione: l'anno scorso avevo seguito il festival dall'inizio alla fine con grandi soddisfazioni. Ma quest'anno non sono più disoccupato, sono reduce da una devastante scorpacciata veneziana, e il weekend di apertura l'ho passato alla Blogfest di Riva del Garda e al Mart di Rovereto. Ma nei prossimi giorni sarà comunque possibile sgamarmi da quelle parti, anche se più sporadicamente: non sono pochi i titoli che mi fanno gola. Buon festival a tutti, uè.
un post di kekkoz alle ore 13:35 | Permalink | commenti (3) | tags: watch out


giovedì, settembre 11, 2008

[been missing this]



E infatti dicevo comunque ecco c'è il nuovo episodio di Friday Prejudice.
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martedì, settembre 09, 2008

Hallam Foe
di David Mackenzie, 2007


Se è difficile scrivere di un film dopo più di due settimane dalla visione, figuriamoci quanto è difficile scriverne se in mezzo ce n'è stata un'altra trentina. La tentazione è fare un post tutto su Sophia Myles, l'attrice londinese classe 1980 che è diventata una star nel Regno Unito grazie alla sua intepretazione di Madame de Pompadour in uno dei più meravigliosi episodi dell'ultimo Doctor Who, ovvero The girl in the fireplace. Tu che segui Doctor Who sai perfettamente di cosa sto parlando, anzi, hai già i lucciconi agli occhi. E sai che qualunque film contenga scene come Sophia Myles che elenca sinonimi della parola "vagina" è un film che vale la pena di essere visto.

Bando agli scherzi, è come al solito un peccato che Hallam Foe non abbia ancora toccato il suolo italico, nonostante sia già uscito un po' dappertutto. Posso capire però l'esitazione dei distributori: si saranno sentiti raccontare un film in cui un ragazzino timido e un tantino voyeur si prende una cotta morbosissima per una tizia che è la sosia di sua madre morta? Non prima di essersi scopato la giovane donna di suo padre nella sua treehouse? Non c'è dubbio che detto così il film risulti più inquietante di quanto in realtà non sia: tratto dal libro di Peter Jinks, il film è un onesto romanzo di formazione e di passaggio, sostanzialmente doloroso perché passa attraverso il superamento di pulsioni omicide, suicide, e appunto incestuose, ma paradossalmente piacevolissimo e persino lieve, realizzato con grande sapienza dal regista di Young Adam.

E impreziosito da una colonna sonora a cura della Domino Records che inanella roba come James Yorkston, Sons and Daughters, Four Tet, Psapp, e una canzone eponima scritta ad hoc dai Franz Ferdinand. Le illustrazioni invece, tra cui i bei titoli di testa, i disegni che nel film sono opera di Hallam, e alcune immagini inserite durante il film con sorprendente gusto grafico, sono tutte dell'artista scozzese David Shrigley.


Su play.com ve lo mandano a casa con 7 euro. A qualche euro in più c'è la colonna sonora.

Negli USA è uscito un paio di mesi fa, ma con il titolo Mister Foe. Chissà perché.
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lunedì, settembre 08, 2008

[controcampi]



Mad men | Wikipedia | Official site
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sabato, settembre 06, 2008

[leone d'oro]



(tutti i premi qui)
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venerdì, settembre 05, 2008

The wrestler, di Darren Aronofsky
Venezia 65, Concorso

Non avrei mai pensato di poterlo dire, alla vigilia della Mostra e anche della proiezione, ma tant'è: il film di Aronofsky, regista spesso e volentieri maltrattato da queste parti soprattutto a causa dell'orripilante The fountain ma anche per il modestissimo - e altrove spaventosamente sopravvalutato Requiem for a dream - è uno dei film più belli del concorso di quest'anno. Un film lucido e robusto, che segue la tradizione del cinema americano attraverso echi eastwoodiani, e che parla dell'impossibilità di combattere la propria natura attraverso una grande storia di caduta improvvisa e frustrante riscatto, di ineluttabile e malinconico avvicinamento alla morte che mette i brividi. E sul cinema classico, se così si può ancora dire, Aronofsky inserisce suggestioni soprattutto visive sulla mutazione della carne che trovano un'inattesa armonia con lo stile mostrato in questa occasione dal regista - un inaspettato realismo, con la camera a spalla che segue la nuca protagonista per una buona metà del film, e una linearità narrativa che trova un'eccezione quasi solo nell'eccezionale sequenza del combattimento con la sparachiodi. Ma ovviamente il valore aggiunto del film, quello vero, è Mickey Rourke: a quasi 52 anni, l'attore, imbolsito e rallentato, fornisce una di quelle prove d'attore che si vedono al massimo una o due volte a stagione - senza contare l'inquietante identità tra attore e personaggio, quella di Rourke è una performance rara e impressionante, che aggiunge profondità a un film già di per sé bello, intenso, commovente.
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venerdì, settembre 05, 2008

Il seme della discordia, di Pappi Corsicato
Venezia 65, Concorso

Grazie al cielo esiste ancora qualcuno, nel panorama spesso disarmante del cinema italiano odierno dal punto di vista della ricerca visiva (poste le solite note eccezioni), che non solo si ricorda che la forma può veicolare di per sé una sostanza, ma che ci tiene a sottolinearlo in ogni singola inquadratura. Come Pappi Corsicato, che ha confezionato un film delizioso, stilizzato e coloratissimo, pieno di piastrelle, vestiti, pettinature, coperte - in cui ogni take è frutto di stupefacenti scelte di composizione e cromatiche, in cui si ha il coraggio di osare (la scena sublime dell'incontro nel parco, oppure quella dei filtri rossi in cui sono i volti a parlare insieme ai colori) in cui nulla è lasciato al caso - nemmeno il divertito citazionismo "da due soldi" (Potemkin, Via col vento, persino una vendetta tarantiniana virata in rosso). Un'autentica gioia per gli occhi, e anche per le orecchie: la soundtrack è composta quasi totalmente da un numero impressionante di colonne sonore di altri film italiani (con una prevalenza del Morricone "B"). Personalmente l'ho trovato un film (inaspettatamente) favoloso, che non dice nulla di nuovo nell'ambito di un cinema "pop" malinconico che si rifà all'immaginario degli anni '60 (basta guardare la risaputissima per quanto divertente sequenza del balletto di Martina Stella), ma che lo sa dire con un senso plastico davvero entusiasmante, una leggiadria irresistibile, uno stile inconfondibile eppure acquietato rispetto al passato, e un'amore per il "bello" (seppure sui generis) ammirevoli. E poi, Caterina Murino, cavoli. Impopolarmente, mi sbilancio: il miglior film italiano in concorso.
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venerdì, settembre 05, 2008

The hurt locker, di Kathryn Bigelow
Venezia 65, Concorso

Kathryn Bigelow, dopo aver sfoggiato le migliori intenzioni di questo mondo adattando un reportage di Mark Boal (quindi un'esperienza meno "mediata"), e promettendo un film che osserva e riferisce piuttosto che un film che polemizza e filosofeggia, fa semplicemente un film di guerra. Una guerra che forse non conosciamo ancora bene, ma che tutto sommato ricorda altre guerre. E che quindi non ha molto da dire: posto l'assunto narrativo (le vicende di una squadra di artificieri) il film non fa alcun passo avanti. Si tiene vicinissimo ai suoi personaggi, ma dimenticando di ritrarli. Azzecca almeno una sequenza magistrale (quella dell'assedio) ma poi si riassesta su un livello medio che - spiace dirlo, ma solo per la sua collocazione - è quello di tutto il film. Un film medio, dunque, senza particolari doti se non quella di osservare la realtà con un distacco (che se pure manca di autocritica almeno non sfocia nel solito criptopatriottismo del cazzo), che farà la gioia di un vostro sabato sera pizza e dvd.
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giovedì, settembre 04, 2008

Pranzo di Ferragosto, di Gianni Di Gregorio
Venezia 65, Settimana della critica

Un uomo di mezza età si ritrova a Roma da solo a Ferragosto a badare alla madre: per saldare qualche debito, si accollerà anche la madre e la zia del suo amministratore, e anche la madre del suo medico. Quella a Pranzo di Ferragosto, nell'affollata proiezione di ieri per tutti gli accreditati (era la quarta, ma è stata ugualmente presa d'assalto), è stata senza dubbio la reazione più positivamente accesa a cui io abbia assistito durante la mostra, con moltissimi applausi a scena aperta, e uno lungo e rumoroso alla fine, che è sfociato in grida di ovazione liberatoria: e se già all'esterno del Lido si parla di un "caso" come ce ne sono molti anni (l'anno scorso furono Molaioli e Zanasi), dall'interno non si può che confermare l'attenzione particolare rivolta a questo piccolo film prodotto da Garrone e diretto dal suo assistente alla regia e, almeno in occasione di Gomorra, co-sceneggiatore. Attenzione, va detto, del tutto meritata. Non poteva che essere nella sezione della SIC, Pranzo di Ferragosto: un esordio piccino, essenziale, girato in economia, basato su un'idea elementare (sfruttare l'insita comicità delle signore anziane un po' come si fa con la perfidia dei bambini) ma che risulta caldissimo e soprattutto uno spasso micidiale - forse anche perché inserito verso la fine di una Mostra in cui sono molte le storie basate (nel bene e nel male) sulla depressione e sullo scoramento. Non c'è niente di male, anzi: ma questi 70 minuti di risate esplosive, completamente prive di tratti patetici, davvero ci volevano. Una manna dal cielo: e l'impressione che possa funzionare davvero, anche nel "mondo vero" - e che quindi ne sentiremo parlare per un bel po'.
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giovedì, settembre 04, 2008

Rachel getting married, di Jonathan Demme
Venezia 65, Concorso

Con il suo ritorno al cinema di fiction dopo una parentesi documentaristica, Demme mostra di aver fatto tesoro dell'esperienza accumulata - che l'ha cambiato enormemente, professionalmente e forse anche umanamente. E sceglie di raccontare il ritorno a casa di Kym, una giovane ex modella uscita da 9 mesi di rehab per il matrimonio della sorella Rachel, con uno stile di messa in scena che ricorda più i modi del documentario che quelli del cinema tradizionale - con la camera a mano che riprende i preparativi e le nozze con una spontaneità e una libertà quasi naturalistiche, con l'aiuto del formidabile cast e dell'uso davvero geniale della musica intradiegetica. Nonostante non si rinunci a raccontare una storia persino risaputa, nel senso migliore del termine (cioè convenzionale ma per nulla rassicurante) con tutti i "movimenti" classici del caso. La forza e la bellezza di Rachel getting married, uno dei film migliori del concorso di quest'anno e tra i miei favoriti della Mostra tout court, sta proprio qui: nell'essere insieme tradizionale e sperimentale, classico e nuovissimo - oltre alla possibilità di sfoggiare interpretazioni eccezionali come quella di Anne Hataway da una parte, ma soprattutto - piccola ossessione personale - l'eccezionale prova "di sostegno" della splendida e bravissima Rosemarie DeWitt. E pensate un po', nella freddezza di questo post ho dimenticato di dire che esperienza emozionale assolutamente devastante sia, Rachel getting married. Beh, lo è.

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