venerdì, novembre 20, 2009

un post di kekkoz alle ore 13:26 | Permalink | commenti | tags: friday prejudice


mercoledì, novembre 18, 2009

Zombieland
di Ruben Fleischer, 2009


Pur mostrandomi convenientemente gasato a priori, era difficile investire incontrastata fiducia in un progetto come Zombieland: un po' perché Fleischer è un esordiente e i due sceneggiatori hanno un curriculum difficilmente verificabile, un po' perché la horcom sembrava aver esaurito tutto quello che aveva da dire dopo essersi moltiplicata in un numero di epigoni di Shaun of the dead. E anche perché la stagione per il genere horror e le sue contaminazioni sembrava già troppo positiva.

E invece Zombieland finisce lassù, in cima alla lista. Lo riconosco, che a volte sembro entusiasta e poi in realtà si tratta di un dato relativo: difficile quantificarlo in senso oggettivo, l'entusiasmo. Stavolta però si fa sul serio: Zombieland è davvero uno dei film più divertenti, scatenati ed esaltanti dell'anno. Una "commedia on the road con gli zombi" ambientata in un'America abbandonata e dominata dai morti viventi, i cui relitti sono osservati con cinico distacco e dove l'ultimo dei sopravvissuti è colui per il quale un contagio globale non faceva poi questa gran differenza. Un film scritto e interpretato talmente bene da riuscire persino a mettere gli zombi in secondo piano. Tanto che a un certo punto quasi non servono più.

Tutt'altro che una robetta scema e vacua, insomma. Se Rhett Reese e Paul Wernick mostrano una consapevolezza impressionante delle regole (appunto) del gioco e ne fanno buon uso per compiacere il nerd e il cinefilo infarcendo il film di trovate, Ruben Fleischer stupisce con una messa in scena immediatamente esplosiva - i primi 5 minuti del film sono tra i migliori incipit dell'anno, se non il migliore. Il cast non potrebbe essere meglio assortito, soprattutto l'improbabile buddy relashionship tra Jesse Eisenberg e Woody Harrelson, ma anche Emma Stone (già addocchiata in Superbad e The house bunny) è adorabile. Mentre è proprio geniale la trovata delle sovraimpressioni tridimensionali: non soltanto un gioco ma un vero "svelamento" dei meccanismi narrativi e degli innesti della sceneggiatura.

E come se tutto questo non bastasse, c'è tutta la lunga sequenza ambientata nella villa di un certo attore: assolutamente sublime.



Il film uscirà in Italia, pare, nel maggio 2010 con il titolo Benvenuti a Zombieland. Alla faccia del tempismo.
un post di kekkoz alle ore 23:44 | Permalink | commenti (14) | tags: stati uniti


mercoledì, novembre 18, 2009

Gli abbracci spezzati (Los abrazos rotos)
di Pedro Almodóvar, 2009

Se il cinema di Almodóvar ha preso sempre più una piega definitivamente cinefila, di questo percorso Los abrazos rotos è probabilmente il punto di arrivo e il culmine: la mescolanza di noir e melodramma pesca sia dalla tradizione americana che da quella europea, ma questa volta si scoprono davvero quasi tutte le carte: quando in un film un personaggio si avvicina a uno scaffale pieno di dvd e comincia a elencarne i titoli è chiaro dove si voglia andare a parare.

Ma l'ultimo lavoro del regista spagnolo non è soltanto straboccante e strabordante di citazioni, spudoratamente compiaciuto nell'omaggiare il suo cinema del cuore (da Sirk a Malle a Visconti) e il suo stesso cinema (la riproposizione finale del metodo-Almodóvar anni '80), ma è anche un'opera splendida a vedersi grazie alla fotografia satura e precisa (di Rodrigo Prieto, che viene da Inarritu) e soprattutto un film complesso e stratificato su una magnifica ossessione. Duplice: quella per una donna e quella per un film, per cui i nuclei narrativi come il triangolo amoroso e tematici come la scopofilia (una delle citazioni più palesi è quella di Peeping Tom, capolavoro di Michael Powell), rimandano sempre e comunque a un fattore comune: l'eterno abbraccio tra la vita e l'immagine, unite e insieme spezzate dalla lama bidimensionale di uno schermo.

Forse l'intenzione di girare la sua confessione definitiva di fronte all'altare del cinema, di "girare il suo 8 e mezzo" insomma (non a caso il film è presente nello scaffale di cui sopra) fallisce sotto il peso di una sceneggiatura che sa lavorare alla perfezione su stilemi dei generi ma che giunti alla resa dei conti non evita di dilungarsi in didascalie che parlano sicuramente meno di uno sguardo di Penélope Cruz. Ciò nonostante, è proprio in quest'abbraccio non più filtrato tra il regista e la sua arte che ritroviamo il miglior Almodóvar, ne riscopriamo la passionalità - e, qua e là, persino il genio.
un post di kekkoz alle ore 15:05 | Permalink | commenti (4) | tags: spagna


venerdì, novembre 13, 2009

[awww]



Toh, c'è il nuovo episodio di Friday Prejudice. Almeno è breve.
un post di kekkoz alle ore 02:13 | Permalink | commenti | tags: friday prejudice


giovedì, novembre 12, 2009

Nemico pubblico (Public enemies)
di Michael Mann, 2009


Come sia andata, nel rapporto tra me e questo film, è cosa assai curiosa: mentre "manniani" ben più convinti di me hanno aspettato questo film come l'avvento di un messia per mesi per poi dirsi, almeno nella metà dei casi per quanto riguarda le mie conoscenze, sostianzialmente delusi di fronte al fatto compiuto, complice la freddezza della critica americana ho aspettato questo film con la certezza che non mi sarebbe piaciuto.Quando mi sono deciso ad affontarlo, l'ho fatto quasi con aggressività. Vieni e colpisci, Michael Mann. Non mi fai paura.

E non si può dire che Mann non ci abbia messo del suo, per non farsi piacere: perché la prima metà secca del film, dopo l'ottima partenza (anche se lontana millenni luce dall'incipit di Miami Vice), è un'esperienza piuttosto frustrante. Nei primi 70 minuti, tutto quel che ha da dire e da mostrare, il regista lo mette soltanto in ciò che lo interessa di più, da spudorato romantico qual è, ovvero nel rapporto amoroso, dichiaratamente distruttivo, utopico e fallimentare e proprio per questo incredibilmente struggente, tra il John Dillinger di Johnny Depp e la Billie Frechette di Marion Cotillard. E ancora di più, la dialettica tra John Dillinger e Melvin Purvis: che semplicemente, non esiste. Ed ancora presto per accorgersi che forse è semplicemente irrilevante.

Poi il film prende un'altra piega - prima di tutto inserendo una sequenza assolutamente fenomenale e rivelatrice come quella dei "due Dillinger" nella sala cinematografica (ben prima che il cinema finisca al centro di un'altra delle sequenze-cardine del film), e diventando poi tutto ciò che non era riuscito a essere fino ad allora, con un'accelerazione cupa e violenta che non lascia tregua fino ai due finali - uno che si confà ai toni più canonici dell'epopea gangster, l'altro disperato e struggente come l'ultima delle lacrime. E' davvero un grande film, la seconda metà di Public enemies: persino l'arrancante fotografia digitale, che nelle scene dialogate e nelle più assolate sequenze della prima parte sembrava ingiustificata quando non irritante, crea finalmente il ricercato contrasto con la patina della ricostruzione storica - dopotutto, il set decoration è l'ultimissimo problema di Mann: dopo la Los Angeles di Collateral e la Miami di Miami Vice, Public Enemies è un film disperatamente antropocentrico. Un film in cui persino i grandangoli vengono usati per i primissimi piani, un film che si poteva girare anche in un teatro di posa vuoto.

E nonostante il crescendo d'azione e le sparatorie gli consentano, come già nei film immediatamente precedenti, di lavorare sul montaggio sfruttando proprio il digitale in modo furioso, e sulla costruzione dei corpi nello spazio in modo davvero sublime, la messa a fuoco di Public enemies rimane la stessa della prima metà, ben precisa - la speranza che John Dillinger ha visto negli occhi e nella bocca di una donna con cui ha scelto di danzare, di fare l'amore, e infine di provarci. Lo si vede dall'attenzione che Mann dedica a scene come quella, magistrale, dell'arresto di Billie, della rabbia soffocata di Dillinger che arretra e si allontana in lacrime. Da lì in poi, in mente c'è solo un destino macchiato di sangue, che è come la foto mancante sulla bacheca dell'ufficio dei federali, spiata dal punto di vista di un fantasma innamorato che si prepara a morire sul serio.
un post di kekkoz alle ore 19:33 | Permalink | commenti (12) | tags: stati uniti


giovedì, novembre 12, 2009

Moon
di Duncan Jones, 2009


Presentato all'ultimo festival di Sundance e poi accolto in USA e UK con unanime entusiasmo, il primo lungometraggio diretto da Duncan Jones è davvero una bella sorpresa - forse, dandogli tempo, una di quelle che lasciano il segno: Jones si dimostra fin da principio un regista e soggettista abile e sensibile, ma il fatto che più sconcerta è come questo suo esordio vada in una direzione differente rispetto a quella che siamo abituati a vedere nelle opere prime - più cupa e "sottrattiva": una scelta impeccabile, per quello che vuole ottenere.

Infatti Moon è costato "soltanto" 5 milioni di dollari, eppure è anche uno dei film di fantascienza più rigorosi e profondi degli ultimi tempi: forse perché Jones ha il coraggio di non chinare la testa di fronte ai classici, di genere e non solo, ispirandosi addirittura con sfrontatezza a modelli "alti" come Solaris e 2001: Odissea nello spazio (il computer di bordo GERTY rappresenta una curiosa variazione sul tema di HAL) restituendo al grande schermo un'idea di fantascienza filosofica e metafisica che era andata perduta - il tutto con pochissimi elementi (un solo attore, ovviamente enorme, un set claustrofobico, un conto alla rovescia, una paura, una rivelazione, l'impulso alla libertà) che permettono di andare a fondo in una riflessione decadente e malinconica sull'uomo e la sua identità. Senza rinunciare all'impatto visivo, ovviamente, e soprattutto a una notevole ricerca, fin nel dettaglio, sull'armamentario futuribile - di cui il film fa sfoggio senza un briciolo di spocchia.

Difficile dire granché senza rivelare dettagli della trama: fatto sta che Moon riesce da solo a dare una boccata d'aria a un genere forse soffocato da un decennio di sensazionalismi, e che l'opera prima di questo 38enne inglese - che per un caso non tanto fortuito è pure il figlio di Ziggy Stardust - sembra già quella di un autore affermato, con una sua mitologia e, parrebbe, una sua ben definita impronta personale.

L'universo narrativo dovrebbe secondo le intenzioni di Jones dare vita a una trilogia*: speriamo, e confidiamo, che gli episodi successivi mantengano anche solo la metà di ciò che Moon promette.

Nei cinema dal 4 dicembre 2009

Il dvd britannico esce il 16 novembre e si può già acquistare.



*per quanto fonti riportino questa informazione, è in realtà improbabile che una trilogia si completi in questi anni: i prossimi progetti da regista di Duncan Jones dovrebbero infatti essere altri due film. Il primo è Source Code, scritto da Ben Ripley con Jake Gyllenhaal su un soldato che prima di un'esplosione si ritrova nel corpo di un'altra persona, e prima ancora Mute, un progetto più piccolo, un noir fantascientifico ambientato nella Germania del 2046.
un post di kekkoz alle ore 14:00 | Permalink | commenti (14) | tags: regno unito


mercoledì, novembre 11, 2009

Una notte da leoni (The hangover)
di Todd Philips, 2009


Non ci sarebbe molto da dire su questo film, amatissimo dalla critica in patria e dagli amanti della commedia americana, che non si possa riassumere nella frase tanto sciocco quanto divertente. Insomma, se Cose molto cattive di Peter Berg aveva il coraggio di andare più in là su un canovaccio analogo mentre Philips si ferma alla divertita goliardia, e se il film non è proprio un gioiello di comicità raffinata (spesso è episodico e, come spesso accade, gioca molto su personaggi di secondo piano scelti dalla pletora di comici della nuova comicità USA: qui Ken Jeong e Rob Riggle), nonostante ciò The hangover è veramente uno dei film più spassosi dell'anno. Tutto lì, alla fine: ma volendo dire altro?

I punti di forza del film, che gli permettono di smarcarsi dagli ormai risaputi meccanismi della bromedy, misoginia scalpitante inclusa, sono fondamentalmente due. E il primo è ovviamente la struttura, che ha l'idea brillante di togliere del tutto dalla scena un elemento che chiunque si giocherebbe come cardine, cancellarlo e sostituirlo con tutta una specie di detection story e basando quindi l'intero film su un vero e proprio buco nero narrativo (che permette di giocare anche con aspettative e i meccanismi di sceneggiatura: la verità sul pollo?) per poi rivomitare il tutto fuori fuori alla fine, nei titoli di coda, quando si pensava che "la verità", tra virgolette, non sarebbe mai arrivata. Il risultato a quel punto è un'esplosione decisamente esilarante: ma non c'è dubbio, Philips e soci hanno scelto la strada più lunga, tortuosa e difficile. Onore a loro, visto che sono stati ben ripagati: scendendo a patti con il proprio cervello, ci si diverte davvero come pazzi. Tutto lì, alla fine: volevate di più?

Il "di più" è il secondo punto di forza, in realtà ancora più rilevante: ovvero il personaggio di Alan. Il vero elemento di rottura del film, una forza anarchica e devastante, a cui non sono solo affidate tutte le battute migliori ma che riesce tra le pieghe di frasi non dette ad aprire scenari quasi disturbanti - anche, perché no, en passant, sul contesto sociale in cui è inserito il film. Per lui e per Zach Galifianakis, scusatemi tanto, non ho parole se non di entusiasmo.
un post di kekkoz alle ore 12:48 | Permalink | commenti (16) | tags: stati uniti


martedì, novembre 10, 2009

500 giorni insieme (500 days of Summer)
di Marc Webb, 2009


Per un motivo o per l'altro, il lungometraggio d'esordio di Marc Webb, presentato al Sundance lo scorso inverno e poi a Locarno in estate, è divenuto uno dei casi dell'anno - anche per via del collegamento inevitabile tra il film e il suo target o pubblico di riferimento: può essere preso sul serio, si sono chiesti in molti, un film in cui l'incontro fatale tra i due protagonisti avviene grazie a una canzone degli Smiths, con tutto quello che gli Smiths rappresentano? Oppure, se esiste una linea del paraculo, questa è stata bellamente superata?

Sono la persona sbagliata a cui porre questa domanda: io avevo già preso sul serio Garden State, che innescava una storia d'amore in modo analogo ma con un pezzo degli Shins. E aggiungo due considerazioni: la prima, che essere paraculo non è un difetto di per sé, se poi viene fuori un bel film. E che una colonna sonora bella (o bellissima, come nel caso di questo film) non ha mai fatto male a nessuno. Comunque, tutte le considerazioni in merito si possono/potevano fare, e sono state fatte, anche a priori, ben prima di vedere il film. Una volta chiuso il capitolo, lo possiamo vedere, questo benedetto film?

Detto, fatto: e la verità è che forse è stata fatica sprecata: 500 days of Summer è una commedia romantica, punto. Divertente, e perfettamente inserito nel suo contesto, il film di Webb è in realtà molto più disilluso e cinico e molto meno pucci di quanto dia l'impressione: ma niente di rivoluzionario come, allo stesso tempo, niente per cui imbestialirsi - se si esclude la performance stralunata di Zooey Deschanel: e lì, va da sé, è solo questione di gusti. In un esordio, quanto si poteva chiedere di può rispetto a un film così ben scritto e così ben girato, anche se con le sue diaboliche tentazioni? Mi riferisco alla complessa struttura a incastro da primo della classe e a qualche derivetta da videoclip: ma se la prima è funzionale allo smarrimento amoroso del protagonista, anche le seconde (come il musical o la stilizzazione grafica) sono gestite con buon talento visivo.

Poi, le ambizioni si fermano a un certo punto, che a mio avviso è anche il punto giusto, è il punto che riesce a mantenere l'equilibrio tra la leggerezza del film e la sua "riconoscibilità", più generazionale che universale - anche se qua e là Webb prova e talvolta riesce anche a infilarci qualcosa di più: come la geniale e ultra-citata sequenza in split-screen su "aspettativa e realtà" che, toh, guarda caso, si applica così bene anche al film stesso. Una buona commedia romantica (o anti-romantica, fate voi) è merce rara, di questi tempi. Una di quelle che chiede tanto così, ma che stavolta restituisce qualcosa di più. Quanto basta? Quanto basta.

Nell'edizione italiana Summer si chiama Sole, e vabbè: ma per chiunque abbia visto il film o sappia di cosa diavolo parli, il titolo italiano è davvero un EPIC FAIL.

Nei cinema dal 27 novembre 2008
un post di kekkoz alle ore 14:23 | Permalink | commenti (16) | tags: stati uniti


lunedì, novembre 09, 2009

The house of the devil
di Ti West, 2009


Quando un film prende esplicitamente la strada dell'omaggio cinefilo, è inevitabile che si passi attraverso una fase in cui ci si domanda come e quanto il film riesca a riprodurre o a far riaffiorare lo spirito di un determinato tipo di cinema. Dopo ciò, è ovvio, bisognerebbe andare anche a vedere se il film riesca effettivamente a funzionare al di là del gioco citazionista, anche del più filologico e/o appassionato.

In tal senso, The house of the devil è una gran bella sorpresa, e lo è su entrambi i fronti: osannato da alcuni blog americani come uno dei migliori horror dell'anno (o addirittura il miglior) ma sostanzialmente apprezzato anche dalla critica più "tradizionale", il terzo film di Ti West, passato al vaglio del video-on-demand per poi trovare una distribuzione nelle sale americane in occasione di Halloween, è tutte e due le cose. Prima di tutto, è un film che riproduce in modo perfetto, dalla fotografia alle musiche, dai titoli alla struttura, la sensazione palpabile di un horror girato negli anni '80 (oltre che ambientato negli anni '80, per rendere tutto ancora più chiaro)

Che l'interesse del progetto vada in questa direzione lo dimostra anche la scelta di girare in 16mm invece che lasciare più facilmente alla post-produzione il lavoro di riproduzione della "patina" di quegli anni. Ma pur essendo un film che sembra nato appunto per far gongolare gli appassionati del genere, The house of the devil è molto altro - è un horror scaltro e ambizioso, quasi "intellettuale" eppure sinceramente "scary", un cupo incubo satanista come non se ne fanno più e girato come nessuno oserebbe più fare: rimandando allo sfinimento il "succo" della questione, montando il senso d'angoscia fino all'inevitabile doccia di sangue.

Il film è infatti tripartito: nella prima mezz'ora non succede assolutamente nulla, tutto è giocato su accenni musicali e "canoni" visivi e sonori (o entrambi: il telefono pubblico che squilla). A mezz'ora c'è una prima esplosione di violenza, improvvisa quanto annunciata, che rimane isolata ma che permette di alzare il tiro: da quel momento in poi ogni minimo dettaglio può diventare, e diventa, un tangibile presagio di morte. Per la catartica mezz'ora finale, con una chiusa beffarda in linea con i classici, bisogna aspettare più di un'ora.

Un gran film, a tutti gli effetti - anche grazie a un gran lavoro sul cast: i due padroni di casa Tom Noonan e Mary Woronov sono una garanzia, e c'è anche la stupenda Greta Gerwig, musa del cinema mumblecore. Ma il grosso del lavoro se lo accolla la semi-esordiente, meravigliosa, protagonista: Jocelin Donahue.

Link: Nanni Cobretti su I 400 Calci, Hunter Stephenson su Slashfilm, Metacritic.
un post di kekkoz alle ore 13:20 | Permalink | commenti (7) | tags: stati uniti


giovedì, novembre 05, 2009

[sulle due cime del Kilimanjaro]



Il nuovo episodio di Friday Prejudice.
un post di kekkoz alle ore 19:44 | Permalink | commenti (2) | tags: friday prejudice


mercoledì, novembre 04, 2009

Recount
di Jay Roach, 2008


Vincitore dell'ultimo Emmy come migliore film televisivo dell'anno passato (premio consegnato postumo anche al produttore Sydney Pollack), resoconto romanzato ma millimetrico del macello che avenne in Florida nelle settimane successive alle presidenziali statunitensi del 2000 e che portò all'elezione di George W. Bush, Recount ha prima di tutto un merito immediato: quello di far sì che ci si capisca qualcosa. Merito dell'impeccabile esordio alla sceneggiatura di Danny Strong, attore televisivo visto tra l'altro in Buffy e Gilmore Girls, mostra una grande scioltezza nel muoversi tra le regole elettorali e il loro sovvertimento, tra il desiderio eroico di democrazia e i compromessi di un sistema zoppicante.

Facile perdersi qualche passaggio storico o numerico, ma poco importa - anche perché come da tradizione anche Recount è un film di personaggi. La differenza la fa quindi anche il cast, con performace radicalmente distanti: un ritrovato Kevin Spacey, proprio perché nella parte di un personaggio dai caratteri smussati e poco incisivo; Tom Wilkinson che interpreta un repubblicano con professionalità e distacco, e non a caso è un attore britannico; e soprattutto Laura Dern (premiata con un Golden Globe) che porta sullo schermo una Katherine Harris sopra le righe, quasi parodistica, ritratta con un maturo senso del ridicolo e con spietata lucidità. Jay Roach, premiato anche lui con l'Emmy, in passato è stato un pessimo regista alla guida di celebri commedie, ma qui è irriconoscibile: astuto, preciso, gagliardo. Il piccolo schermo gli fa bene.

Il film è disponibile in DVD inglese e ve lo tirano dietro.
un post di kekkoz alle ore 15:52 | Permalink | commenti (1) | tags: stati uniti


mercoledì, novembre 04, 2009

The Goods: Live Hard, Sell Hard
di Neal Brennan, 2009


"Ahhhh, it feels like a Smurf jizzed all over my face!"

Più che un film, The Goods sembra un esperimento di resistenza: quanto si può tirare la corda riproponendo pedissequamente gli elementi di film precedenti - in questo caso quelli, stracitati, della premiata ditta Ferrell-McKay? Si può ottenere lo stesso risultato cambiando semplicemente l'ambientazione e il cast (e nemmeno tutto) e lasciare che il pilota automatico faccia il resto? Un esperimento, dicevo: perché mettere Jeremy Piven a fare il verso a Will Ferrell in un quasi-sequel di Anchorman con la regia in mano a un (quasi) esordiente suona quasi masochistico. Uno va a cercare una spiegazione.

Quasi consolante, anche perché conferma presagite impressioni, che la risposta insomma sia proprio che no, non si può - e che stanno pure cominciando a rompere le balle, oltre che la corda. Si intenda, The Goods le sue risate le strappa, se non cercate altro potreste pure essere accontentati. Ma a funzionare è sostanzialmente solo il nutrito cast di caratteristi di contorno (in particolare Kathryn Hahn: il cielo la benedica, adesso posso avere un film tutto su Babs Merrick?) con un sistema che a posteriori lascia di stucco: a ciascuno viene affidata una gag, una sola, che sia riuscita o meno, da reiterare per tutto il film. Tutto lì. Il fatto che un paio portino a casa la giornata e due ghignate è più colpa della nostra contingente deficienza e dell'attrazione per sciocchezze simili che merito del film*.

Inutile dire che il resto sia quantomeno disastroso, Don Ready è il solito americano arrogante e presuntuoso fino all'ovvia redenzione finale ma stavolta non funziona, non buca lo schermo, fa pure un po' innervosire. Colpa di Jeremy Piven? Fino a un certo punto: è anche colpa di una scrittura che non fa più un briciolo di sforzo, un cinema addormentato su se stesso che avrebbe bisogno di una scossetta e che invece si accontenta di ripetersi allo sfinimento.

*le due sequenze con Will Ferrell himself, prima con la "pioggia di dildo" e poi con i due angeli che insultano Piven in gospel, mi hanno fatto ridere come un cretino - e non nascondo un senso di leggera vergogna.
un post di kekkoz alle ore 13:14 | Permalink | commenti (1) | tags: stati uniti


lunedì, novembre 02, 2009

Nel paese delle creature selvagge (Where the wild things are)
di Spike Jonze, 2009

(questo post, per forza di cose, è una rielaborazione più noiosa di quanto già detto di là)

Sapete che c'è? Che un po' vi capisco. Sono molte le volte in cui, di fronte a un dissenso totale sullo stesso film da parte di persone intellettualmente abili, pur invocando un soggettivismo e un rispetto per le opinioni altrui che da queste parti sono sacri o quasi, non sono riuscito a capire dove stia il problema. Negli anni, tempo fa, li abbiamo chiamati "film divisòri", un termine scherzoso che nascondeva un certo imbarazzo e, in alcuni casi, ne sono sicuro, un certo livore e una sana incomprensione.

Stavolta è diverso: comprendo perfettamente, Where the wild things are è un film che può lasciare insoddisfatti, scontenti, arrabbiati. E se ne scrivo qui è perché questo è uno degli aspetti questo film che trovo più interessanti, almeno a posteriori. La mia interpretazione più semplice è che si tratti un film di fronte a cui bisogna per forza abbassare la guardia, un film che può non funzionare - o meglio: che non può funzionare da spalti scavati nelle trincee. Quelle delle opinioni degli altri, delle nostre aspettative, del filtro di cinismo che spesso e volentieri ha l'utile funzione del frutto proibito ma che, davvero, stavolta non ha senso di essere portato con sé in sala.

Non è un problema mio, forse, né vostro, né probabilmente del film, insomma: quello che Jonze è riuscito a portare sullo schermo con tutta questa fatica (che si vede, e che lo rende irrisolto, sì, ma anche materico e "pesante", quasi come i passi dei mostri selvaggi), è qualcosa di spudoratamente, oscenamente personale che non si ferma alla riproposizione meccanica di un sistema onirico né alla stesura di una tematizzazione del contrasto tra infanzia ed età adulta. Sarebbe troppo facile. Jonze invece ha puntato a un'immersione visionaria senza compromessi, senza nemmeno il beneficio dello scarto del punto di vista (ad eccezione di una brevissima scena verso la fine, il film è narrato esclusivamente attraverso l'osservazione di Max, artificio che rende quella stessa scena così straniante e "violenta"), una cosa piuttosto difficile da accettare, se non scendendo a patti con il proprio inconscio - e forse, a volte, con il proprio passato.

Pur non essendo il miglior film dell'anno né il capolavoro infallibile che qualcuno, forse scioccamente, dava per scontato (e perché mai, visto che non è diretto da un regista infallibile?), Where the wild things are è in realtà un film che mi ha colpito a livello più primordiale - che ha toccato me, personcina che scrive questo post, per il quale non riesco a provare una profonda simpatia (che, capiamoci bene, ha anche a che fare razionalmente con il risultato in sé, con ciò di cui il film parla, con ciò che il film ottiene, soltanto che è meno divertente discuterne ora), che mi ha trascinato e da cui io, insieme a molti altri, ho avuto la fortuna e la sfrontatezza di farmi trascinare, fottendomene.

Quindi ecco che c'è, che vi capisco. Ma stavolta, di essere nel torto, sono ben lieto.
un post di kekkoz alle ore 16:13 | Permalink | commenti (19) | tags: stati uniti


lunedì, novembre 02, 2009

Deadgirl
di Marcel Sarmiento e Gadi Harel, 2008


Per avere una prima idea di cosa vi aspetta, potete dare un'occhiata alle motivazioni del rating "R" da parte della MPAA: "strong aberrant sexuality, graphic nudity, bloody violence and pervasive lanuage". Se non fosse abbastanza chiaro: Deadgirl è un film che raccoglie la vasta eredità dei film (non solo horror) in cui la metafora dominante è l'estremizzazione dei conflitti adolescenziali, in particolare all'interno dell'universo delle high school, spostando più in là i confini del raccontabile e - pur con un uso preponderante del fuoricampo - del rappresentabile.

Quel che Sarmiento e Harel ottengono è uno dei film più volutamente sgradevoli degli ultimi anni, e non solo per la puntuale scena di catrazione: due giovani "loser" trovano nei sotterranei di un ospedale abbandonato una donna nuda e apparentemente morta legata e nascosta sotto un telo di plastica. Ma la donna "non muore". Decidono di fare di lei quello che difficilmente un personaggio di un film, anche il più malato, avrebbe fatto. Non solo: nell'economia narrativa e alla luce del ritratto dei due personaggi, sembra quasi una scelta obbligata - che lo rende ancora più inquietante.

In realtà Deadgirl è un film più interessante che davvero riuscito, molto limitato sia produttivamente (e sospetto che non sia solo una questione economica) che nel suo concentrarsi su una serie ristretta di elementi narrativi e provocazioni gore. Ciò nonostante, è anche un film visivamente molto libero e indipendente, oltre che sinceramente disturbante: senza bisogno di usare la parola con la Z e senza addormentarsi sul facile grottesco, decide invece di andare a scavare con le unghie e con i denti nel purulento buco nero nascosto nel petto di una generazione.
un post di kekkoz alle ore 15:00 | Permalink | commenti (8) | tags: stati uniti


giovedì, ottobre 29, 2009

un post di kekkoz alle ore 16:58 | Permalink | commenti (2) | tags: friday prejudice


martedì, ottobre 27, 2009

Orphan
di Jaume Collet-Serra, 2009


Sono molti gli elementi che danno una scossa a Orphan permettendogli di rendersi interessante (e non certo un horroraccio da due soldi), ma il primo è probabilmente la presenza scenica di Isabelle Fuhrman. Questo film sarà pure una spassosa sciocchezza, ma io di dodicenni che recitano così, e così bene, ne ho viste davvero poche. Il film passa e va, la Fuhrman resta. L'altro lato della medaglia è la coppia di "adulti" protagonisti, Vera Farmiga e Peter Sarsgaard, che sono veri attori, recitano, funzionano: la cosa fa la differenza più di quanto si possa immaginare.

C'è altro, in realtà: anche se, come capita spesso ai thriller che giocano molto su un twist narrativo così forte, gran parte del minutaggio è palesemente preparatorio e ciò che più caratterizza il film è la parte finale. Ma se Orphan riesce, con una perfetta sequenza-climax in montaggio parallelo, a imboccarci una svolta narrativa così sensazionale e bislacca senza farci dire bif, facendola seguire da una escalation di violenza che lascia a bocca aperta, gli facciamo passare qualche inconsistenza e lungaggine. Anche perché in tutta la lunga fase che porta a quel punto cruciale, Collet-Serra lavora benino sulla decostruzione del nucleo famigliare, centellinando inquietudini e dubbi anche piuttosto disturbanti (soprattutto sul malcapitato padre adottivo) - non andando molto in là, è vero, ma non è per forza un difetto.

Devo ammetterlo, nonostante non sia uno dei titoli migliori in una stagione davvero fortunatissima per il genere, mi sono divertito. E mica poco. Quanto basta. No, un po' di più.
un post di kekkoz alle ore 19:17 | Permalink | commenti (12) | tags: stati uniti


lunedì, ottobre 26, 2009

Parnassus (The imaginarium of Doctor Parnassus)
di Terry Gilliam, 2009


Mi sono reso conto che ci sono cose che concedo volentieri a Terry Gilliam e che non concederei quasi a nessun altro: la magia di Parnassus risiede forse proprio nel suo essere un film scombinato e scombiccherato? E inoltre, è un film sfortunato, mutilato, infine miracolato. L'artificio grazie al quale Gilliam ha risolto il dilemma della dipartita di Heath Ledger rivoltando la sceneggiatura e facendo ripartire da zero persino assunti di base del suo immaginario è geniale, ma non toglie che nel film, in ogni sua inquadratura, si senta il peso di un'assenza. Che non è soltanto quella dell'attore australiano, ma quella del film che era - come se dentro al corpo ciancicato di questo Parnassus si muovesse il fantasma di un Parnassus che non vedremo mai.

Per il resto, Parnassus è davvero il primo vero erede diretto di Le avventure del barone di Münchausen (con Christopher Plummer dove c'era John Neville e la splendida, ammaliante Lily Cole dove c'era una giovanissima Sarah Polley) ed è quanto di più lontano possa esserci dall'appeal commerciale di un Tim Burton ed è destinato, con il suo ritmo scivoloso e squilibrato, a fare arrabbiare il pubblico "medio" in caccia di volti da star - mentre sembra nato per fare la gioia di chi segue Gilliam da una vita: ci ritroverà quella stessa apparentemente ingenua e amabile spavalderia nel cantare le lodi della narrazione e nell'elogiare il potere dell'immaginazione, oltre che l'inimitabile modo in cui il regista ha sempre giocato con i piani del racconto, tra sonno e veglia, tra realtà e finzione, tra i baracconi di cartone di cui è fatto il mondo e la pulsione e il desiderio di cui sono fatti i sogni.
un post di kekkoz alle ore 14:49 | Permalink | commenti (9) | tags: regno unito, canada


domenica, ottobre 25, 2009

Il nastro bianco (Das weisse Band - Eine deutsche Kindergeschichte)
di Michael Haneke, 2009


Una delle prima cose che ho pensato dopo Il nastro bianco è stata che di rado di recente mi è capitato di vedere una tale incondizionata dedizione al contesto: il paradosso dell'ultimo film del grande regista austriaco è proprio la frustrazione della sua natura lineare di mystery tale, la negazione di una progressione risolutiva - nonostante il film inizi proprio con un mistero da decrittare. Infatti, tale enigma rimarrà per sempre irrisolto. O meglio, lo sarà ai personaggi, non allo spettatore, omnisciente suo malgrado: Il nastro bianco è un film che fa prima di tutto entrare lo spettatore all'interno della narrazione, rendendolo parte dell'intreccio proprio perché unico (o quasi) possibile testimone della Verità.

Da qui la dedizione al contesto: anche perché la soluzione dell'enigma non esiste, perché è sotto gli occhi di tutti. Troppo orribile, vero, ma soprattutto inconsciamente impossibile da ammettere: farlo vorrebbe dire di fatto arrendersi alle proprie disperate mostruose responsabilità, di fronte ai propri figli e al futuro del paese stesso - e il fatto che i personaggi la ignorino, anzi, non la prendano in considerazione fino all'epifania di una "anima pura" (a suo modo purificata dal sentimento in un mondo che sembra aver applicato un principio di repressione in cui la parte più scoperta del gioco è la soggezione dell'universo femminile) non fa che aumentare l'angoscia dello spettatore. Sono procedimenti che Haneke ben conosce e che applica sempre con grande mestria: Il nastro bianco è un film che, con il magnifico bianco e nero di Christian Berger, sembra ricercare il distacco più totale, ma che finisce per diventare, a suo modo, quasi un ossimorico film interattivo.

L'orrore che il paese e il suo affresco nasconde può essere svelato infatti solo da ne chi conosce il seguito: perché se Il nastro bianco è un film sulle radici più cupe della cultura tedesca del novecento, una "nascita della nazione" profondamente perturbante non solo se si pensa all'annuncio che chiude il racconto ma a quel che accadrà dopo, quello costruito da Haneke è più generalmente uno sguardo sui germogli di tutto il secolo breve nell'intero continente, un film su un Novecento le cui pagine sono scritte con il sangue e le cui parole recitano discriminazione, sopraffazione, punizione. La responsabilità, come al solito, sta nei semi di menzogna, castrazione e violenza lasciati dai padri: e il futuro, anche il nostro, nello sguardo dato a un passato così lontano e a ciò a cui gli anni a venire avrebbero assistito, non potrebbe essere più nero.

Ma Il nastro bianco non è soltanto questo: la dedizione al contesto di cui si diceva non è soltanto tematica ma anche figurativa - un livello, questo, su cui il film di Haneke si pone invece più semplicemente tra i risultati più alti delle ultime stagioni cinematografiche. Non soltanto la già citata stupefacente fotografia, ma tutta una messa in scena, sintetica, algida e crudele, che porta con sé l'esperienza del cinema di Haneke (per esempio sull'uso significativo dei piani lunghi, o del fuoricampo) cristallizzandola nella forma più lucida e perfetta.

un post di kekkoz alle ore 23:18 | Permalink | commenti (15) | tags: germania, austria


giovedì, ottobre 22, 2009

[il blog che voleva ingannare il mondo]



Il nuovo episodio di Friday Prejudice è online.
un post di kekkoz alle ore 23:42 | Permalink | commenti (5) | tags: friday prejudice


mercoledì, ottobre 21, 2009

World's Greatest Dad
di Bobcat Goldthwait, 2009


Non l'abbiamo sempre detestato, Robin Williams. Anzi. Ma è innegabile che negli ultimi anni, e parecchi, non abbia avuto un buon fiuto per i film. E sì che, di film, ne fa ancora. Ci voleva un regista con una grande sensibilità per tirare fuori la sua anima? A quanto pare, sì. La cosa buffa è che a dirigere World's greatest dad - che, a dispetto dell'impressione mediocre che può fare a un'eccessiva distanza, è una commedia americana d'autore tra le più dure, amare, inflessibili e irresistibili degli ultimi tempi - c'è un ex stand up comedian e regista di talk show televisivi, ma conosciuto dalla massa perlopiù come "quello che urla" nella saga di Scuola di polizia.

Con queste premesse, mi rendo conto, è dura farvi credere nella forza tematica ed espressiva del film, il quarto diretto da Goldthwait: ma la sua stessa sceneggiatura, per nulla raffazzonata ma che fa sfoggio di un uso sempre preciso dei suoi elementi, è uno di quei rari script che sa andare davvero fino in fondo per consegnare il suo messaggio - e in questo caso, per tratteggiare un impietoso affresco umano e disumano che sembra uscito davvero da un film di Todd Solondz. Usando come rafforzativo il linguaggio del grottesco, prendendo contrasti conosciuti e facendoli esplodere senza alcun compromesso né narrativo né linguistico (e ve ne accorgerete fin dai primi minuti), in un crescendo geniale di disperata ironia nera che sembra sempre rispettare le regole mentre le fa a pezzi - fino a finale tra i più liberatori che si possano immaginare per una vicenda simile. Della quale non vi dico nulla: questo è un film che si apprezza ancora di più a mente vergine.

E in tutto questo c'è una prova d'attore assolutamente geniale e illuminante, controllata eppure carnale, lucida ma furiosa, quella di Robin Williams. E questo è un paragrafo con cui non mi sarei mai sognato di chiudere un post.
un post di kekkoz alle ore 19:10 | Permalink | commenti (5) | tags: stati uniti


mercoledì, ottobre 21, 2009

Away we go
di Sam Mendes, 2009


Anche in Away we go, come in Revolutionary road, c'è una coppia che sente la necessità di sfuggire all'ipocrisia della società, cercando un posto nuovo, una casa, dove poter vivere compiutamente, e a modo loro, la loro vita e i loro sogni. Ma se la prospettiva finale è del tutto diversa lo si deve probabilmente all'incontro con Dave Eggers e la moglie Vendela Vida, sceneggiatori di questo suo quinto, bellissimo, film.

Fa tanto piacere quanto impressione vedere come Sam Mendes sia diventato un regista maturo e compiuto, persino nell'affrontare un film che va incontro a tutti i rischi e i fastidi del cinema indipendente americano, evitandoli puntualmente ma con il coraggio di non aggirarli semplicemente - prima di tutto grazie alla scrittura intelligente, acuta e puntuale di Eggers, empatica e commovente quando è il caso, sprezzante e catartica quando serve. Ma anche alla messa in scena di Mendes che con l'aiuto eccellente della fotografa Ellen Kuras riesce a non farsi soffocare dalla giustapposizione costruendo, proprio intorno alla sequenza di città in cui sono ambientati capitoli, degli autentici veri nuclei tematici, narrativi ma anche visivi, donando al film un'andatura stralunata e sognante, inusuale e malinconica, che si abbina perfettamente alle note nickdrakeiane di Alexi Murdoch.

Ma soprattutto, sospetto, tutto funziona alla perfezione grazie ai due bellissimi personaggi principali. Non soltanto alla coppia di ottimi attori che li interpretano (John Krasinski e Maya Rudolph, entrambi noti volti televisivi) ma proprio al ruolo che Burt e Verona sembrano rivestire - quello dell'ultimo avamposto possibile di un romanticismo immediato ma profondo che sceglie di non chinare la testa di fronte alle convenzioni e alle aspettative degli altri, né a chi nasconde dietro a menzogne e pallidi cliché il proprio insanabile dolore o, peggio ancora, la propria ignoranza. Un amore che, una volta tanto, non si fa sconfiggere dalla banalità del mondo.

Il film uscirà in Italia distribuito da Bim. Per ora non c'è una data ufficiale.
L'edizione dvd americana invece è uscita a fine settembre


un post di kekkoz alle ore 01:05 | Permalink | commenti (12) | tags: stati uniti


lunedì, ottobre 19, 2009

Diverso da chi?
di Umberto Carteni, 2009


Quando uscì questo film, la scorsa primavera, ricordo che fu accompagnato da uno strascico di polemiche, la maggior parte delle quali ho volutamente rimosso. La polemica l'avrei fatta io su chi raccontò l'ultima mezz'ora di film nell'occhiello o addirittura nel titolo, il resto mi interessa già meno. Se non come contesto: che è, italianamente, uno di quelli in cui ognuno vede ciò che vuole vedere. Se il film è palesemente schierato (la macchietta del sindaco forzista che non fa altro che inaugurare tutte le settimane lo stesso muro non è proprio sottilissima ma è azzeccata) allo stesso tempo punzecchia il lato democratico facendo leva sulle inconciliabilità interne al partito - fornendo poi una soluzione utopica che, visti i tempi che corrono, fa sorridere metà bocca.

Detto questo, e tolte di mezzo le questioni che riguardano il punto d'osservazione da cui viene guardata la diversità, non soltanto come tema politico (a mio avviso, in modo sufficientemente corretto ed equilibrato. Lascio poi a osservatori più specifici ed esperti il compito di smontarla, a posteriori), del film rimane poco da dire - ma forse qui sta la parte più interessante: in Diverso da chi? ho visto soprattutto un film di invidiabile leggerezza, con un cast adeguato e divertente (la Gerini pecca per overacting mentre Filippo Nigro si fa perdonare molte cose: ma i migliori sono Catania e Pannofino) e la scrittura ormai oliata ed esperta (pure troppo?) di Fabio Bonifacci, che non sfigura troppo nello scaffale della commedia all'italiana più recente, accanto all'ultimo Virzì o al Pellegrini di E allora mambo. Che infatti fu l'illuminante (e mai più superato) esordio di Bonifacci, e nella soluzione finale si vede eccome.

Non saprei che aggiungere: il fatto che certi argomenti, soprattutto in periodi cupi e grami, meritino anche trattamenti più seri e considerati, beh, forse è innegabile. Così come, a mio parere, c'è posto per una prospettiva come quella - un po' paracula? O forse, semplicemente, più naif? - offerta dal gradevole esordio di Carteni.
un post di kekkoz alle ore 17:22 | Permalink | commenti (6) | tags: italia


lunedì, ottobre 19, 2009

Old school
di Todd Phillips, 2003


Se c'è una cosa per cui è curioso recuperare Old school, secondo film di fiction dopo Road trip del regista destinato a diventare uno dei personaggi di spicco della bromedy, chiamiamola così, reponsabile di un orrore come Starsky e Hutch ma anche di un vero caso come quello di The hangover, è vedere come se la cavavano ai tempi i suoi tre protagonisti. Nel lontano duemilatré.

Luke Wilson prima che ributtasse nel semi-anonimato le promesse dei primi film di Wes Anderson, Will Ferrell prima che con Anchorman creasse un suo proprio linguaggio rimanendone però intrappolato nel giro di pochi anni, e Vince Vaughn prima di essere divorato da Jennifer Aniston e dai film natalizi. E non si può dire che i tre non siano affiatati, né tantomeno che manchino le situazioni divertenti (leggi: Will Ferrell), anche se a volte si pesta un po' troppo sul pedale (leggi: la lezione di fellatio).

Poca roba: Old school, film di enorme successo negli states (molto meno da noi) è un film simpatico ma di scarsa sostanza, un'altra frat comedy goliardica e divertita con eterni bamboccioni impossibilitati a crescere e/o che si rifiutano di crescere (anche se si gradisce assai che venga data loro anche l'opzione di non crescere affatto), con il vantaggio del distacco malinconico e che anticipava qualcosa del regno di Judd Apatow negli anni a seguire, ma che vista ora risulta abbastanza inconcludente. Sarà la distanza?
un post di kekkoz alle ore 15:24 | Permalink | commenti (15) | tags: stati uniti


giovedì, ottobre 15, 2009

un post di kekkoz alle ore 23:58 | Permalink | commenti | tags: friday prejudice


giovedì, ottobre 15, 2009

Up
di Pete Docter (e Bob Peterson), 2009


Togliamoci subito la terra dalle scarpe: si pensava che Up potesse essere uno di quei film "di passaggio" che la Pixar, sempre e comunque ineccepibile, ha prodotto accanto ai suoi più grandi capolavori. I film che erano "solo bellissimi". Che potesse essere insomma un altro Nemo o un altro Cars. Difficile non pensarlo dopo una cosa universale, allucinante, come WALL-E. La risposta è negativa: Up va immediatamente a porsi nell'Olimpo dei loro lavori migliori, e di conseguenza tra i più grandi film d'animazione del decennio.

La cosa più sorprendente non è tanto che i film della Pixar siano tutti a questi livelli, inimmaginabili per quasi tutte le imprese "rivali" - tra l'altro l'impressione che Up dà, mai come prima, è di una definitiva dimestichezza con gli elementi, tale che il film stesso sembra dipanarsi da sé senza fare alcuno sforzo - ma quanto ogni film Pixar esprima una sua identità, una personalità e assoluta - e l'individualità creativa data ai loro registi ne è insieme il sintomo e la riprova: è più incredibile pensare che gli ultimi tre film siano dei capolavori oppure che siano stati così differenti? Quindi, cosa fa grande anche questo film? Dovremmo andare avanti per giorni e giorni: proviamo a ridurre a una coppia gli elementi fondanti della Pixar. Due fattori che, in questo film, per quanto sia sciocco il confronto con i precedenti, sono a mio avviso persino più acuiti che in passato.

Il primo elemento è la scrittura: Up è prima di tutto un film con una sceneggiatura di acciaio - classica, d'accordo, e con un rapporto ben definito con la tradizione del cinema d'animazione (l'intera questione dei "cani parlanti" è una rivisitazione dell'antropomorfismo disneyano nell'era pixariana: a livello di progetto è la cosa più geniale del film, a livello di risultati è anche la più divertente) ma in cui ogni singolo elemento fa il gioco delle narrazione. E in cui nulla, nella densità, viene lasciato al caso, nemmeno il dettaglio apparentemente meno significativo, dal personaggio di contorno fino al minuscolo feticcio di turno - di cui questo film peraltro è pieno, anche perché il percorso narrativo del protagonista stesso non è che uno scarto da una condizione feticista a una condizione umanista, in un certo senso.

Ma il secondo elemento è quello più importante: il cuore. Sembrerà una constatazione ingenua e cheesy, ma Up (per quanto sia estremamente stratificato, rigonfio di riferimenti che vanno dal Mago di Oz, a Magritte, a King Kong, oltre che un film tecnicamente spaventoso: ma qui ci vorrebbe un post a parte) è anche meraviglia allo stato puro, è tutto nell'immagine della nebbia che si dirada proiettando negli occhi di Carl i colori e i rumori delle cascate sognate per tutta una vita - oltre che il film più spudoratamente e spregiudicatamente emotivo della Pixar.

Se le sequenze più movimentate del film sono assolutamente esemplari, a colpire il cuore sono già i primi 10 o 15 minuti del film - una sorpresa assoluta per chi era cascato nel tranello dei trailer. Un lungo incipit in cui Docter applica ancora una volta alla perfezione il più grande talento dimostrato dalla sua "industria", rendendolo ancora più esplicito e intenso: quello di raccontare, in questo caso grazie a un pugno di scene e di dissolvenze, un'intera vita, tutta una lunghissima vita, senza bisogno di dire una parola. Soltanto attraverso gesti, sguardi, musica, ciò che vediamo nelle nuvole, i nostri sacrifici, i nostri sogni.

Up
è un film che fa piangere per la verità, e poi fa di nuovo piangere per la meraviglia, e poi di nuovo piangere per la felicità. E pensare che erano, soltanto, cartoni animati. Scoiattolo!
un post di kekkoz alle ore 15:20 | Permalink | commenti (27) | tags: stati uniti


giovedì, ottobre 15, 2009

The September Issue
di RJ Cutler, 2009


È abbastanza chiaro quale sia il selling point, o forse persino il motivo di esistere, di un documentario sul famigerato "numero di settembre" di Vogue, e suona più o meno così: avete visto Il diavolo veste Prada? Sapete già che Miranda Priestly è ispirata ad Anna Wintour? Bene. A questo punto vedetevi direttamente come lavora Anna Wintour. Ah!, come è stronza e insopportabile. Ma poi, ah!, come è saggia e preparata. E poi alla fine, ah!, lo fa per il tuo bene.

Visto quanto sarebbe facile rendere interessante e stimolante una figura come quella della Wintour, è particolarmente curioso vedere quanto il documentario di Cutler riesca a rendere il tutto il meno interessante e stimolante possibile. Infatti giunti a un certo punto, abbastanza presto, The september issue non sa più dove andare a parare, si impantana in uno stallo pauroso da cui riesce a uscire solo trasformandosi a posteriori in un film su Grace Coddington, la mostruosa assistente ex-modella ex-sfregiata della Wintour - vale a dire, l'unico personaggio vagamente umano che siano riusciti a trovare nella noiosissima redazione di Vogue e nel mondo che gira intorno a quei bianchi corridoi.

Chi non è, di partenza, interessato all'argomento può stare tranquillamente alla larga. Ma il sospetto, non tanto vago*, è che lo stesso valga anche per fan e appassionati.

*vedi il post di Black Hair.

Il film non ha ancora una data di uscita italiana, ma non escludo che accada. Nel frattempo, si può acquistare il dvd britannico a un costo decoroso.
un post di kekkoz alle ore 11:44 | Permalink | commenti (4) | tags: stati uniti


martedì, ottobre 13, 2009

Motel Woodstock
(Taking Woodstock)

di Ang Lee, 2009


A volte annuncio che sarò breve e poi non lo sono. Stavolta lo sarò. Guardate quanto è corto questo paragrafo, guardate.

Mi sembra evidente, circa, che questa per Ang Lee sia una pausa per respirare. E allora, dico io, lasciamolo respirare. Lasciamogli fare un filmetto leggero in cui prende una istituzione pesante come un pilone, fa come per sbatterci contro - e poi invece si mette lì accanto e parla di tutt'altro, punta tutto su un personaggio e su un volto (lo splendido Demetri Martin, che qui si era addocchiato e apprezzato da un po') e alla fine parla di cose molto intime ma anche molto note al cinema e agli spettatori, come il contrasto ineliminabile tra il desiderio di fuga e il legame con le proprie radici.

Woodstock? Chi se ne frega. Woodstock sta bene dove sta, dietro la palizzata.

Ho letto da molte parti, sui media d'oltreoceano, di gente imbufalita perché il concerto di Woodstock non si vede, perché Ang Lee frustra le attese degli spettatori. Ma questo è il cardine del film, dannazione, palese ed esplicito, c'è pure un personaggio che si mette lì e lo dice chiaro e tondo - il concentrarsi sulla cosa personale mentre intorno accade la Storia, in modo che il cinema in definitiva ci riesca a parlare dell'una - ma pure dell'altra, state tranquilli. Pure dell'altra. Anzi. Ecco.

Tutto sommato non è niente di che, me ne rendo conto. Ma non è nemmeno un film così sciocco, impersonale, banale, come fa di tutto per sembrare dal di fuori. Tutto sommato, ci sta.
un post di kekkoz alle ore 23:44 | Permalink | commenti (12) | tags: stati uniti


martedì, ottobre 13, 2009

Trick 'r Treat
di Michael Dougherty, 2008


E adesso come faccio a convincervi che un film horror a episodi diretto da un regista alla sua prima prova dietro la macchina da presa è davvero bello? Devo esagerare? Devo dirvi che è una figata? Perché lo è.

Davvero, il primo film di Dougherty, recuperato sull'onda dell'entusiasmo espresso da Nanni sui 400 Calci e visto senza troppe aspettative, o almeno con quelle che si possono dedicare a un horror a episodi con un bambino-zucca sulla locandina, il film (che nonostante il plauso del pubblico dei festival ha avuto qualche difficoltà distributiva nel corso degli ultimi due anni, finendo infine direttamente sugli scaffali delle videoteche statunitensi senza passare dalle sale) è stato una sorpresa davvero esaltante.

Non tanto perché ci sono degli attori veri (l'eccellente caratterista solondziano Dylan Baker, il Tahmoh Penikett di Dollhouse e BSG, Brian Cox, Anna Paquin vestita da Cappuccetto Rosso ma anche la giovanissima e inquietante esordiente Samm Todd) o perché ci sono tot bambini che fanno una fine orribile o che la causano a loro simili - che sono buone ragioni, si capisce - ma soprattutto perché Trick 'r Treat trasuda da ogni inquadratura una gran passione per il cinema di genere.

Dougherty insomma ce la mette tutta per divertire il pubblico, sia con i mezzi più convenzionali nel cinema del terrore (ma senza mai lontanamente sfiorare sensazioni di ridicolo: semmai con un'invidiabile ironia), sia con una struttura a incastro che trasforma il carattere episodico del film in una specie di burla orrorifica corale e circolare, che con la sua narrazione giocosa sposta l'interesse dallo spavento in sé alla sua, quasi sempre impeccabile, esecuzione.

Il film è uscito direttamente in DVD negli Stati Uniti qualche giorno fa. Ma se avete pazienza, anche l'edizione britannica arriva su Play.com tra un paio di settimane, costa pochi euro e li vale tutti.

un post di kekkoz alle ore 15:07 | Permalink | commenti (12) | tags: stati uniti, canada


martedì, ottobre 13, 2009

Land of the lost
di Brad Silberling, 2009


Se ogni cosa, anche la più bella, è davvero destinata a finire, questo è decisamente il momento in cui finisce la nostra simpatia incondizionata, durata qualche anno, per Will Ferrell: se Semi-Pro ci aveva messo sul chi vive, una roba come Land of the lost, davvero, non si può perdonare. E a questo punto a Ferrell conviene seriamente reinventarsi in fretta prima che il suo stile comico, che ha fatto scuola e che nel bene e nel male è già cristallizzato da tempo, gli esploda tra le mani in mille pezzi.

Probabilmente la conoscenza della serie tv da cui il film è tratto potrebbe aiutare a comprendere più a fondo il perché questa immane boiata sia stata realizzata, e il perché sia stata realizzata così, ma forse è solo una cieca illusione e il film è orrendo e basta. L'unico gusto risiederebbe nelle solite gag à la Ferrell, se funzionassero: basate sulla sbruffoneria dei suoi personaggi e su un rilancio continuo che spesso le rende lunghe minuti e minuti, occupano metà secca di un film che è assai sbrigativo quando si viene al dunque - ma anche lì, nella materia che è la specialità dell'attore, a parte qualche momento sparso come la parte della pianta allucinogena e del granchio gigante, c'è poco da ridere.

Peccato che nel baratro del film (anche commerciale: negli states è andato malissimo) siano finiti anche Anna Friel, dolcissima e capace interprete di Pushing Daisies, e Danny McBride, il geniale attore lanciato da Jody Hill e lanciato ormai definitivamente da Ferrell come suo erede. Ma McBride è più giovane, lo si perdona più volentieri, e l'anno prossimo torna a farsi dirigere da un professionista come David Gordon Green e non da un altalenante mestierante come Brad Silberling.

No, davvero, lasciate perdere.


Il film dovrebbe uscire in sala il 12 dicembre 2009: ci sono i dinosauri, chissà, con un titolo imbecille magari dalle nostre parti riescono a farlo funzionare.
un post di kekkoz alle ore 00:56 | Permalink | commenti (3) | tags: stati uniti


giovedì, ottobre 08, 2009

[barbamamma e barbapapà]



Quatto quatto lemme lemme, il nuovo episodio di Friday Prejudice.
un post di kekkoz alle ore 23:25 | Permalink | commenti (4) | tags: friday prejudice


Contatti

Cerca un film!

Twitter

    Feed

    Contatore

    visitato *loading* volte



    Template by splinder.com | edited by Kekkoz, Dafne, Dhinus