giovedì, luglio 17, 2008

[threesome?]



Il nuovo episodio pigro e semi-festivo di Friday Prejudice. Eh sì.
un post di kekkoz alle ore 14:19 | Permalink | commenti (7) | tags: friday prejudice


lunedì, luglio 14, 2008

[disclaimer]



Un paio di cosette, di passaggio. Sono stato avvertito da più fronti che il blog è temporaneamente sparito, per qualche ora. Abituali e perdonabili scherzetti di splinder, prontamente risolti. Se capitasse anche a voi, scrivetemi che vi spiego come si fa. Qualcuno si era pure spaventato, forse anche a causa della recente scarsezza di contenuti. In realtà questa carenza è dovuta alla carenza di visioni stesse: ad attendermi c'è una coda interminabile di film che passerò l'estate a recuperare, da The living and the dead a Funny Games US. Però al momento, mi scuso in anticipo, questo blog sarà ancora un po' pigro, per qualche giorno: sto infatti facendo una specie di bizzarra settimana di ferie a Bologna, a due anni dal mio abbandono. Chiedetemelo, quanto sono pazzo a passare delle ferie nella città più calda del centro-nord? Eppure, mi ci sono voluti solo tre giorni per reinnamorarmene, alla follia. Quindi, se siete da queste parti, contattatemi. Oppure ci si vede questa sera al concerto dei Camera Obscura, o in giro a qualche laurea a cui mi sarò spudoratamente imbucato, o alla proiezione collettiva di Hellboy II che si terrà da qualche parte mercoledì sera e alla quale tu, mio giovane amico, sei automaticamente invitato. Ma poi torno, eh. Baci e abbracci.
un post di kekkoz alle ore 15:08 | Permalink | commenti (7) | tags:


giovedì, luglio 10, 2008

[non quello, quell'altro]




Non avete molta scelta: c'è il nuovo episodio di Friday Prejudice.

un post di kekkoz alle ore 13:00 | Permalink | commenti (6) | tags: friday prejudice


martedì, luglio 08, 2008

E venne il giorno (The happening)
di M. Night Shyamalan, 2008


Il cinema di Shyamalan sembra essere destinato a sollevare sempre qualche polemica, oppure qualche polemica di troppo: è nella natura della sua strana filmografia passata diventare oggetto di diatribe fratricide, rissose molestie, vespai. Son cose che fanno solo bene, si intende. Ovviamente, il caso di The happening appare diverso ai miei occhi. La sensazione è che questo suo ultimo film sia quello in cui il regista del Puducherry ha abbassato di più il tiro - caso strano, se si considera che il penultimo, Lady in the water, era esattamente il contrario: il suo film più personale e rischioso.

Si tratta insomma davvero di un film di poco conto, se visto alla luce delle sue opere precedenti, che presentavano una ricerca formale del tutto differente e una spavalderia nella messa in scena che qui è annichilita da una regia inattuale e inadatta, e soprattutto da una direzione d'attori che fa acqua da tutte le parti - in particolare Leguizamo e Zooey Deschanel, che sembra essersi dimenticata del tutto all'improvviso come si recita, mentre Mark Whalberg fa funzionare bene il suo collaudato sguardo imbabolato. Ma nel suo essere un film assolutamente innocuo (credo che irritarsi per un film così dichiaratamente "B" lasci il tempo che trova), The happening riesce non solo a divertire, nel suo piccolo, ma a toccare, a bocconi, la radice della questione, che ha a che fare più con il sistema del cinema catastrofico e apocalittico, che con un eventuale Messaggio Ecologista - come al solito, del tutto pretestuale e secondario rispetto alla riflessione sui meccanismi (ancora fiabeschi) del racconto, e prima di tutto al racconto stesso.

Un film pigro, quindi. Pigro, e molto goffo. Tangenzialmente ridicolo, e buffo a tratti, più che davvero angosciante, ma che azzecca alcune sequenze (per esempio l'ormai notissimo, stupendo incipit, e tutto il prefinale delle baracche - ma non sono le uniche) con una naturalità e con una schiettezza che lo risollevano all'improvviso, che fanno rimpiangere la possibilità di un film differente, più ragionato, forse più "serio", di sicuro meno grottesco, ma che allo stesso tempo ci impediscono di disprezzarlo fino in fondo - al di là dei suoi, stavolta davvero inequivocabili, limiti.
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martedì, luglio 08, 2008

The chaser (Chugyeogja)
di Na Hong-jin, 2008


A questo film si è già fatto accenno qualche mese fa, in un cappello introduttivo sullo stato del cinema coreano "nuovo" in un contesto che si presenta come assai poco favorevole per la coltivazione, anche commerciale, dei nuovi talenti. The chaser, invece, ha fatto il botto: merito anche di un passaparola davvero notevole, visti i tempi, che però, per una volta, sembra faticare a varcare i confini del continente asiatico: demerito del film in sé, oppure è l'occidente a essere meno ricettivo nei confronti del cinema di Seoul?

Il discorso ci interessa fino a un certo punto, trovandoci di fronte a un film simile: perché se The chaser non segna nessun tipo di svolta o rivoluzione, marchiando il territorio persino meno dell'altro "esordio eccellente" della stagione (ovvero Epitaph), e se non è ai livelli di un modello come può essere Memories of murder, si può dire che l'opera prima del trentaquattrenne Na Hong-jin sia un esempio abbastanza esemplare dell'enorme potenziale espressivo e della vitalità narrativa dei giovani registi coreani. Che in questi caso si esprime attraverso un thriller fatto di corse, rapimenti, percosse, solitudini, disperazione, e un senso di ambiguità morale che abbina l'inanità delle istituzioni a un più profondo e radicato senso di impotenza di fronte all'assurdità della vita e della morte. E soprattutto a un'indole pessimista nei confronti delle responsabilità individuali.

Il talento di Na per le sequenze d'azione, incredibilmente "concrete" pur svolgendosi la maggior parte delle volte all'interno di scenari quasi iperrealisti - memorabili gli inseguimenti a piedi tra gli stretti vicoli di accaldate periferie, semideserte o semiabbandonate - fa il paio con questa sensazione di rassegnazione e disillusione cosmica che avvolge il mondo, (i personaggi lottano inutilmente con le unghie contro un destino nero che sembra sempre comunque già scritto), e l'uso sapiente ma spietato della violenza, unito alla performance gigantesca di Kim Yoon-seok nel ruolo di un protettore in corsa contro il tempo e contro il proprio senso di colpa, fanno di The Chaser qualcosa di più di un film semplicemente interessante. Uno dei thriller "metropolitani" migliori degli ultimi tempi, e una discesa inquietante negli abissi umani, e nei sempre più feroci e beffardi giochi del Caso. Senza dubbio, una firma da tenere d'occhio.


Il DVD coreano Regione 3 costa una ventina di euro. Fossi in voi ci farei un pensierino.
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giovedì, luglio 03, 2008

[plink plink plonk]



Tre film del 2007, tre del 2006, uno del 2005, e uno solo del 2008.

Si chiama Estate. Nel nuovo episodio di Friday Prejudice.
un post di kekkoz alle ore 11:49 | Permalink | commenti (2) | tags: friday prejudice


giovedì, giugno 26, 2008

[malòna]



E tutto d'un tratto, il nuovo episodio di Friday Prejudice apparve.
un post di kekkoz alle ore 11:26 | Permalink | commenti (1) | tags: friday prejudice


giovedì, giugno 26, 2008

[hype?]



Joss Whedon's Dr. Horrible's Sing-A-Long Blog.
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martedì, giugno 24, 2008

Wanted
di Timur Bekmambetov, 2008


Immagino che in molti si saranno posti la domanda, e ancora se la stiano ponendo:  che ne sarà negli states dello stile furioso di Timur Bekmambetov, il regista di Night watch e Day Watch (e l'anno prossimo di Twilight watch) che negli ultimi anni ha rivoltato come un calzino la percezione del cinema sovietico aprendo una - potenziale - stagione di rinascita del cinema russo di genere e guadagnando peraltro una montagna di soldi? Gli succederà come a molti colleghi dell'area asiatica?

E immagino che molti abbiano storto il naso di fronte ai moltissimi trailer - rivelatori di solo metà della carnazza, vivaddio - e lo immagino perché l'ho storto anch'io: in tempi in cui l'action movie sta conoscendo una strana piega tamarra (Crank e Shoot em up ne potrebbero essere un esempio), questo esordio americano sembrava voler persino alzare il tiro - a partire da una tatuatissima dark lady con la bocca di Angelina Jolie. Eppure, di fronte al fatto compiuto, non si può dire che "Bek" non abbia fatto un lavoro con i fiocchi. Gli hanno dato da adattare un fumetto, e anche piuttosto tamarro - e quello ha fatto. La differenza con un action qualunque però, seppure non innalzi Wanted ai livelli delle opere migliori della categoria (troppo giocoso e insieme, stranamente, assai poco ironico), è la voglia palese del regista russo di fare quel diavolo che gli pare, pur all'interno di regole abbastanza definite e precise logiche commerciali*, ma non limitandosi mai, nemmeno nelle sequenze "di raccordo", ad appoggiare la macchina da presa e vedere cosa succede, sbadigliando. Anzi.

Così, seppure i cliché si sprechino, soprattutto in fase di scrittura e di costruzione dei personaggi e dei loro rapporti (anche se il terzetto del cast attutisce bene la caduta) e seppure la svolta narrativa, presentata come choccante e sorprendente, sia di un'ovvietà devastante fin dall'inizio, lo stile accumulativo e sfrenato e la personalità ancora fortissima di Bekmambetov permettono di digerire cose che altrove si sarebbero trovate stucchevoli. E non parlo solo dei proiettili con traiettoria curva e via dicendo (nota: per quanto mi concerne, è valido tutto ciò che fa parte di una coerente mitologia interna al testo, e la cosiddetta "illusione di credibilità" spesso non è che un paravento per spettatori sciocchi e privi di fantasia), ma anche il fatto che riesca a funzionare persino il più classico e risaputo dei montage, quello tanto vituperato da Parker & Stone in Team America.

Insomma, Wanted non apre nuovi orizzonti, non racconta nulla di nuovo, e non farà innamorare nessuno. Ma diavolo, non ci si annoia un attimo, si balla sulla poltrona, ti tocca fare il tifo per un personaggio che avresti preso sinceramente a calci in bocca dall'inizio alla fine, muore una valanga (davvero) di gente, e almeno in una sequenza - quella catastrofica del treno e del burrone - si rimane davvero stecchiti. Bella lì.


Al cinema dal 2 Luglio 2008

*si parla però di un contesto action più "adulto" della media: il film è infatti classificato "R" negli USA e "18" nel Regno Unito, per via dell'impressionante body count di cui sopra, ma anche di una quantità di "fuck" davvero notevole - cose che dalle nostre parti, immagino, non faranno alcuna differenza.


un post di kekkoz alle ore 11:40 | Permalink | commenti (25) | tags: stati uniti


lunedì, giugno 23, 2008

[goodbye]



"So I say live and let live. That's my motto. Live and let live. Anyone who can't go along with that, take him outside and shoot the motherfucker. It's a simple philosophy but it's always worked in our family."

George Carlin è morto ieri, all'età di 71 anni.
Era, senza troppi giri di parole, il più grande stand-up comedian vivente.

Su Youtube sono presenti tutti gli "special" da lui realizzati per la HBO.
Eccone alcuni - per ricordarlo, oppure per scoprirlo daccapo.

Dedicategli un pomeriggio.

George Carlin Live on Location at the USC (1977)
George Carlin at Carnegie Hall (1982)
"What The Fuck Am I Doing In New Jersey?" (1988)
Jammin' In New York! (1992)
It's Bad for Ya! (2008)
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giovedì, giugno 19, 2008

[la chiamavano istigazione, vol.2]



Il nuovo episodio di Friday Prejudice. Peace and love, bro.
un post di kekkoz alle ore 15:30 | Permalink | commenti | tags: friday prejudice


giovedì, giugno 19, 2008

L'incredibile Hulk (The incredible Hulk)
di Louis Leterrier, 2008


Per essere un film su cui abbiamo tirato badilate di letame per mesi e mesi, fin da quando era ancora in fase di pre-produzione, e contro cui si erano scagliati quasi tutti - sia i (pochi ma buoni) fan del tragic-melò Hulk di cinque anni fa, sia quelli che avevano detestato quella versione ambiziosa e commercialmente disastrosa - soprattutto di fronte a scelte di cast e di crew che suonavano, e ancora suonano, abbastanza inaudite (in primis Edward Norton come Bruce Banner), per essere tutto questo si può dire in tutta tranquillità che L'incredibile Hulk se la cavi piuttosto bene.

Bisogna capire subito che questa versione, che azzera la versione di Ang Lee ripartendo da capo, utilizzando più che altro come trampolino la serie tv (la prima trasformazione con gli occhi verdi è una citazione esplicita, il cameo goliardico di Lou Ferrigno è rivelatorio, gli intelligenti titoli di testa risolvono in fretta e furia la manfrina mitopoietica come fossero dei credits seriali) accantonando immediatamente l'annosa questione del "confronto" e - secondo la pretestuosa distinzione già utilizzata qui - "spostando" letteralmente Hulk dalla visione autoriale e scespiriana del regista cinese a una prospettiva di più specifico intrattenimento, non si avvicina né al suo precedente né tantomeno ai recenti ottimi risultati ottenuti in casa Marvel - leggi Iron Man - e ha una sceneggiatura (o almeno, quel che ne rimane nel final cut) che sembra scritta da un polygen in ferie oppure da un adolescente frettoloso che tralascia i preliminari nella fretta di passare al fattaccio.

Ma il ritmo concitato dell'action-movie rocambolesco giova anche, in qualche modo, alle vicende dell'omone color smeraldo, permettendogli di schivare con grande agilità i rischio del kitcsch, del camp, del trash, o semplicemente del brutto. L'incredibile Hulk è insomma un film che abbassa le pretese, ma che risulta divertente e anche ben fatto: Leterrier si limita a dirigere cautamente e senza farsi vedere troppo, pur divertendosi parecchio a fare voli d'uccello sulle favelas brasiliane, e che nelle sequenze d'azione, soprattutto quelle finali a Manhattan (con un paio di scene che risentono del post-Cloverfield) mette una furia distruttiva che si accoppia bene con l'ira funesta del verde protagonista. Ma non nascondiamo anche che la parziale riuscita di questo film impossibile sia dovuta a questo nuovo Hulk digitale, che nonostante le scarsissime pretese di realismo interattivo è di una fotogenia e di una bellezza folgoranti - e pure affascinante è la sua nemesi (la parola "abominio" è messa là per far contenti i fan), che fa intuire un improvviso interesse del film per la mutazione, con un risultato horrorifico eccellente. La sequenza della caverna invece è una versione più moscia dell'equivalente in King Kong di Peter Jackson, ma non si può negare che funzioni.

Norton pare ci abbia messo molto del suo, ma l'impietosa forbice degli studios ha lasciato ben poco del suo "studio". Poco male: il suo Bruce Banner, mingherlino ma cazzuto, muscolosetto e cagachiavette, molto più Bill Bixby che Eric Bana, è davvero ottimo. Tim Roth invece, soprattutto seminudo, è quasi più sgradevole della sua definitiva incarnazione maligna: ed è cosa buona e giusta.


Il crossover finale, che non svelo nonostante sia ormai noto da tempo (e stavoltà è prima dei titoli di coda) rende ancora più palese la rilevanza che la Marvel sta dando all'avvento degli Avengers: un progetto monumentale e senza precedenti che, reso possibile solo dalle attuali modalità di comunicazione, potrà cambiare radicalmente negli anni a venire il volto del cinema superomistico, e forse di tutto il cinema mainstream americano. Staremo a vedere.
In ogni caso: è bello rivederlo. Ha un abito adatto a ogni occasione.
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mercoledì, giugno 18, 2008

[goodbye]



Se n'è andata Cyd Charisse.
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lunedì, giugno 16, 2008

Futurama: The Beast with a Billion Backs
di Peter Avanzino, 2008


"The tentacles are coming toward Earth and there's no stopping it. King Kong is too old to save us this time!"

Il secondo film di Futurama, leggendaria serie creata da Matt Groening, prima trombata dalla Fox dopo quattro stagioni nel 2003 e poi recuperata negli ultimi mesi grazie alla rumorosa insistenza dei fan attraverso - appunto - quattro lungometraggi che escono direttamente in DVD per poi essere ritrasmessi "spezzati" in tv, dimostra soprattutto una cosa: che il sottoscritto, quando si tratta di Futurama, prende il pallido senso dell'oggettività rimastogli, lo butta nel cesso e tira la catena.

Perché è abbastanza evidente che The beast sia un bel passo indietro rispetto a quell'enormità che è stato Bender's big score: un po' perché la storia in sé è meno affascinante - là c'era un groviglio di paradossi temporali da far impallidire Philip Dick, qui c'è un alieno "panpoligamo" - ma anche il ritmo, i dialoghi e le situazioni, per quanto meno colme di ammiccamenti ai fan e forse più compatte, sono anche meno esilaranti. E a Bender è lasciata la sotto-trama (deboluccia) della Robot League. Eppure, The beast non mi fa fare neanche un minuscolo passo indietro rispetto all'aspettativa spaventosa che nutro anche per i rimanenti due "capitoli" di questa strana non-stagione. Fosse per me, potrei passare settimane a non vedere altro che film così.

E comunque non mancano le trovate da annali della serie, anche in senso assoluto: per dirne due, la sequenza del Deathball (il gioco di legno del labirinto di legno a grandezza uomo) o l'idea degli ascensori "relativi" (se devi salire, scende il palazzo) - ma ovviamente stiamo parlando di Futurama, diavolo, potrei star qui a elencare scene e sequenze per paragrafi e paragrafi. Facciamo che mi fermo qui, e vi lascio la sorpresa.


Il DVD esce in Inghilterra il 30 Giugno, e a seguire nel resto della galassia.
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lunedì, giugno 16, 2008

In Bruges
di Martin McDonagh, 2008


"My ass let's go. They're filming midgets."

Il primo lungometraggio dell'autore irlandese di Six Shooter, vincitore dell'Academy come miglior corto due anni fa, mi ha colto un po' in castagna: ero pronto infatti a tacciarlo di essere un sacco di cose che, alla prova dei fatti, si è rivelato non essere. Mi aspettavo un certo tipo di film - che a questo punto non saprei nemmeno definire, ma che si situa nelle vicinanze del cinema di Guy Ritchie - e invece mi sono ritrovato davanti un film molto più gradevole di quanto io stesso non sia disposto ad ammettere.

Lo stile McDonagh ce l'ha già, ma non ne abusa, sia nella scrittura arguta che nella regia moderata e quieta. La struttura tripartita aiuta a digerire meglio un boccone più difficile da mettere in bocca che da masticare, e in definitiva dall'ottimo sapore: e tra un primo terzo dichiaratamente (fin troppo?) beckettiano, e un finale che forse in parte lima il contrasto tra i personaggi inserendolo su binari già ampiamente tracciati, c'è una parte centrale - situata tra la rivelazione del "peccato" e quella della "espiazione" - davvero stupefacente nel riuscire a trovare un punto di equilibrio tra i toni grotteschi dei dialoghi, più direzionati verso la commedia ed effettivamente divertentissimi, e un senso di profonda inquietudine morale che cala sui due bravissimi protagonisti (Colin Farrel in testa) e non se ne va più via.

Un film onesto, piccolo ma intelligente, teatrale ma avvolgente: senza capelli strappati, ma senza dubbio una piacevole sorpresa.

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lunedì, giugno 16, 2008

All the boys love Mandy Lane
di Jonathan Levine, 2006


Non si può dire che il giovane regista esordiente Jonathan Levine abbia cominciato sotto il migliore dei segni possibile: il suo primo film sarebbe dovuto essere uscire più di un anno fa, distribuito dalla Weinstein e trainato da Grindhouse - ma l'insuccesso cocente del doppio film di Tarantino e Rodriguez convinse i distributori a liberarsene in fretta e furia. E così, dopo un paio d'anni a fare la presenza fissa nei festival di genere, e dopo l'uscita in alcune nazioni (tra cui il Regno Unito) Mandy Lane approderà nelle sale statunitensi solo quest'estate.

Tutta questa fatica ha contribuito ad aumentare l'hype intorno al film, come se non bastasse l'eccezionale titolo e l'invitante poster. E invece si tratta di un teen slasher piuttosto normale, che non fa molti sforzi per superarne la tradizione, senza nemmeno provare a buttarla sull'ironia, o sul sesso, o sulle metanarrazioni. Anzi, per sua buona parte Mandy Lane è un oggetto piuttosto seriosetto, che non gioca nemmeno con gli ammazzamenti, piuttosto piatti e poco inventivi, figuriamoci la sagacia: niente di male, se non fosse che per tutta la parte centrale ci si annoia davvero a morte.

Il suo problema maggiore è quello di concentrare molto su una sorpresa finale che dovrebbe essere sconcertante ma che in realtà è piuttosto prevedibile, almeno da quando viene fatta la scelta - piuttosto inusuale ma rivelatoria - di svelare l'identità dell'assassino (ovvia) dopo una mezz'ora di film. Per il resto, Mandy Lane è prodotto con una certa cura, e grazie a questa confezione, almeno, non ti viene voglia di distruggere lo schermo a martellate. Visto da questa prospettiva, poteva andare peggio: ma è comunque un altro di quegli slasher in cui le vittime si comportano sempre e comunque nel modo più stupido e irrazionale possibile, e ci lasciano le penne.

Però, una cosa va detta: Amber Heard, classe 1986, è davvero una forza della natura, non solo perché è di una bellezza tanto banale quanto accecante, sia perché entrambe (Amber e Mandy) giocano in modo straordinario con la tipica posa dell'adolescente pura, timida e incompresa. Appunto. Se tutti i ragazzi amano Mandy Lane, allora mi ci metto in coda pure io.


Non ho notizie di un'uscita italiana, ma le possibilità sono molto alte. Nel frattempo, tra un mesetto esce il DVD inglese. Fate voi.
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venerdì, giugno 13, 2008

The wicker man
di Robin Hardy, 1973


Tornato in auge negli ultimi anni anche dalle nostre parti grazie al bistrattato remake americano di Neil Labute, dopo l'uscita nel Regno Unito come "lato B" di Don't look now di Nicolas Roeg, The wicker man visse una lunga stagione nel dimenticatoio.  Conquistandosi però nel corso degli anni lo statuto di cult movie grazie a una fedelissima schiera di ammiratori - ovviamente, soprattutto oltremanica.

E anche a distanza di 35 anni si capisce perché questa definizione calzi così a pennello sul film, che del cult ha molte delle caratteristiche peculiari: scelte stilistiche, linguistiche (le canzoni di Paul Giovanni), di casting, di location, scenografiche, narrative, una carica erotica davvero impressionante, un senso dell'humor nerissimo misto a un diffuso senso d'angoscia - in cima alle quali si trovano le sue travagliatissime vicende produttive (venne girato in gran fretta, d'inverno nonostante fosse ambientato d'estate, e parte del cast, tra cui Christopher Lee, vi lavorò gratis) e distributive: una censura infuriata, la difficoltà di "vendere" un prodotto così bizzarro, i tagli impietosi che ne ridussero la durata di molti minuti per l'uscita in sala.

Ma nonostante le innumerevoli ingenuità e le stranezze di questo fenomenale e anarchico scontro tra natura e cultura, il film di Hardy (che non riuscirà più a dirigere quasi nulla, dopo questo: e sono anni che si vocifera del simil-sequel Cowboys for Christ, che potrebbe uscire quest'anno) fa sfoggio ancora oggi di un eclettismo davvero ipnotico e di un talento per il pastiche senza rivali, che grazie anche alla contaminazione con il musical crea sequenze di grande impatto (prima tra tutte, quella famosissima della danza di seduzione di una Britt Ekland con nudissima controfigura) che culminano con un finale infuocato, visionario e apocalittico, che ha fatto scuola.


Dalle nostre parti il film si è visto solo sul satellite, e fu presentato nella sua versione restaurata al Bergamo Film Meeting qualche anno fa. In DVD inglese si trovano invece diverse edizioni: la più consigliata è questa, che contiene (1) la versione theatrical di 84' (2) il director's cut di 99' creato sulla base di una copia "sopravvissuta" e (3) il CD della colonna sonora.

Se invece siete completamente pazzi, c'è questa.
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giovedì, giugno 12, 2008

[se lo costruisci lui ritornerà]



Il nuovo episodio di Friday Prejudice è online.
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mercoledì, giugno 11, 2008

L'inizio del cammino (Walkabout)
di Nicolas Roeg, 1971


Il primo film del regista inglese, dopo 10 anni di direzione della fotografia (tra cui spiccano La maschera della morte rossa e Fahrenheit 451) e dopo la co-regia di Sadismo (Performance) dell'anno precedente, racconta del viaggio nelle immense e immutabili aree selvagge australiane di una giovane e bellissima ragazza e del suo fratello minore, rimasti soli nel deserto dopo che il padre è impazzito, mettendosi a sparare loro e suicidandosi infine dando fuoco all'auto. Verranno soccorsi da un aborigeno intento a svolgere il suo "walkabout" (rito di iniziazione per cui i sedicenni rimangono sei mesi da soli) che li condurrà attraverso un percorso di immersione nella natura e - in senso più inconscio per i personaggi, palese per noi - di rifiuto nei confronti di una civiltà ritratta in veri e propri segmenti intermedi con piglio grottesco (gli scenziati italiani arrapati) quando non crudele (la fabbrica di statuine, i bracconieri).

Tra i più sorprendenti (e amati) esordi della storia del cinema inglese, il film di Roeg non solo dava un'ideale continuazione a certe istanze sollevate grazie all'avvento e al termine della New Wave britannica, ma allo stesso tempo le superava grazie a uno stile fiammeggiante e personalissimo che rende Walkabout un incredibile quanto inquietante spettacolo, soprattutto per l'eclettismo e la ricchezza linguistica che, in alcuni casi, si trasformano in ricercata ridondanza. Un uso memorabile dello zoom (soprattutto nella prima mezz'ora, per rivelare la solitudine della natura intorno ai due personaggi), ma anche di panoramiche, moltissime macro (sulla fauna selvaggia), grandangoli, persino tendine, fino ad arrivare - nella sequenza dei bracconieri, geniale e quasi insostenibile - a fermi immagine e reverse, e più in generale una varietà di piani e campi che sorprende ancora oggi.

Il film possedeva insomma un coraggio nella sperimentazione inusuale sia per un debutto sia per i tempi, che tradiva sia la sua esperienza di direttore della fotografia (in ogni singola inquadratura si respira il tentativo di far parlare l'ambiente in relazione ai personaggi, e non solo viceversa) sia aspirazioni di deciso ordine teorico - come nella celebre sequenza in cui Roeg utilizza un "montaggio intellettuale" associando la caccia e l'uccisione di un canguro all'opera di taglio di un macellaio. Ma Walkabout non è solo questo: è anche un film di impressionante e immediato impatto estetico ed emozionale, e la stupefacente storia di una scoperta di sé attraverso la scoperta della natura - e, dentro di essa, del pericolo, della paura, della più profonda sensualità, e della morte.


Non esiste un'edizione italiana in DVD. Si può ripiegare sulla edizione inglese o su quella tedesca (entrambe economiche ma senza sottotitoli inglesi) ma se non avete problemi con le Regioni vi consiglio di accaparrarvi la solita edizione Criterion (una delle prime uscite della storica Collection) che è ovviamente di qualità incomparabile alle altre edizioni in circolazione.

La splendida Jenny Agutter aveva 18 anni quando il film uscì, ma 16 anni quando lo girò: con questo sotterfugio, Roeg si permise di includere in montaggio una quantità di scene di nudo - alcune delle quali sottilmente morbose anche se sempre del tutto funzionali - che oggi sarebbe del tutto impensabile. Se la cosa vi tocca, siete avvertiti. Allo stesso modo: se vi impressionano, anche minimamente, gli animali morti nei film, statene alla larga.
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martedì, giugno 10, 2008

L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza (O Ano em que Meus Pais Saíram de Férias)
di Cao Hamburger, 2006


A un anno e mezzo dall'uscita in patria, e dopo aver fatto incetta di premi in tutto il sudamerica e non solo, O ano em que meus pais è arrivato finalmente anche dalle nostre parti: diretto da un regista quarantaduenne di origini italo-tedesche, il film è un piccolo e intimo racconto di formazione su un dodicenne che viene lasciato dai genitori, dissidenti del regime militare, alle cure del nonno, non sapendo della morte improvvisa di quest'ultimo, durante l'estate in cui il Brasile di Pelé e Jairzinho si portò a casa la terza Coppa del Mondo di Calcio battendo l'Italia di Valcareggi.

O ano em que meus pais è un film gradevole, costruito con grande cura e scritto con la giusta dose di delicatezza e con equilibrio. Ma la grande fortuna di Cao Hamburger è soprattutto quella di aver lavorato con i bambini e per i bambini, con un programma chiamato Castelo Rá-Tim-Bum: perché la forza di questo suo film sta proprio nella capacità di abbracciare il punto di vista di un preadolescente - che è spesso più conscio di ciò che gli accade intorno di quanto gli adulti non vogliano ammettere, ma che allo stesso tempo è caratterizzato da un continuo cambio di prospettiva sulle cose, e dalla difficoltà di focalizzare con precisione la realtà.

Lo sguardo di un dodicenne sulla Storia, soprattutto su eventi che cambieranno il corso della vita sua e altrui, è sempre un misto di consapevolezza e confusione, di bisogno di consuetudine e paure inconsce, e queste sensazioni spesso dimenticate Hambuger sembra conoscerle - o forse ricordarle - alla perfezione. E per qualche istante, o meglio, per buona parte del film, le fa ricordare anche a noi.

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